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Welfare addio. Il programma del Pd
Sandro Morelli* -
Corrado Oddi**
Abbiamo letto con attenzione il programma di
governo del Partito democratico. Vorremmo
concentrare il nostro ragionamento su alcune
questioni relative al profilo e al ruolo
dell'intervento pubblico e all'idea di
ridisegno del sistema di welfare che ne
deriva. In primo luogo, si legge, un
«fattore di modernizzazione dei servizi
pubblici è costituito dall'aumento del grado
di concorrenza nella loro erogazione. È
indispensabile che i cittadini/clienti
(sic!), siano essi famiglie o imprese,
possano godere dei vantaggi di un mercato
nel quale più operatori competono tra loro
sul prezzo e la qualità del servizio...».
Ritroviamo qui l'impostazione aprioristica e
ideologica contro il cosiddetto «socialismo
municipale», che la ministra Lanzillotta ha
voluto recentemente ribadire, con
l'intenzione di consegnare esclusivamente e
a prescindere dai risultati effettivi a
soggetti privati o misti (pubblico-privato)
l'erogazione dei servizi pubblici e la
gestione delle reti. L'obbiettivo
indiscriminato è quello di arrivare alla
«riduzione del 50% delle società e degli
Enti partecipati dallo Stato centrale e dal
sistema delle Autonomie locali».
Si propone, poi, di «...promuovere, sul mercato, un settore di servizi avanzati alle famiglie», rendendo esplicito il proposito di dotare le famiglie di 'buoni-servizio' per l'acquisto, da parte dei cittadini non autosufficienti e diversamente abili, di servizi di assistenza domiciliare integrata offerti o dai Comuni o da erogatori accreditati. Ci si rifà a un modello che, invece di basarsi sull'estensione di nuovi e qualificati servizi pubblici, si fonda sui trasferimenti monetari alle famiglie, le quali dovranno rivolgersi al mercato per ottenere le prestazioni necessarie, sostituendo all'universalismo dei servizi la selettività dell'offerta sulla base della loro profittabilità e ripristinando la selezione nell'accesso sulla base delle condizioni di reddito. Infine, in perfetto accordo con questa limitazione e mercatizzazione dei servizi pubblici c'è la proposta di ridurre in modo generalizzato tutte le aliquote Irpef di un punto all'anno per tre anni. Ora, è evidente che una riduzione così consistente ed indiscriminata della tassazione non può essere finanziata solo dal taglio degli sprechi della spesa pubblica e dalla lotta all'evasione fiscale. Dall'insieme di queste proposte emerge chiaramente un'impostazione complessiva che implica la riduzione drastica del perimetro dell'intervento pubblico e del welfare universalistico al cosiddetto «welfare compassionevole». La filosofia del programma del Pd su questi punti, dunque, non solo si colloca in contrasto frontale con le esperienze più avanzate di intervento pubblico e con i modelli di welfare produttivo e redistributivo praticate, per esempio, nei paesi scandinavi, ma fuoriesce persino dallo sbandierato modello sociale europeo, storicamente incardinato sull'idea di uno sviluppo di qualità correlato a un robusto sistema di welfare. L'ha definitivamente spuntata l'ispirazione mercatista del «pensiero unico», incarnato da tempo in quel modello statunitense nel quale l'intervento pubblico diviene residuale e risarcitorio nei confronti delle fasce deboli della società, mentre il mercato assume il ruolo assoluto di motore e principio regolatore dello sviluppo. Lungo questa strada si approfondirà il livello di disuguaglianza economica e sociale nel nostro paese e si assicureranno posizioni di rendita al capitalismo nostrano che è incapace di cimentarsi qualitativamente nella competizione globale ed europea e si finanziarizza e, nello stesso tempo, ricerca in comode nicchie protette la più alta e sicura redditività, in spregio dei diritti dei cittadini e delle strategie pubbliche di riduzione e qualificazione dei consumi che la crisi energetica, idrica ed ecologica ormai impone. In conclusione, su questi aspetti fondamentali, il programma del Pd mostra una sua coerenza interna difficilmente emendabile e condizionabile. La prospettiva lì delineata non può che essere contrastata alla radice, opponendo ad essa un altro punto di vista, una piattaforma avanzata e moderna, ragionevolmente alternativa e capace di rilanciare la mobilitazione dei tanti soggetti ? dal mondo del lavoro alle associazioni di cittadini; dai movimenti sociali alle comunità locali e alle loro rappresentanze istituzionali ? che in questi anni sono stati protagonisti della battaglia per la difesa dei beni comuni e l'affermazione di un nuovo spazio pubblico e non intendono rinunciare alla speranza di 'un altro mondo possibile'. * direttore di «Quale Stato», Funzione pubblica Cgil ** coordinatore Dipartimento Welfare, Funzione pubblica Cgil «Quale Stato» |