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“A parole siamo tutti d’accordo: ben
vengano i due livelli di contrattazione. Ma nessuno spiega
come si fa a generalizzare il secondo livello. Il problema è
che la contrattazione aziendale non riguarda tutti. Il 52
per cento dei lavoratori, impiegati in aziende sotto i 15
dipendenti, non hanno rappresentanza sindacale, quindi non
possono contrattare. Nel 48 per cento che resta, il
contratto di secondo livello riguarda solo una metà dei
lavoratori”. A dirlo è il giuslavorista Piergiovanni Alleva,
direttore della “Rivista giuridica del Lavoro”, pubblicata
dalla Ediesse (casa editrice della Cgil), in un’intervista
apparsa oggi sul settimanale Left: “Bisogna renderla
esigibile. Con la Sinistra Arcobaleno abbiamo individuato
due passaggi: una legge sulla rappresentanza e
rappresentatività sindacale, che consenta di far entrare le
organizzazioni dei lavoratori in tutte le aziende, anche le
più piccole; una garanzia istituzionale a partire
dall’articolo 36 della Costituzione sul “giusto salario”,
ossia una norma che dica che la retribuzione adeguata per
legge non è solo il minimo del contratto nazionale, ma
questo più la media dei contratti di secondo livello”.
Alleva critica la bozza di documento unitario elaborata da
Cgil-Cisl-Uil sulla revisione del modello contrattuale: “La
cosa più grave è che il contratto nazionale è spogliato
anche di argomenti importanti, come le qualifiche e
l’organizzazione del lavoro. Mentre il salario di
produttività non aumenterà tout court le retribuzioni, ma le
renderà simili a partecipazioni agli utili d’azienda.
Attenzione, una contrattazione ‘aziendalistica’ unita alla
limitazione del contratto nazionale significa che il
sindacato si vuole suicidare”. Riguardo il dibattito
sull’inflazione, per Alleva l’Istat dovrebbe introdurre un
“paniere di classe”: “In un momento di polarizzazione
notevole tra i redditi alti e bassi non può esistere più il
paniere dell’uomo medio. Ad esempio, aumentano pane e pasta,
ma non l’elettronica. Per questo ci vuole un paniere dei
poveri”. E lancia l’idea di una nuova scala mobile: “Oggi va
di moda dire che i salari si aumentano diminuendo le tasse.
Per farlo si deve allargare la no tax area, in modo da dire,
ad esempio, che i primi 6-7 mila euro di reddito non si
tassano. Allora indicizziamo la no tax area. Ogni anno
l’inflazione reale farà crescere l’area non tassabile, in
questo modo la scala mobile sarà pagata dalla fiscalità
generale, e riguarderà solo il lavoro dipendente. Il
meccanismo, inoltre, non aumenterebbe l’inflazione,
lascerebbe intatto il costo del lavoro. Questa misura,
infine, potrebbe sostituire la detassazione degli
straordinari o dei salari di produttività, che vanno anche a
vantaggio delle imprese”. |