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Dino Greco
I-- Capolettera -->l
documento di Cgil Cisl Uil sulla riforma del modello
contrattuale rappresenta uno spartiacque nella storia del
sindacato italiano. Non si può far finta di non capire che
quello che ci viene presentato non è un progetto qualsiasi,
del quale si possa discutere in termini di maggiore o minore
moderazione. Ciò con cui abbiamo a che fare è un vero salto
di paradigma, un mutamento di indirizzo strategico che
cambia - con un taglio netto - insieme al sistema delle
relazioni industriali e alle regole della contrattazione la
natura stessa del sindacato, mettendo radicalmente in
discussione la sua originale, autonoma collocazione
nell'assetto istituzionale del paese.
Vediamo di dare un fondamento ad un giudizio così
perentorio. Quel testo si mette definitivamente alle spalle
tanto le deliberazioni del XV congresso della Cgil, quanto
lo stesso accordo del 23 luglio del '93 che - quale che sia
il giudizio complessivo su di esso - ancora riconosceva al
contratto nazionale una funzione redistributiva della
ricchezza prodotta dal lavoro. La sola funzione che ora gli
si attribuisce è quella della "difesa" del potere d'acquisto
delle retribuzioni. Nessun aumento retributivo reale è più
ammesso a quel livello. Nei contratti si dovrà semplicemente
recuperare quanto l'aumento del costo della vita ha eroso
nel corso del tempo. Il riferimento proposto è quello
dell'inflazione "realisticamente prevedibile", ultima
variante linguistica di quell'inflazione programmata che ha
sino ad oggi concorso ad abbattere il potere d'acquisto
delle retribuzioni.
Dunque, all'emergenza
salariale, a livelli retributivi divenuti i più bassi
d'Europa, il sindacato risponde neutralizzando il solo
strumento universalistico di cui dispone, l'unico
potenzialmente capace di promuovere solidarietà ed unità fra
tutti i lavoratori.
Questa rivoluzione "copernicana" produce due formidabili
conseguenze: a) all'autonomia contrattuale del sindacato, al
suo ruolo di autorità salariale che dovrebbero essere
fortemente rilanciati, si sostituisce una funzione meramente
esattoriale; b) il salario, il valore del lavoro, diventa
un'entità indipendente, fissata una volta per tutte nella
sua attuale, miserabile entità: paradossalmente, nella
repubblica sempre più fondata sulla riduzione a merce del
lavoro, questo si vende consensualmente a prezzo fisso, a
prezzo politico. Il solo risarcimento possibile lo si invoca
dal fisco, non lo si rivendica al padrone. Il modello che si
vuole varare porta scritto sulle sue bandiere: qualunque sia
la performance dell'economia, quale che sia il livello di
produttività del sistema, quali che siano i rapporti di
forza fra le parti, il massimo (il massimo!) cui un
lavoratore può aspirare è il mantenimento dello status quo.
M-- Capolettera -->a
il contratto nazionale, secondo lo schema di nuovo conio,
dovrebbe fare anche dell'altro e cioè "qualificarsi sui temi
del welfare contrattuale". Potremo dunque avere, se ben si
capisce, diversi livelli di protezione sociale, diversi "welfare
di categoria", affidati ad una pervasiva intelaiatura
bilaterale, addirittura "calibrata su due livelli"
(nazionale e aziendale o territoriale): un modello al quale,
senza consapevolezza dell'effetto umoristico, viene
attribuita la virtù di caratterizzarsi come "strumento
solidaristico universale".
Di più: ogni contratto nazionale di categoria potrà
attribuire alla contrattazione decentrata "spazi di manovra
salariale e normativa (…) in termini flessibili rispetto
alle diverse specificità settoriali". Seppure espressa in
termini criptici la formula allude a quelle deroghe
aziendali al contratto nazionale di lavoro che hanno già
trovato nel contratto dei chimici una prima sistemazione e
che rispondono positivamente alla richiesta di
disarticolazione del contratto nazionale agognata dal
padronato e teorizzata dal giuslavorismo ichiniano.
Secondo il nuovo
modello, la sede deputata alla redistribuzione di quote
della produttività rimane, esclusivamente, quella di secondo
livello dove, come è noto, la contrattazione si svolge nel
10% delle aziende e coinvolge - ad essere ottimisti - il 30%
dei lavoratori, prevalentemente concentrati in alcune aree e
settori. Il resto fischia. Come ogni sindacalista dovrebbe
sapere, immaginare di rendere esigibile la contrattazione di
secondo livello "per via pattizia" è un'escogitazione
propagandistica priva di qualsiasi fondamento perché in ogni
azienda, grande media o piccola che sia, fai la
contrattazione solo se vi sei sindacalmente insediato, solo
se eserciti una rappresentanza reale. In altri termini, solo
se i rapporti di forza te lo consentono. Per questo e solo
per questo sino ad ora non si è cavato il ragno dal buco.
Nessun padrone ti regalerà, né oggi né domani, questa
facoltà, preferendo semmai distribuire unilateralmente e a
sua discrezione qualche paternalistica e discriminatoria
prebenda (Della Valle docet). Pensare che una ulteriore
detassazione degli aumenti salariali possa rappresentare un
incentivo alla estensione della contrattazione è dunque
quanto di più velleitario si possa immaginare.
Passando invece dalla
contrattazione che ci si illude di fare a quella che
effettivamente si fa, la regola tassativa è "il salario per
obiettivi" (di produttività, qualità, efficacia,
redditività). La possibilità di aumenti retributivi che non
siano formalmente collegati alla performance d'impresa non è
neppure contemplata. Per chiudere ogni via di fuga ed
impedire quelle soluzioni che la fantasia operaia ha
inventato nella contrattazione come strategie di
sopravvivenza, si dice che i contratti nazionali dovranno
definire "griglie esemplificative di obiettivi", nonché
"procedure di verifica e monitoraggio". La minaccia non è in
codice: nessuno provi a rendere stabile quel che deve
rimanere variabile e fatalmente aleatorio. Non è servita la
lezione di questi anni che ha visto polverizzate dinamiche
retributive scritte solo sulla carta perché legate ad
improbabili (quanto imperscrutabili) indici di bilancio.
Sicchè, invece di superare questa fallimentare esperienza,
responsabile di tante frustrazioni fra i lavoratori, si
immagina di mettervi ordine attraverso "trasparenti"
processi di informazione alle rappresentanze sindacali che
dovrebbero loro consentire, nientemeno, di leggere l'impresa
"nei suoi assetti societari, nelle situazioni debitorie e
finanziarie".
Insomma, tutto
l'impianto è regolato da una sostanziale sussunzione del
lavoratore all'impresa, comunità solidale di interessi dalla
quale è espunta ogni larvata ombra di antagonismo e dove al
conflitto si sostituisce - in perfetto stile veltrioniano -
la nuova idilliaca dimensione collaborativa. Non è certo
senza ragione e significato che il documento eluda
totalmente il tema della democrazia e della rappresentanza,
pur affermando che questo capitolo formerà - una volta
raggiunto un accordo fra le confederazioni - parte
integrante del testo. Già, ma quale accordo?
Si pensi al metodo con cui si sta procedendo che è - questa
volta come non mai - sostanza. Ogni buon senso vorrebbe che
una proposta di tale entità passasse obbligatoriamente
attraverso il coinvolgimento di tutte le strutture della
Cgil e attraverso una preliminare discussione in profondità
con i quadri e con gli iscritti. E soltanto dopo, sulla base
di un preciso mandato, lavorare ad un'ipotesi unitaria da
sottoporre al confronto e al giudizio di tutti i lavoratori.
Invece no. Il percorso è opposto, quasi si trattasse di
ordinaria manutenzione, di pura gestione di un progetto
scontato e condiviso: gli stati maggiori delle
confederazioni elaborano un documento, talmente vincolante
che Cisl e Uil hanno già riscosso l'approvazione dei propri
organismi dirigenti. Fatto si è che quel testo viene già
chiosato dai vertici confindustriali con i quali è in corso
un (metodologico?!) confronto. Poco rileva che il segretario
della Cgil spieghi che il documento non avrà corso fintanto
che non riceverà l'approvazione del Comitato direttivo
convocato per il prossimo 12 marzo. Perché lì si proverà a
ratificare il fatto compiuto, replicando quanto avvenuto con
la piattaforma sul fisco e, prima ancora, con quella sul
welfare. Insomma, è già pienamente operativa una costituente
unitaria che ha nei fatti cambiato le regole interne con un
effetto di spiazzamento e di esautoramento della stessa
sovranità di organizzazione.
Intanto, sono in corso
le conferenze territoriali d'organizzazione della Cgil.
Quelle che - passando di paradosso in paradosso - si trovano
a discutere della forma e della riforma del sindacato, vale
a dire dello strumento, prima ancora di averne rimodellato
la funzione. O, per meglio dire, avendo a riferimento un
modello contrattuale - quello stabilito nel congresso di due
anni or sono - sostanzialmente diverso da quello in rapida
gestazione. Una sola cosa di quella conferenza sembra
tuttavia arrivare con tempismo perfetto: la formulazione di
un concetto di confederalità intesa non più come la politica
di un sindacato generale, ma come un marchio registrato,
depositato presso il centro della confederazione. La quale,
grazie a questa prerogativa esclusiva, eserciterà
ineffabilmente un primato gerarchico, sovraordinato rispetto
ad ogni altro livello e struttura, fino alle rappresentanze
elettive aziendali ridotte a puro terminale esecutivo di
decisioni che emanano dall'alto e calano, immodificabili,
verso il basso.
Che questo processo sia
consustanziale alla riorganizzazione della rappresentanza
politica è, a me pare, di una evidenza palmare. E non solo
per il sempre più diretto coinvolgimento del gruppo
dirigente della Cgil nella vicenda del PD, che sta
riportando in auge forme di esplicito collateralismo. Ma per
qualcosa di ancora più sostanziale che riguarda direttamente
la cultura politica cui si ispira un ormai vasto ceto
politico-sindacale. Quando Walter Veltroni spiega che
qualunque sia l'esito delle elezioni le due forze maggiori
dovranno stringere fra loro un patto di consultazione sui
problemi maggiori, non dice -semplicemente - che per
governare è fatale convergere al centro? Veltroni non fa che
rivelare che i due partiti maggiori sono certo fra loro
concorrenti, ma non alternativi, perché comune è la
concezione del mondo, della funzione centrale che nelle
relazioni economico-sociali compete all'impresa, del primato
ordinatore del mercato, della competitività, della
meritocrazia, della flessibilità, che consegnano concetti
come uguaglianza e diritto (soprattutto diritto del lavoro)
fra gli arnesi obsoleti della veterocultura classista.
Bene! Il sindacato si
appresta ad inscrivere il suo fare, le modalità della sua
rappresentanza dentro questo invalicabile perimetro. Per
questo la vocazione e la pratica consociativa pervicacemente
messe in mostra durante il governo di centrosinistra
sopravviveranno all'esito della contesa politica. Siamo cioè
ben oltre la dinamica governo amico/governo nemico e molto
più prossimi alla cultura cislina, così fieramente
combattuta nel 2002, della limitazione del danno. In questa
prospettiva, il sindacato indipendente, la sua autonomia
progettuale, abbandonano definitivamente il campo insieme
alla rinuncia alla rappresentanza di una vera soggettività
del lavoro. E l'ambiziosa parola d'ordine del XV congresso,
"rimettere al centro il lavoro, riprogettare il paese",
sbiadisce nel nulla: alla luce della svolta in atto, appare
come l'espressione di un massimalismo velleitario, solo
verbale, a cui corrisponde una pratica altra, di ben più
modesto profilo.
Questi sono i termini della svolta annunciata: chi vuole
tentare di mantenere aperta un'altra strada batta un colpo.
Finchè è ancora possibile.
26/02/2008
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