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Fondi pensione. Quando
scatta la trappola del "capitalismo popolare"
di Domenico Moro *
Le ripercussioni sui fondi pensione dei continui
crolli borsistici, seguiti allo scoppio della bolla dei subprime,
sono state evidenti anche sulle linee d'investimento più prudenti. A
novembre la linea "dinamico" di Fondoenergia, dei lavoratori Eni,
aveva perso il 3,12%, la linea "crescita" dei chimici il 2,66% e
quella del fondo Cometa dei metalmeccanici l'1,06%, mentre Fopen,
dei dipendenti Enel, perdeva il 2,14% e Gommaplastica il 2,60%. In
Italia, l'insieme del risparmio gestito, nel gennaio 2008, ha
registrato il risultato peggiore di sempre con riscatti per oltre 19
miliardi di euro, di cui 9,7 azionari e 6,2 obbligazionari, tanto
che gestori e consulenti prevedono un futuro di forte
ridimensionamento del settore.
Risulta così evidente,
qualora ci fossero ancora dubbi, che la previdenza integrativa ben
difficilmente garantirà pensioni dignitose.
I fondi pensione non danno alcuna garanzia per il
futuro, anche perché la solvibilità delle assicurazioni tra 10-20
anni non è affatto sicura, ed i fondi privati non sono a capitale
garantito in caso di fallimento del fondo stesso o delle imprese in
cui si è investito.
Ad ogni modo, le perdite non sono prodotto esclusivo della crisi dei
subprime: tra 1999 e 2002 il valore dei fondi pensione a
livello mondiale si ridusse di 2.800 miliardi di dollari, con
perdite medie per famiglia, negli Usa, del 43%. Inoltre, a proposito
di trasferimento ai fondi anche del TFR, mentre tra il 1° gennaio
2000 ed il 30 giugno 2003 il rendimento complessivo del TFR fu del
14%, quello dei fondi chiusi fu del +1,7% e quello dei fondi aperti
del -13,9%. Molto più valide sono le garanzie offerte dal sistema
previdenziale pubblico. In realtà, dall'introduzione della pensione
integrativa e dei fondi pensione hanno tratto giovamento non i
lavoratori ma i gestori dei fondi, cioè le banche e le
assicurazioni, dalle Assicurazioni Generali, centrali negli
assetti di potere del capitale finanziario italiano, fino alla
Mediolanum di Berlusconi, non a caso in prima linea, durante il
suo governo, nell'avvio della riforma privatistica delle pensioni.
Per quanto in epoche passate la Borsa, caratterizzata da volatilità,
fosse sempre un territorio pericoloso, ora la situazione è
peggiorata, a causa della natura degli attuali mercati finanziari.
Questi, infatti, sono caratterizzati da una tendenza speculativa
fortissima, dovuta soprattutto alla scelta Usa di fondare
l'accumulazione sull'indebitamento, e dal conseguente utilizzo
spregiudicato di prodotti finanziari, come i derivati, la
cui struttura è spesso poco chiara. Ad esempio, il debito connesso
ai mutui subprime americani è stato "cartolarizzato" in
prodotti finanziari così complicati che gli acquirenti di tutto il
mondo non si rendevano veramente conto di ciò che acquistavano.
Oggi, a sei mesi di distanza dallo scoppio della bolla dei
subprime, non è ancora chiara l'entità delle perdite, e le
banche, non solo Usa, scoprono buchi di bilancio sempre più grandi,
mentre le borse sono sottoposte a continue scosse. La situazione
recessiva, negli Usa ed in altri paesi, ed il ritorno della Fed a
drastici tagli nei tassi d'interesse non promettono nulla di buono,
rischiando di riprodurre il circolo vizioso di recessione, denaro
facile, bolla finanziaria, recessione.
A pagare saranno i lavoratori, sebbene in forme diverse, compresa
quella del "capitalismo popolare" dei fondi pensione, tanto caro
alla Thatcher ed ai suoi discepoli italiani. Comunque, a chiudere in
attivo qualcuno c'è: il Crédit Agricole Asset Management e
Mediolanum hanno incassato a gennaio rispettivamente 200 e 50
milioni.
* da Rinascita della sinistra del 14.2.08
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