Nessuno ne parla più, ma tra i provvedimenti
di «ordinaria amministrazione» a cui il
governo (caduto) sarebbe tenuto a dare
seguito in questi giorni, c'è anche
l'attuazione della delega sulla definizione
dei lavoratori «usurati». Coloro cioè che, a
fronte della legge che dall'inizio dell'anno
allunga progressivamente i requisiti per la
pensione, mantengono il diritto al ritiro
dal lavoro a 57 anni di età e 35 di
contributi quest'anno e, con la riforma a
regime, comunque tre anni prima degli altri,
dunque non oltre i 58 di età.
Solo pochi mesi fa, fu un gran clamore. La
riforma delle pensioni che passava con il
protocollo di luglio sul welfare, dal tocco
appena più leggero e digeribile dello
«scalone» di Maroni, e contestualmente la
ridefinizione della platea dei «lavori
usuranti» che aggiungeva a quelli previsti
dal decreto Salvi del '99, i lavoratori alla
catena, a ritmo vincolato e i «notturni».
Per questi ultimi, però, la norma era più
che ambigua. Il riferimento andava infatti
ad un vecchio decreto del 2003 che fissa,
salvo diverse disposizioni dei contratti
nazionali, a 80 il numero di turni notturni
considerati usuranti. Quando è noto che
nessun lavoratore - infermiere o operaio che
sia - pur lavorando su tre turni, cinque
giorni alla settimana, arriva a quantificare
complessivamente 80 turni all'anno.
Inizialmente poi c'era anche un limite
all'esigibilità del diritto. I lavoratori
«usurati» venivano infatti quantificati e
contingentati in 5 mila all'anno. Caduto il
tetto (per evidente rischio di
incostituzionalità), immutate sono rimaste
le previsioni di spesa (2,8 miliardi di euro
nei dieci anni) e la palla è passata al
governo. E se prima c'era un Dini pronto a
minacciare di non votare la finanziaria ogni
qualvolta si parlasse di spesa pubblica,
oggi il problema resta tale e quale - la
definizione della soglia minima a partire
dalla quale i turni notturni sono
considerati usuranti - con il ministero
dell'Economia che tiene ben stretti i
cordoni della borsa.
A nulla hanno portato neppure i lavori della
commissione istituita presso il ministero
del lavoro che avrebbe dovuto risolvere il
contenzioso e alla quale partecipavano anche
le parti sociali. L'ostruzionismo della
ragioneria dello Stato ha di fatto portato
ad un diradarsi progressivo degli incontri e
il lavoro è stato interrotto senza accordo
alcuno.
«Il governo deve dare attuazione alla delega
al più presto, per mantenere fede agli
impegni presi», incalza Morena Piccinini,
della segreteria confederale Cgil, «la
riforma oggi è legge ma l'innalzamento dei
requisiti per la pensione di anzianità si
reggeva solo con il diritto al
prepensionamento per i lavoratori usurati».
La delega al governo, approvata dal
Parlamento, ha tempo tre mesi e andrebbe a
scadenza il 31 marzo. I tempi però sono
stretti da una campagna elettorale
pienamente dispiegata e la norma dovrebbe
essere approvata entro la prossima
settimana. In caso contrario, la delega
potrebbe essere prorogata oppure decadere
(con la palla che, in entrambi i casi,
passerebbe al prossimo esecutivo). Con buona
pace di quei lavoratori che già quest'anno
maturerebbero il diritto alla pensione
anticipata.
Il nodo da sciogliere, su cui il governo sta
lavorando, resta il medesimo. Quale soglia
stabilire ai turni notturni? Non oltre il
tetto delle 65 notti secondo la Cgil, come
anche secondo la Sinistra. L'Economia invece
non ci sta. Ben consapevole che entro tale
soglia rientrerebbero la stragrande
maggioranza di coloro che lavorano su tre
turni. E che oggi invece rischiano di
restare «usurati» sì, ma al lavoro.