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Fabio Sebastiani
C-- Capolettera -->ontratti di durata triennale, più
peso al livello aziendale, riduzione della tipologia degli
accordi, ridimensionamento del contratto nazionale e
introduzione dell'inflazione "realisticamente prevedibile".
E' questo a grandi linee il profilo del "nuovo modello
contrattuale" che sindacati e Confindustria discuteranno a
partire da lunedì prossimo in quello che ha tutta l'aria di
essere il nuovo "patto di concertazione". Testo ancora non
definitivo, come si appresta a far sapere la Cgil, ma sul
quale grazie al gioco mediatico delle indiscrezioni e delle
smentite si è già aperto un acceso dibattito. Il comitato
esecutivo della Cisl ha già approvato all'unanimità il
documento. Per il sindacato di via Po, «il testo costituirà
la base del confronto con le organizzazioni
imprenditoriali», si legge in una nota. L'accordo unitario
potrebbe arrivare sabato nell'ambito dell'assemblea dei
quadri prevista a Roma come momento della campagna sui
salari. La Cgil, per ora, ha al suo attivo solo un confronto
tra i segretari di categoria e i segretari delle strutture
regionali e delle Camere del lavoro. «Mi auguro - ha detto
il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo -
che anche il mondo sindacale abbia la forza, il coraggio e
la responsabilità di guardare avanti per la
modernizzazione».
Il documento, anche se "preparatorio" (rimane fuori la parte
sulla rappresentanza) fa alcune scelte importanti.
Innanzitutto, non parla più di aumenti reali delle buste
paga ma di «miglioramento del reddito», da perseguire al
livello «generale», ovvero in un ambito di contrattazione
con l'esecutivo in cui ci sono materie tipo il "welfare
solidaristico", i prezzi e le tariffe. I due livelli si
dovrebbero occupare solo di «tutelare» le buste paga e di
redistribuire la produttività. La riforma del modello
definito dall'accordo del 23 luglio viene così definita:
«Conferma di due livelli contratutali tra loro
complementari; definizione del Contratto nazionale di lavoro
come centro regolatore dei sistemi contrattuali a livello
settoriale e per la definizione delle competenze da affidare
al secondo livello - in termini flessibili rispetto alle
diverse specificità settoriali - anche al fine di aprire
maggiori spazi di manovra salariale e normativa alla
contrattazione aziendale o territoriale». Come viene
specificato nel capitolo dedicato al "secondo livello", il
processo di svuotamento del significato del contratto
nazionale può avvenire da dentro. «I contratti nazionali -
si legge - potranno prevedere che la contrattazione
salariale del secondo livello si sviluppi a partire da una
quota fissata dagli stessi contratti nazionali». La
contrattazione di secondo livello, invece, «sarà incentrata
sul salario per obiettivi rispetto a parametri di di
produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia».
E ancora, sarà compito del contratto nazionale, «definire
griglie esemplificative di obiettivi, procedure di verifica
e monitoraggio». In diversi passaggi, infine, si insiste
sulla bilateralità. Un tema da sviluppare in due direzioni:
«implementare le forme/istituti stabiliti dal contratto
nazionale e individuare soluzioni adeguate e caratteristiche
del secondo livello (con particolare riferimento al
territorio)».
In Cgil, ieri, la discussione è stata molto animata e
prolungata. Ci sono stati diversi no e molti "nì". La Fiom,
con Laura Spezia, si è espressa negativamente sottolineando
che «l'impianto non regge» sia dal punto di vista dei
contenuti sia del metodo della discussione. Secondo Nicola
Nicolosi, portavoce dell'area "Lavoro Società", la bozza di
documento «desta preoccupazione». Primo, perché si torna
indietro dalla linea del quindicesimo Congresso della Cgil,
che aveva deciso l'aumento reale dei salari; secondo, perché
gli enti bilaterali assumono «funzioni contrattuali perfino
di secondo livello». «La bilateralità - continua Nicolosi -
potrebbe divenire un cavallo di troia per snaturare funziona
e ruolo del sindacato».
Per Giorgio Cremaschi, leader della "Rete 28 aprile", «il
ruolo salariale del contratto nazionale viene ulteriormente
ridimensionato e così si indebolisce complessivamente la
solidarietà sociale». «Cgil, Cisl e Uil - continua Cremaschi
- cedono alle pressioni della Confindustria e rischiano di
aprire la via a un ritorno in grande stile, sotto nuove
forme, della paga a cottimo».
14/02/2008 |