Privatizzazioni
Do you
remember Zastava?
Dopo
le bombe umanitarie e la cura liberista l'auto serba va fuori
strada
Dei 38 mila dipendenti del gigante industriale jugoslavo solo 6
mila hanno mantenuto il lavoro. 300 assemblano Fiat Punto, gli
altri sono finiti in mani slovene, bulgare, norvegesi. E il
paese è alla fame
Loris Campetti
«Al
cuore, colpiscila al cuore. E la Zastava è stata colpita al
cuore, poi alle braccia e alle gambe, un colpo le ha fatto
esplodere il polmone e un altro il cervello. Adesso tonnellate
di lamiera contorta e di cemento riposano senza pace nel fango.
Due cornacchie amoreggiano
sopra i resti del centro elaborazione dati». Iniziava così un
nostro reportage da Kragujevac nel '99, quando i detriti
lasciati dalle bombe e dai missili della Nato sulla più grande
fabbrica di automobili dei Balcani erano ancora caldi.
Ora alla Zastava non ci
sono più le carcasse carbonizzate delle vetture Jugo 45 e Jugo
55 ma fiammanti Punto, seppure il modello vecchio. Nove anni fa,
nelle 34 fabbriche del gigante serbo apparentato con la Fiat sia
nel settore auto che in quello dei camion (Zastava Kamiona),
lavoravano 38 mila persone. Oggi, dopo i licenziamenti seguiti
ai bombardamenti, i dipendenti dell'auto sono crollati da 13.500
a 3.500 e dei 38 mila complessivi del gruppo solo 6.000 hanno
mantenuto il posto di lavoro. Gli altri tutti a casa, con una
buonuscita pari a 200 euro per ogni anno di anzianità, bruciati
in poco tempo dalla precipitazione della crisi economica. Il
ministro del lavoro aveva suggerito agli ex-operai di investire
quel misero gruzzoletto in un'attività in proprio, in un paese
allo stremo dove mancano i beni esserziali e le privatizzazioni
riempiono gli uffici di collocamento di quarantenni e
cinquantenni. I licenziati Zastava li trovavi, fino a pochi mesi
fa, al mercatino delle pulci dove tentavano di vendere il poco
che hanno, mobilia, cianfrusaglie, poveri prodotti dell'orto,
ricordi sbiaditi dell'epopea jugoslava. Adesso il terreno dove
sorgeva quel piccolo suq è stato venduto a una società slovena.
Per costruirci un supermercato. Così gli ex-operai non hanno più
neanche un luogo dove scambiare, con le cianfrusaglie, qualche
malinconia e le poche, residuali speranze per il futuro.
A una lunga stagione di latitanza - bellica e postbellica -
della multinazionale torinese, hanno fatto seguito prima il
pagamento alla Fiat del debito Zastava da parte del governo di
Belgrado e, un anno fa, un accordo limitato per la costruzione
nella fabbrica serba di alcune migliaia di vetture Punto: solo
assemblaggio di pezzi e componenti provenienti dall'Italia, su
una linea che ora si chiama «Zastava ten», trasferita a
Kragujevac direttamente da Mirafiori. «Licence by Fiat», qualche
capetto formato a Mirafiori, un corso di sei mesi di lingua
italiana e 300 lavoratori occupati, dipendenti di un'azienda
esterna la cui proprietà - ci dice un operaio della Zastava, tra
i pochi ancora stipendiati ma senza un lavoro da svolgere - non
è nota. L'obiettivo di vendere un po' di vetture è vincolato
alla ripresa di una domanda interna, oggi praticamente
inesistente, e all'esportazione in Russia e nei vicini paesi
dell'est, Bosnia in primis. Sapendo però che la maggior parte
dei marchi automobilistici orientali è stata o assorbita da
giganti occidentali (è il caso della Trabant, nell'ex Ddr,
finita in mano Volkswagen che ne ha rottamato il marchio), o
acquistata dalle multinazionali delle quattro ruote (le
ex-cecoslovacche Skoda e Tatra, la rumena Dacia), o trasformata
in società miste (le russe Auto Vaz e la Uaz, l'ucraina Zaz). Un
eccesso di concorrenza in un mercato che arranca, in cui opera
anche la Fiat polacca, controllata in toto dai torinesi.
Alcune multinazionali europee e occidentali, tra cui la Opel
interessata a impiantare una linea per la fabbricazione della
Corsa, hanno studiato l'ipotesi di mettere le mani sulla
fabbrica di automobili di Kragujevac. Non se ne è fatto nulla.
La Peugeot ha anche stipulato un accordo per l'avvio di una
linea di produzione rimasto però soltanto sulla carta. Tra la
Zastava Kamiona e la Fiat Iveco, invece, è finito qualsiasi
rapporto e la produzione ristagna così come i dipendenti,
ridotti a 600 unità. Va avanti la privatizzazione decisa dai
governi liberisti succedutisi a Belgrado del gigante ferito
dalle bombe umanitarie e stremato dalla crisi, ed entro il 2008
si dovrà concludere in tutte le 34 aziende del gruppo, pena la
loro liquidazione. La fabbrica di attrezzeria è stata acquistata
dalla Union slovena; occupa 380 operai specializzati che
lavorano - su vecchie macchine italiane - prodotti destinati
all'esportazione, un drappello pagato decisamente meglio della
media degli operai serbi, 400 euro al mese contro i 250 del
settore auto. Anche la selleria è di proprietà slovena e lavora
su commesse della Opel. Le fucine sono passate dallo stato serbo
a una società bulgara che paga i suoi 250 dipendenti 220 euro ed
esporta i prodotti ottenuti dallo stampaggio a caldo. Restano da
privatizzare, insieme all'auto e ai camion, la componentistica
plastica i ricambi. L'impiantistica e la carpenteria sono invece
passate in mano norvegese e i 180 dipendenti sopravvissuti
lavorano per le piattaforme petrolifere del nord-Europa. Ben
poco si sa della fabbrica di armi, trasferita dal sito Zastava
chissà dove. Quel che è certo è che continua a produrre pistole,
fucili e materiale bellico non solo per l'esercito serbo ma
anche per altri soggetti. Nato compresa, si dice sottovoce a
Kragujevac.
Un gruppo di delegate e dirigenti sindacali della Zastava
guidate da Rajka, ottimo
italiano e un altrettanto ottimo lavoro legato all'adozione a
distanza dei figli di lavoratori licenziati dalle bombe, ci
aggiorna sulle condizioni disperate in cui vivono migliaia di
famiglie nella Torino jugoslava, Kragujevac. Le adozioni - a cui
hanno lavorato la Fiom, alcune Camere del lavoro italiane,
diverse RSU, Non Bombe ma solo caramelle - onlus, i
lettori del manifesto e di cui si occupa tra gli altri l'ong
romana Abc-Solidarietà e pace - sono un po' diminuite nel tempo,
ma coinvolgono ancora 1.800 bambini e bambine. Alla mancanza dei
beni di prima necessità, dice Rajka,
si aggiungono i problemi di salute, ingigantiti dalle
conseguenze dell'inquinamento provocato dai bombardamenti, in
particolare del reparto verniciatura da cui sono fuoriusciti
liquidi altamente tossici. Da anni è aperta (in Serbia, ma anche
nell'Unione europea) una polemica sull'uso delle bombe
all'uranio impoverito nel sud del paese, negato dalla Nato e per
motivi di «ordine pubblico» da Belgrado e in qualche modo
suggerito dall'aumento spaventoso di tumori e leucemie nella
popolazione della città, soprattutto tra gli operai che hanno
bonificato la fabbrica. Non esistono statistiche attendibili:
nei reparti onocologici degli ospedali di Kragujevac e Belgrado
regna la reticenza, gli epidemiologi si rifiutano di parlare con
i giornalisti. Solo sulle bombe a grappolo cominciano a
circolare i primi dati.
Così si vive e si muore nella Detroit balcanica.
I pochi fortunati che hanno
conservato un lavoro lo eseguono in condizioni impensabili,
senza pause per sette giorni a settimana.
Gli infortuni, che in
questa situazione non possono che aumentare, vengono taciuti
dagli stessi lavoratori per paura di perdere posto e stipendio.
Guerre, bombardamenti e politiche liberiste incentrate sulle
privatizzazioni hanno ridotto allo stremo una popolazione
costretta a condividere la propria miseria con quella importata
dal vicino Kosovo, i cui profughi si accalcano in poveri campi
alla periferia di Kragujevac.
Siamo vicini all'emergenza
umanitaria.