Pomigliano d'Arco

Sfida alla Fiat

Il sindacato e il nuovo sistema di relazioni imposto dall’azienda L’obiettivo della Fiom è quello di sollecitare la proprietà al rispetto del piano annunciato lo scorso 7 dicembre

di Antonio Fico

La Cgil rilancia il confronto sul processo di riconversione dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco. A un mese dall’avvio operativo del progetto che dovrebbe portare, nei propositi della casa torinese, l’impianto campano a recuperare posizioni nella speciale classifica della qualità e dell’efficienza, il primo attivo di quadri, dirigenti e delegati Fiom della fabbrica ha preannunciato lo scorso 1° febbraio un piano di proposte per lo sviluppo dello stabilimento. “Una sfida difficile – l’ha definita nel suo intervento il segretario generale nazionale Gianni Rinaldini –, che deve riportare il sindacato al centro del confronto, partendo da proposte di merito”. Già, perché la “cura Marchionne” per Pomigliano, strombazzata dai mezzi d’informazione in modo altisonante come una rivoluzione destinata a fare scuola, vista dai reparti del più grande stabilimento Fiat del Mezzogiorno, per il momento, ha assunto la faccia dura del richiamo all’ordine in fabbrica. Per operai e organizzazioni sindacali.

Risale al 10 gennaio l’episodio più eclatante: la sospensione (poi rientrata) di sette attivisti che il giorno precedente avevano promosso uno sciopero. La situazione appare difficile. Delegati sindacali guardati a vista, pressione asfissiante dei vigilanti nelle Ute (le linee di montaggio), contestazioni a non finire per i lavoratori. A cui si è aggiunta la doccia gelata dei corsi: una settimana di “rieducazione” comportamentale, a partire dal 7 gennaio, dopo di che gli operai sono stati attrezzati con pennelli e vernici per pitturare reparti e rimettere a nuovo i macchinari.

Contro il pugno di ferro dell’azienda, la Fiom si prepara a un confronto serrato. Una sfida alla Fiat che si annuncia a tutto campo: dalle relazioni sindacali all’organizzazione del lavoro, dagli investimenti sulle linee al futuro produttivo dello stabilimento. L’obiettivo è sollecitare la proprietà al rispetto dello spirito del piano “per una nuova Pomigliano”. Quello con cui Marchionne aveva annunciato lo scorso 7 dicembre due mesi di stop alla produzione senza ricorso alla cassa integrazione e 110 milioni di euro di investimenti, di cui 40 per pagare i corsi di formazione e gli stipendi dei 5.000 addetti e 70 per l’ammodernamento della fabbrica. Un progetto, in sostanza, che ha al suo centro la riorganizzazione degli impianti e del lavoro, con l’introduzione del Wcm (il World class manifacturing), una metodologia che dovrebbe migliorare le prestazioni e ridurre la percentuale di auto in uscita con difetti, la più alta della galassia Fiat Auto. Un piano che sindacati e lavoratori avevano accolto fin dall’inizio positivamente.

“In questi anni – sottolinea Massimo Brancato, segretario generale della Fiom napoletana – proprio noi avevamo sollecitato l’azienda a risolvere, con nuovi investimenti e una chiara missione produttiva, una grande contraddizione presente nello stabilimento: Pomigliano ha nello stesso tempo i lavoratori più giovani di tutta la Fiat e anche gli impianti più vecchi”. Il fatto è che l’ottica dell’azienda relativamente ai metodi da adottare per raggiungere dei risultati diverge profondamente da quella del sindacato. La Fiom sostiene a chiare lettere che “qualità del lavoro ed efficienza vanno di pari passo con un miglioramento delle condizioni di lavoro”. Il che significa riconoscere che il lavoro in catena di montaggio è cambiato e valorizzare le professionalità degli addetti. “È indispensabile – osserva ancora Brancato – riorganizzare il lavoro migliorando le relazioni con il personale”.

Soprattutto se si vuole far funzionare il Wcm, un sistema di lavoro che necessita di un forte coinvolgimento dei lavoratori, che dovrebbero segnalare in tempo reale difetti di produzione e migliorare le prestazioni in tutte le fasi della produzione. La risposta dell’azienda è andata per il momento nel senso contrario. I corsi si sono limitati a inculcare norme di comportamento, in attesa di quelli veri e propri. “Il piano formativo adesso è diretto a 266 capi area, che dal 7 febbraio formeranno a loro volta il resto dei dipendenti – sostiene Sebastiano Garofalo, il direttore dello stabilimento –. Su questo punto, siamo in disaccordo con i sindacati, che ci chiedono in parallelo dei corsi anche per tutti gli altri lavoratori. Ma la nostra posizione è inflessibile: nessuna corsia privilegiata con il personale, ci sono i capi area che stiamo formando ad hoc”.

Ribatte il coordinatore nazionale auto della Fiom, Enzo Masini: “C’è una contraddizione forte tra l’atteggiamento della Fiat e il sistema Wcm che l’azienda vuole introdurre e che richiede un coinvolgimento di tutti i livelli aziendali: reprimendo il lavoro e il sindacato in fabbrica non si va da nessuna parte”. Sullo sfondo rimane l’assenza della missione produttiva. Per il momento, Pomigliano sa solo che continuerà a produrre “147” e “159” (compreso il restyling di quest’ultimo modello). Un po’ poco per rilanciare lo stabilimento.

 

(www.rassegna.it, 7 febbraio 2008)