Emergenza redditi
Giorgio Lunghini

 
Che i salari siano bassi è stato reso evidente dalla ripresa dell'inflazione annunciata ieri dall'Istat. Ma è un fatto da tutti risaputo, in primo luogo dai diretti interessati, i lavoratori. È importante che lo abbia detto anche il governatore di Bankitalia, con certificazione del suo servizio studi, e che lo abbiano ammesso alcuni imprenditori con le loro «mance contrattuali». I salari sono però soltanto una parte del reddito nazionale. Le altre due parti sono le rendite e i profitti. Se la quota dei salari è piccola, grandi sono le quote dei profitti e delle rendite. Ciò capisce anche un bambino, e ciò insegna la buona teoria economica. La questione salariale è dunque un problema di dimensioni del reddito da distribuire e di distribuzione di questo reddito tra rendite, profitti e salari. Ed è il vero problema «politico» del paese.
Una volta che i percettori di rendite le hanno incassate, il salario (che è una variabile dipendente) dipenderà da quanto è rimasto del reddito nazionale e da quanto prende la forma di profitti. Tra rendite, profitti e salari ci sono molti intrecci, che statistici e sociologi hanno studiato; tuttavia è meglio non lasciarsi distrarre dalla sostanza della questione, economica e perciò politica.
La questione salariale può essere medicata in tre modi. Uno, oggi difficile da praticare, è che i lavoratori salariati conquistino una maggiore forza contrattuale nella distribuzione del reddito nazionale. Il secondo è che il reddito nazionale cresca tanto da consentire un aumento di tutte e tre le quote, senza inasprire il conflitto sociale: una prospettiva oggi improbabile. Il terzo modo è l'unico del quale disporrebbe un governo che prenda sul serio la questione: una redistribuzione del reddito, per via fiscale, dai percettori di redditi elevati ai percettori di redditi bassi - senza tagli della spesa pubblica.
Ci sono due ragioni che consigliano questa strada. La prima è ovvia: l'attuale diseguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza è arbitraria e iniqua. La seconda è un po' più complicata ma non meno importante. La spesa in consumi dei più ricchi, in percentuale del loro reddito, è minore di quella dei più poveri. Dunque uno spostamento di potere d'acquisto dai più ricchi ai più poveri farebbe aumentare la domanda per consumi e per questa via lo stesso reddito nazionale. Così come dovrebbero sapere quanti invece amano separare la funzione e il costo dei cittadini in quanto lavoratori, dalla loro funzione e dal loro potere d'acquisto in quanto consumatori.
La clausola «senza tagli della spesa pubblica» è cruciale. I servizi pubblici sono una parte importante del reddito reale dei cittadini più poveri. Se il loro maggior reddito monetario venisse finanziato mediante una minore spesa pubblica, anziché mediante una redistribuzione del reddito nazionale, la manovra sarebbe pura propaganda elettorale. Un concetto da ricordare mentre parte la corsa verso le urne.