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Fabio Sebastiani
B-- Capolettera -->ankitalia riconferma l'attenzione
sui redditi e le buste paga. Qual è il commento degli
economisti?
Che esista una tendenza in atto dall'inzio degli anni
novanta ormai è fuori di dubbio. I salari non sono riusciti
a partecipare alla ridistribuzione dei frutti della
produttività e a stento hanno recuparato l'aumento dei
prezzi. Contemporaneamente, i profitti hanno visto aumentare
di circa dieci punti la loro quota sul prodotto interno
lordo. Questi dati non sono una novità. La vera novità sta
nel fatto che aumenta di giorno in giorno la produzione di
ricerche e indagini come quella della Banca d'Italia sul
reddito delle famiglie che riflette questi aspetti della
distribuzione.
Secondo te cosa sta facendo scattare gli allarmi di via
Nazionale?
Molto più semplicemente, la distribuzione del reddito di
questi anni ha avuto effetti economici. Primo, perché c'è
carenza di domanda che fa sentire i suoi effetti sulla
crescita. Secondo, c'è un discorso più strutturale che per
certi aspetti viene sottolineato dalla Banca d'Italia e
riguarda la qualità del sistema produttivo. Se i salari sono
cresciuti poco è perché il sistema produttivo italiano
impiega lavoratori con basse qualifiche e con molte
flessibilità. E questo perché la competitività viene cercata
sul versante dei prezzi, dell'attacco ai diritti dei
lavoratori e della riduzione del costo del lavoro. Nella
divisione internazionale del lavoro slittiamo verso
posizioni sempre più marginali. E questo è un problema
strutturale. Non a caso in passato Draghi ha fatto richiami
anche sul nostro sistema di istruzione che non fornisce un
capitale umano adeguato a qullo che sarebbe necessario.
Questa idea del risarcimento sociale attraverso l'intervento
fiscale quali effetti può produrre?
Anche dal punto di vista fiscale i lavoratori sono in
credito. Nemmeno il fiscal drag è stato restituito. E, con
la finanziaria del'anno scorso, il cuneo fiascale ha
favorito le imprese. Quello che però è molto più vero è che
il salario è una variabile che riguarda i rapporti
contrattuali tra le parti sociali. Se l'unica fonte di
aumento fosse quella fiscale ci sarebbe un po' da
preoccuparsi. Come peraltro hanno già fatto diversi
commentatori, anche in Confindustria la richiesta di ridurre
le imposte a carico dei lavoratori viene affiancata dalla
richiesta di ridurre la spesa sociale. Quindi da una parte
c'è un taglio delle tasse, ma dall'altra le risorse liberate
in busta paga dovranno servire ad acquistare servizi che lo
Stato non forniche più. C'è anche un'altro rischio. Le
imprese vedendo che la busta paga aumenta indipendentemente
da loro possono in qualche modo sentirsi leggittimate a
ridurre il proprio impegno nella contrattazione. In qualche
modo le imprese potrebbero avvantaggiarsi di quello che è un
contributo dato ai lavoratori.
Questa idea di aumentare le buste paga attraverso la
produttività oltre a creare un po' di confusione in realtà è
una discussione truccata, non credi?
Bisogna fare una distinzione per evitare la confusione sul
ruolo della produttività. La ricchezza di un paese dipende
dalla produttività. Se per produrre le stesse cose occorre
meno tempo vuol dire che siamo più ricchi. Altra faccenda è
ritenere che impresa per impresa si possano legare i salari
agli aumetni specifici di produttività. E' un discroso non
fondato economicamente. Produttività è un concetto fisico:
tante cose prodotte in una unità di tempo. Nell'industria si
è sviluppata molto con la diffusione del progresso tecnico,
ma in molti comparti dei servizi così non è stato. Ma questo
non può significare che i lavoratori dell'industria possano
veder migliorare i loro salari di dieci e cento volte di più
rispetto ai lavoratori degli altri settori dove minore è
stato il progresso tecnico. I lavoratori hanno bisogni
comparabilmente simili e quindi non si giustificherebbero
salari così diversi legati agli incrementi di propduttività.
Se gli incrementi salariali fossero legati agli aumenti
effettivi di produttività sarebbe uno stimolo per gli
imprenditori a scegliere le tecniche produttive anche su
questa base. Il che potrebbe indurli a non procedere su
investimenti di produttività ma attestarsi su tecniche
produttive tutte basate sulla flessibilità che non dà
incrementi veri di produttività.
Cresce la percentuale di famiglie povere in Italia.
Questo si connette con la cosiddetta questione dei "bamboccioni":
dal '77 ad oggi il numero dei giovani dai 20 ai 30 anni che
resta in famiglia passa dal 54% al 73%. E' cresciuto il
tasso di bamboccioni? Se questo dato lo compariamo con la
distribuzione dei redditi tra le famiglie, vediamo che oggi
il 7% dei lavoratori dipendenti è classificato povero. Un
tempo i poveri erano quelli che non lavoravano. Oggi invece
non è più così. In più è aumentata l'iniquità distributiva.
Se il 10 % delle famiglie più ricche ha il 45% della
ricchezza totale non c'è poi da sturpirsi se i giovani poi
non riescano ad andar via di casa.
C'è poi una variabile di cui molti economisti sembrano
accorgersi solo adesso, il peso crescente della speculazione
finanziaria.
L'altro dato è che è aumenta l'indebitamento delle famiglie.
E questo è dovuto per il 6% ai mutui. Questi mutui sono a
tasso di interessante variabile e soggetti agli andamenti
dei mercati finanziari. Questo che stiamo avvertendo è
proprio un andamento del tutto oscillante senza rapporto con
l'economia reale. Hanno sì moventi finanziari ma si
ripercuotono sull'economia attraverso un'alta variabilità
dei tassi di interesse e creano insostenibilità reale.
29/01/2008 |