«Salari bassi perché
l'Italia è come la Cina»
Intervista a Roberto Pizzuti, docente di economia all'Università
La Sapienza: «Nel mondo slittiamo verso posizioni sempre più marginali»

Fabio Sebastiani
Bankitalia riconferma l'attenzione sui redditi e le buste paga. Qual è il commento degli economisti?
Che esista una tendenza in atto dall'inzio degli anni novanta ormai è fuori di dubbio. I salari non sono riusciti a partecipare alla ridistribuzione dei frutti della produttività e a stento hanno recuparato l'aumento dei prezzi. Contemporaneamente, i profitti hanno visto aumentare di circa dieci punti la loro quota sul prodotto interno lordo. Questi dati non sono una novità. La vera novità sta nel fatto che aumenta di giorno in giorno la produzione di ricerche e indagini come quella della Banca d'Italia sul reddito delle famiglie che riflette questi aspetti della distribuzione.

Secondo te cosa sta facendo scattare gli allarmi di via Nazionale?
Molto più semplicemente, la distribuzione del reddito di questi anni ha avuto effetti economici. Primo, perché c'è carenza di domanda che fa sentire i suoi effetti sulla crescita. Secondo, c'è un discorso più strutturale che per certi aspetti viene sottolineato dalla Banca d'Italia e riguarda la qualità del sistema produttivo. Se i salari sono cresciuti poco è perché il sistema produttivo italiano impiega lavoratori con basse qualifiche e con molte flessibilità. E questo perché la competitività viene cercata sul versante dei prezzi, dell'attacco ai diritti dei lavoratori e della riduzione del costo del lavoro. Nella divisione internazionale del lavoro slittiamo verso posizioni sempre più marginali. E questo è un problema strutturale. Non a caso in passato Draghi ha fatto richiami anche sul nostro sistema di istruzione che non fornisce un capitale umano adeguato a qullo che sarebbe necessario.

Questa idea del risarcimento sociale attraverso l'intervento fiscale quali effetti può produrre?
Anche dal punto di vista fiscale i lavoratori sono in credito. Nemmeno il fiscal drag è stato restituito. E, con la finanziaria del'anno scorso, il cuneo fiascale ha favorito le imprese. Quello che però è molto più vero è che il salario è una variabile che riguarda i rapporti contrattuali tra le parti sociali. Se l'unica fonte di aumento fosse quella fiscale ci sarebbe un po' da preoccuparsi. Come peraltro hanno già fatto diversi commentatori, anche in Confindustria la richiesta di ridurre le imposte a carico dei lavoratori viene affiancata dalla richiesta di ridurre la spesa sociale. Quindi da una parte c'è un taglio delle tasse, ma dall'altra le risorse liberate in busta paga dovranno servire ad acquistare servizi che lo Stato non forniche più. C'è anche un'altro rischio. Le imprese vedendo che la busta paga aumenta indipendentemente da loro possono in qualche modo sentirsi leggittimate a ridurre il proprio impegno nella contrattazione. In qualche modo le imprese potrebbero avvantaggiarsi di quello che è un contributo dato ai lavoratori.

Questa idea di aumentare le buste paga attraverso la produttività oltre a creare un po' di confusione in realtà è una discussione truccata, non credi?
Bisogna fare una distinzione per evitare la confusione sul ruolo della produttività. La ricchezza di un paese dipende dalla produttività. Se per produrre le stesse cose occorre meno tempo vuol dire che siamo più ricchi. Altra faccenda è ritenere che impresa per impresa si possano legare i salari agli aumetni specifici di produttività. E' un discroso non fondato economicamente. Produttività è un concetto fisico: tante cose prodotte in una unità di tempo. Nell'industria si è sviluppata molto con la diffusione del progresso tecnico, ma in molti comparti dei servizi così non è stato. Ma questo non può significare che i lavoratori dell'industria possano veder migliorare i loro salari di dieci e cento volte di più rispetto ai lavoratori degli altri settori dove minore è stato il progresso tecnico. I lavoratori hanno bisogni comparabilmente simili e quindi non si giustificherebbero salari così diversi legati agli incrementi di propduttività. Se gli incrementi salariali fossero legati agli aumenti effettivi di produttività sarebbe uno stimolo per gli imprenditori a scegliere le tecniche produttive anche su questa base. Il che potrebbe indurli a non procedere su investimenti di produttività ma attestarsi su tecniche produttive tutte basate sulla flessibilità che non dà incrementi veri di produttività.

Cresce la percentuale di famiglie povere in Italia.
Questo si connette con la cosiddetta questione dei "bamboccioni": dal '77 ad oggi il numero dei giovani dai 20 ai 30 anni che resta in famiglia passa dal 54% al 73%. E' cresciuto il tasso di bamboccioni? Se questo dato lo compariamo con la distribuzione dei redditi tra le famiglie, vediamo che oggi il 7% dei lavoratori dipendenti è classificato povero. Un tempo i poveri erano quelli che non lavoravano. Oggi invece non è più così. In più è aumentata l'iniquità distributiva. Se il 10 % delle famiglie più ricche ha il 45% della ricchezza totale non c'è poi da sturpirsi se i giovani poi non riescano ad andar via di casa.

C'è poi una variabile di cui molti economisti sembrano accorgersi solo adesso, il peso crescente della speculazione finanziaria.
L'altro dato è che è aumenta l'indebitamento delle famiglie. E questo è dovuto per il 6% ai mutui. Questi mutui sono a tasso di interessante variabile e soggetti agli andamenti dei mercati finanziari. Questo che stiamo avvertendo è proprio un andamento del tutto oscillante senza rapporto con l'economia reale. Hanno sì moventi finanziari ma si ripercuotono sull'economia attraverso un'alta variabilità dei tassi di interesse e creano insostenibilità reale.


29/01/2008