Roberto Santarelli (Federmeccanica) «Ma ora si cambi modo di trattare»
Dopo la chiusura del contratto delle tute blu parla Roberto Santarelli (Federmeccanica)
Francesco Piccioni

 
Roberto Santarelli, direttore di Federmeccanica, ha guidato la delegazione delle imprese nelle trattative sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici.
E' soddisfatto, dopo la firma?
Sicuramente soddisfatto perché abbiamo raggiunto l'accordo su un contratto molto complicato e difficile. Contiene un discreto risultato salariale per i lavoratori e uno equivalente, in termini di flessibilità, per le imprese. Il settore, però, ha bisogno di un di più e di meglio. Io ritengo che non è con il contratto nazionale - perlomeno come oggi è concepito - che si possono raggiungere quei risultati migliori di cui imprese e lavoratori hanno bisogno. Penso che le risposte positive devono venire dal confronto che si è aperto tra le confederazioni, con cinque tavoli annunciati dal governo - ammesso che ci sia ancora. Con particolare riferimento al tavolo su modello contrattuale e produttività.
Questo significa che la diversità strutturale delle imprese si riproduce poi anche sul piano contrattuale e salariale.
Non c'è ombra di dubbio che viviamo in un mondo in cui, all'interno del mondo produttivo, prevale il segno della diversità rispetto a quello dell'omogeneità, che poteva essere tipico degli anni settanta. In una fase postfordista di globalizzazione dei mercati, è chiaro che tutto è cambiato. Voler affrontare una fase nuova con uno strumento vecchio - mi riferisco al contratto nazionale, inchiodato al suo attuale assetto - non è né utile né produttivo. Ripeto, sia per le imprese che per i lavoratori.
Gli ultimi dati dicono che la contrattazione aziendale è in drastico calo sia nelle piccole che nelle grandi imprese.
Fin tanto che avremo un contratto nazionale così pesante e invadente, com'è oggi, che rafforza la sua presa invece di diminuire, questo ha le sue conseguenze sul livello aziendale. Tanto più pesa un livello, tanto meno pesa l'altro. In qualche modo gli equilibri vanno mantenuti. E' questa la scelta che dobbiamo fare: dobbiamo trovare nuove regole e una nuova disciplina.
Non la spaventa il rischio di una giungla dove dentro ogni capannone vige un sistema di regole differente?
Ma no! Viviamo in una paese che, nonostante tutte le difficoltà, è una potenza industriale. Credo ci debbano essere delle regole di garanzia che valgano per tutti, e il contratto nazionale può avere questo ruolo. Però poi il fulcro del sistema di relazioni, la contrattazione delle regole relative a salario, flessibilità, altri istituti, deve essere sempre più spostato verso l'azienda. E' lì che si trovano le giuste compensazioni e i meccanismi che incentivano la crescita della produttività, che è assolutamente necessaria al paese e da cui solamente possono derivare trattamenti salariali migliori che quelli che oggi abbiamo. E' quello che ci dice oggi anche il governatore Draghi.
In concreto, quali garanzie dovrebbe dare il contratto nazionale?
La discussione è aperta. Ad esempio, con il contratto dei metalmeccanici, abbiamo introdotto un istituto di assoluto interesse, che è l'elemento perequativo. Una garanzia per i lavoratori meno tutelati dal punto di vista sindacale, che però non inficia la specificità aziendale, che deve esserci e va trovata. Bisogna sforzarsi di trovare soluzioni che contemperino le esigenze di differenziazione che ogni impresa ha - compresa quella di pagare di più e meglio il lavoro laddove questo sia più produttivo - rispetto a un tessuto minimo di garanzie (che va determinato nella dialettica del confronto, è evidente) che deve riguardare tutti i lavoratori e tutte le imprese del settore. Questo è il punto di equilibrio e l'innovazione che dobbiamo creare. Serve un po' di coraggio e un po' di fantasia.
La produttività dipende dalla capacità dell'impresa di fare innovazione oppure dall'aumento brutale dei ritmi o dell'orario di lavoro. Le imprese italiane, negli ultimi 15 anni, hanno beneficiato di grandi aperture sulla flessibilità (contratti atipici, ecc), ma per la produttività sembra essere stato addirittura un danno.
Non condividerei questa valutazione. Entrambi gli elementi debbono concorrere ad innalzare la produttività. Ci vuole molta innovazione di processo e di prodotto, più soluzioni organizzative, più qualità, più risorse di ricerca e sviluppo... Dobbiamo poter collocare il paese su un gradino più alto nella divisione del lavoro. Ma tutto questo non può essere disgiunto da una prestazione di lavoro più efficace. Se n'è accorto tutto il mondo, dalla Germania alla Spagna. Solo noi continuiamo con queste impostazioni un po' retrò, che non ci fanno avanzare su questa strada. Questo contratto contiene la parificazione operai-impiegati, che è stata una proposta di Federmeccanica. Sta significare che le imprese sono attente a questi problemi. Nel momento in cui torna a essere riproposta la «questione operaia», noi diamo il segno che vogliamo valorizzare il lavoro operaio e portarlo a un livello di dignità superiore. E' chiaro però che tutto questo deve essere compatibile con i conti aziendali, perché questo è il punto. Alla fine abbiamo un bilancio di costi e ricavi, e se il segno è rosso vuol dire che qualcosa non funziona.