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Gemma Contin
C-- Capolettera -->hi ha vinto e chi ha perso, con
questa firma del contratto nazionale dei metalmeccanici?
Il dubbio alimenta le polemiche non tanto dal lato dei
lavoratori - dato il coro consenziente della politica che,
più degli stessi sindacati, tira un respiro di sollievo per
una soluzione ottenuta tutto sommato in tempi celeri e senza
eccessivi scossoni nel Paese - quanto dal lato delle
imprese, che ieri sono ritornate sulla questione con il
presidente uscente di Confindustria Luca Montezemolo e con
quella entrante (forse) Emma Marcegaglia, che dal palco di
Bologna, dove si teneva un dotto seminario su innovazione
investimenti e infrastrutture, non ha mancato di rimarcare
che quando si parla di contrattazione nazionale ci si muove
nel solco di una vecchia metodologia di concepire i rapporti
tra le parti sociali.
E mentre le tute blu vengono espunte dalle "rappresentanze
alte" (o almeno visibili) del Partito democratico, i vertici
del padronato chiedono a gran voce e rilanciano «un nuovo
sistema di contrattazione», un minuto dopo aver
"conquistato" un altro sabato di flessibilità e la prossima
scadenza senza conflitti a non prima di trenta mesi - come
se l'inflazione non si mangiasse il potere d'acquisto dei
salari mese dopo mese, dismessa da vent'anni la "vecchia"
scala mobile - e dopo aver "ceduto" su 127 euro di aumento
"medio" distribuito in tre scaglioni nel prossimo anno e
mezzo.
«In un paese civile - spiega la presidente degli industriali
in pectore - non si può arrivare a blocchi stradali che
penalizzano le imprese e gli altri cittadini. In secondo
luogo non possiamo andare avanti con assetti contrattuali
che risalgono a 35 anni fa. Noi spingiamo fortemente perché
ci sia un legame molto stretto tra contratti e produttività,
quindi bisogna fare un salto verso un assetto contrattuale
aziendale. Il contratto nazionale deve rimanere come un
paracadute - precisa il suo pensiero Marcegaglia - ma i veri
aumenti sono quelli che bisogna dare a livello aziendale.
Laddove le aziende vanno meglio, laddove si lavora meglio,
bisogna pagare di più. Questo è l'unico modo per aumentare
produttività e competitività delle imprese e per pagare di
più i lavoratori, perché non vi è dubbio che in Italia c'è
un problema salariale serio».
La candidata alla successione di Montezemolo si spinge
oltre, entrando a gamba tesa nella discussione di politica
redistributiva sul tappeto, inviando al governo un segnale
preliminare e preventivo: «Il patto per l'Italia proposto da
Prodi va bene purché non si concluda con una riduzione di
tasse generalizzata, che non porterebbe alcun vantaggio
reale e duraturo ai lavoratori e non farebbe fare un passo
avanti al Paese». Per la signora di Viale dell'Astronomia
«prima di ridurre le tasse bisogna creare un grande piano di
produttività fatto di investimenti e innovazione e maggiore
flessibilità e - ça va sans dire - su uno spostamento molto
forte della contrattazione a livello aziendale».
Se non è già un programma per i prossimi due mandati alla
presidenza dell'associazione che garantisce e rappresenta
gli interessi degli industriali italiani, è sicuramente
l'enucleazione dei non pochi "pallini" che l'attuale
vicepresidente con delega all'ambiente energia e relazioni
industriali insegue da anni, non facendo mistero del suo
"credo" e della ricetta da adottare per un sistema
industriale "moderno".
Gli vanno dietro senza tentennamenti i rappresentanti delle
cooperative, che con il presidente di Legacoop Giuliano
Poletti hanno detto di essere «soddisfatti che si sia
raggiunto l'accordo perché era tempo che il contratto si
chiudesse, anche se è evidente che le modalità contrattuali
sono segnate dal tempo», e le categorie commerciali, che con
Carlo Sangalli ieri hanno fatto sapere che «ora speriamo di
chiudere il contratto del commercio», scaduto da quasi un
anno per oltre due milioni di addetti.
Approvazione piena - quasi un'investitura - da parte di Luca
Montezemolo, il quale ribadisce che il contratto tra
metalmeccanici e Federmeccanica «è un accordo "che dovevamo
firmare", positivo se guardato nell'ottica tradizionale ma
se guardiamo alle "occasioni perdute" vediamo che si poteva
fare molto meglio. Non si può più ragionare con un rigido
contratto nazionale che non tiene conto delle diversità
geografiche in cui operano le imprese - insiste Montezemolo
- non si può continuare a essere "prigionieri di rituali"
che non fanno gli interessi di chi lavora nelle imprese».
E' finita «una stagione di trattative e un certo tipo di
fare trattative», avverte il presidente uscente degli
imprenditori, che è anche - meglio ricordarlo - presidente
della Fiat e della Ferrari, capo del polo del lusso Charme,
"past president" di quella Federazione italiana editori
giornali, oggi nelle mani dell'ex ambasciatore craxiano
Boris Biancheri, che da tre anni rifiuta di sedersi al
tavolo delle trattative per il rinnovo del contratto
nazionale dei giornalisti.
«Con la firma di questo contratto, che ha sempre rivestito
una rilevanza particolare, è finita la stagione della
conflittualità esasperata», apprezza Montezemolo, supportato
dal governatore dell'Abruzzo ex segretario della Cgil
Ottaviano Del Turco, «le imprese hanno dato un segnale di
forte responsabilità, anche nell'interesse generale del
Paese, evitando una drammatica degenerazione del conflitto».
Come si dice: uomo avvisato, mezzo salvato. Lo ha ribadito
anche "il falco" di Federmeccanica Massimo Calearo: «Adesso
servono interventi che rendano più competitive le imprese».
22/01/2008 |