I sindacati chiedono risposte chiare sulla «questione salariale», altrimenti si sciopera il 15 febbraio

«Mobilitazione» generale, per ora


 

Francesco Piccioni Roma

Non un licenziamento, ma un preavviso di otto giorni. I tre sindacati confederali hanno deciso che il tempo delle attese - per timore di compromettere i delicati equilibri politici che tengono in piedi questo governo - è finito. Ma non è neppure il tempo dello scontro frontale, perché (per usare le parole del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni) «siamo consapevoli che dopo questo governo ce ne sarà probabilmente uno peggiore».
La svolta, ormai più che matura, è arrivata ieri mattina con la riunione dei direttivi unitari di Cgil, Cisl e Uil. Al centro c'era la questione dei salari, che tutti riconoscono troppo bassi ma che nessuno sembra davvero intenzionato ad aumentare (di sicuro non le imprese, che pongono seri ostacoli al rinnovo dei contratti per metalmeccanici e commercio). L'altro soggetto che può agire sul salario è il governo, con la leva fiscale, modificando le aliquote (soluzione che però premierebbe probabilmente anche molti evasori fiscali) oppure aumentando le detrazioni per il lavoro dipendente e i pensionati. Il problema è che questa soluzione è gravosa per i conti pubblici, ancora in via di risanamento; perché i lavoratori guadagnano davvero poco, ma sono anche gli unici (insieme ai pensionati) che sicuramente non possono evadere le tasse. E quindi il loro gettito copre circa il 70% delle entrate relative. Il rischio, quindi, è di trovarsi davanti - alla fine - un'operazione che «redistribuisce» qualche spicciolo, che non modifica la capacità di spesa delle famiglie e contemporaneamente apre buchi troppo grandi nei bilanci dello stato.
L'interprete più arcigno della difesa dei conti è istituzionalmente - e convintamente - il ministro dell'economia, Tommaso Padoa Schioppa. Il quale, alle prime avvisaglie di riduzione del carico fiscale sui lavoratori, ha immediatamente posposto ogni valutazione a dopo la Trimestrale di cassa (tra marzo e aprile) e quindi ogni decisione operativa a giugno (con la stesura del Dpef). «Tempi troppo lunghi», hanno commentato tutti gli interventi di ieri mattina nella sala di via Rieti. Ne va della «credibilità del sindacato», ha sintetizzato ancora Bonanni, e «questa Parigi (la salvezza del governo, ndr) non vale questa messa» (la perdita di consenso del sindacato).
Non è stata una decisione facile, né presa a cuor leggero. La prova sta nelle difficoltà sorte al momento di stendere il testo, con l'evidente imbarazzo a mettere nero su bianco la parola «sciopero generale». I tre segretari generali hanno preferito il termine «mobilitazione», argomentando nell'immediato sulla necessità di coinvolgere i pensionati, tecnicamente impossibilitati a scioperare. Ironia abbastanza greve in sala (la lunga militanza di questi dirigenti ha reso ognuno più che esperto nella decrittazione dei messaggi. E quando Giorgio Cremaschi, coordinatore della Rete28Aprile della Cgil, ha dato parola al pensiero di tanti («capisco che lo sciopero non lo faremo, ma se non altro possiamo scriverlo») ha ricevuto una buona metà di applausi.
La risposta di Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, è stata pronta, ma non superava l'obiezione: «se non ci sono risposte chiare dal governo, è chiaro che ci sarà lo sciopero, altrimenti ci saranno pressioni; non ha senso per questo forzare la terminologia». Più o meno la stessa giustificazione di Bonanni (non parliamo di sciopero esclusivamente per senso di responsabilità»), mentre Luigi Angeletti (pari grado nella Uil) avrebbe voluto lo sciopero: «per noi i tempi non sono quelli del ministro dell'Economia: entro fine gennaio ci devono chiamare al tavolo e ci devono dire che ci sarà una riduzione delle tasse sui lavoratori dipendenti e i pensionati. E' l'unico atto che può fermare lo sciopero generale del 15 febbraio».
Comunque sia, la decisione di ieri mette il governo davanti alla necessità di «fare qualcosa» sui salari prima dei tempi (e indipendentemente dalle condizioni) già fissati da Padoa Schioppa. Anche perché - parole ancora di Bonanni - non sarà più accettato «il modo di procedere adottato nella discussione sul protocollo sul welfare». Quando il ministro Damiano tesseva una tela «aperta» alle posizioni sindacali e l'uomo di via XX Settembre la disfaceva ogni giorno.