Francesco Piccioni Roma
Non un
licenziamento, ma un preavviso di otto
giorni. I tre sindacati confederali hanno
deciso che il tempo delle attese - per
timore di compromettere i delicati equilibri
politici che tengono in piedi questo governo
- è finito. Ma non è neppure il tempo dello
scontro frontale, perché (per usare le
parole del segretario generale della Cisl,
Raffaele Bonanni) «siamo consapevoli che
dopo questo governo ce ne sarà probabilmente
uno peggiore».
La svolta, ormai più che matura, è arrivata
ieri mattina con la riunione dei direttivi
unitari di Cgil, Cisl e Uil. Al centro c'era
la questione dei salari, che tutti
riconoscono troppo bassi ma che nessuno
sembra davvero intenzionato ad aumentare (di
sicuro non le imprese, che pongono seri
ostacoli al rinnovo dei contratti per
metalmeccanici e commercio). L'altro
soggetto che può agire sul salario è il
governo, con la leva fiscale, modificando le
aliquote (soluzione che però premierebbe
probabilmente anche molti evasori fiscali)
oppure aumentando le detrazioni per il
lavoro dipendente e i pensionati. Il
problema è che questa soluzione è gravosa
per i conti pubblici, ancora in via di
risanamento; perché i lavoratori guadagnano
davvero poco, ma sono anche gli unici
(insieme ai pensionati) che sicuramente non
possono evadere le tasse. E quindi il loro
gettito copre circa il 70% delle entrate
relative. Il rischio, quindi, è di trovarsi
davanti - alla fine - un'operazione che «redistribuisce»
qualche spicciolo, che non modifica la
capacità di spesa delle famiglie e
contemporaneamente apre buchi troppo grandi
nei bilanci dello stato.
L'interprete più arcigno della difesa dei
conti è istituzionalmente - e convintamente
- il ministro dell'economia, Tommaso Padoa
Schioppa. Il quale, alle prime avvisaglie di
riduzione del carico fiscale sui lavoratori,
ha immediatamente posposto ogni valutazione
a dopo la Trimestrale di cassa (tra marzo e
aprile) e quindi ogni decisione operativa a
giugno (con la stesura del Dpef). «Tempi
troppo lunghi», hanno commentato tutti gli
interventi di ieri mattina nella sala di via
Rieti. Ne va della «credibilità del
sindacato», ha sintetizzato ancora Bonanni,
e «questa Parigi (la salvezza del governo,
ndr) non vale questa messa» (la perdita di
consenso del sindacato).
Non è stata una decisione facile, né presa a
cuor leggero. La prova sta nelle difficoltà
sorte al momento di stendere il testo, con
l'evidente imbarazzo a mettere nero su
bianco la parola «sciopero generale». I tre
segretari generali hanno preferito il
termine «mobilitazione», argomentando
nell'immediato sulla necessità di
coinvolgere i pensionati, tecnicamente
impossibilitati a scioperare. Ironia
abbastanza greve in sala (la lunga militanza
di questi dirigenti ha reso ognuno più che
esperto nella decrittazione dei messaggi. E
quando Giorgio Cremaschi, coordinatore della
Rete28Aprile della Cgil, ha dato parola al
pensiero di tanti («capisco che lo sciopero
non lo faremo, ma se non altro possiamo
scriverlo») ha ricevuto una buona metà di
applausi.
La risposta di Guglielmo Epifani, segretario
generale della Cgil, è stata pronta, ma non
superava l'obiezione: «se non ci sono
risposte chiare dal governo, è chiaro che ci
sarà lo sciopero, altrimenti ci saranno
pressioni; non ha senso per questo forzare
la terminologia». Più o meno la stessa
giustificazione di Bonanni (non parliamo di
sciopero esclusivamente per senso di
responsabilità»), mentre Luigi Angeletti
(pari grado nella Uil) avrebbe voluto lo
sciopero: «per noi i tempi non sono quelli
del ministro dell'Economia: entro fine
gennaio ci devono chiamare al tavolo e ci
devono dire che ci sarà una riduzione delle
tasse sui lavoratori dipendenti e i
pensionati. E' l'unico atto che può fermare
lo sciopero generale del 15 febbraio».
Comunque sia, la decisione di ieri mette il
governo davanti alla necessità di «fare
qualcosa» sui salari prima dei tempi (e
indipendentemente dalle condizioni) già
fissati da Padoa Schioppa. Anche perché -
parole ancora di Bonanni - non sarà più
accettato «il modo di procedere adottato
nella discussione sul protocollo sul welfare».
Quando il ministro Damiano tesseva una tela
«aperta» alle posizioni sindacali e l'uomo
di via XX Settembre la disfaceva ogni
giorno.