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I lavoratori dell’Ipercoop di
Sesto San Giovanni riuniti in assemblea il 20 dicembre 2007, votano
a stragrande maggioranza la proposta di organizzare uno sciopero per
protestare contro l’aumento del lavoro domenicale. Lo sciopero
doveva tenersi sabato 22 dicembre, in concomitanza con lo sciopero
nazionale per il contratto del commercio (nel quale il settore della
distribuzione cooperativa non era stato coinvolto). Solo
l’intervento dell’apparato sindacale ha impedito che si tenesse
l’iniziativa di lotta programmata dai lavoratori. L’esperienza di un
lavoratore dell’Ipercoop.
IL CONFLITTO DI CLASSE ESISTE ANCHE ALLA COOP!
di Giuseppe Lania (Rsu Ipercoop Sesto San Giovanni)
L’idea di organizzare lo sciopero, nasceva dalla constatazione che
non era possibile accettare l’ennesimo peggioramento delle nostre
condizioni di lavoro senza cercare di opporsi. La Regione Lombardia
ha recentemente varato (il 28 novembre scorso) la legge sull’aumento
del lavoro domenicale negli esercizi commerciali, proposta di cui si
parlava da oltre un anno e sulla quale il sindacato non ha mai
mobilitato i lavoratori in iniziative di sciopero. Questo nonostante
è evidente il peggioramento che l’aumento del lavoro domenicale
rappresenta per i lavoratori del commercio, già martoriati da
livelli impressionanti di precarietà e flessibilità, con già tutti i
sabati lavorativi obbligatori e con orari che si allungano sempre di
più nella fascia serale. Aumentare le domeniche lavorative in una
realtà come quella del commercio, rappresenta un attacco spudorato
alla qualità di vita dei lavoratori, vuol dire rendere ancora più
difficile riuscire a costruirsi una vita sociale fuori dal lavoro.
Per inciso l’approvazione di questa legge è avvenuta senza che il
sindacato informasse neppure noi delegati sindacali. La verità è che
una parte del sindacato non è poi così contraria al lavoro
domenicale (“perché la società cambia”, “perché si dà un servizio al
cliente”, ecc.); ma soprattutto è evidente come c’è chi nel
sindacato vede con terrore qualsiasi vaga idea di conflitto, per cui
si è scelto semplicemente di tacere la cosa. Ricordo che in Coop è
da tempi biblici che non si vede uno sciopero, qui la lotta è come
se fosse proibita: a differenza dell’altra parte del commercio, non
è stata indetta neppure un'ora di sciopero per il contratto
nazionale, né per il contratto integrativo, né per le domeniche o
altro. L’ultimo sciopero che ha coinvolto i lavoratori Coop è stato
quello (di sole 4 ore) dell’autunno 2005, contro la finanziaria del
governo Berlusconi… Ci chiediamo: perché la Coop deve essere
trattata diversamente dalle altre aziende, quando nel concreto i
problemi che vivono i lavoratori in Coop sono i medesimi di quelli
delle altre catene commerciali?
Questa questione non sfugge del tutto ai lavoratori e nell’ultimo
periodo ha contribuito a generare una sfiducia generale verso il
sindacato, visto come connivente con l’azienda. Nell’ultimo anno,
nel nostro negozio, le assemblee sono state sempre meno partecipate.
Addirittura l’assemblea svolta ad ottobre sul protocollo del Welfare
ha visto appena 11 partecipanti su 200 lavoratori (i votanti al
referendum sono stati 46, vinto dai favorevoli al protocollo per
soli due voti).
Se occasione poteva esserci per organizzare una lotta era questa, il
tema delle domeniche è molto sentito tra i lavoratori ed è di facile
comprensione. Questa era l’occasione per tentare di rompere una
situazione soffocante di pace sociale, apatia e individualismo, che
rischia di travolgere tutto il sindacato.
LA PROCLAMAZIONE DELLO SCIOPERO
Nella Rsu siamo solo due lavoratori, entrambi della Cgil. Anche se
l’altro delegato è sempre stato sulle posizioni della maggioranza
della Cgil – mentre io sostengo le posizioni della sinistra
sindacale Rete 28 aprile – su questa questione delle domeniche
eravamo entrambi d’accordo a scioperare. Alla fine anche il
funzionario Filcams, interpellato dalla Rsu, si era detto d’accordo
con lo sciopero, non tanto perché fosse convinto, ma perché pensava
che tanto i lavoratori non ci avrebbero seguito. Invece, l’idea che
questa questione delle domeniche fosse sentita dai lavoratori e che
su questo si poteva creare un clima combattivo nel negozio, si è
rivelata assolutamente corretta. Le assemblee convocate sono state
le più partecipate dell’intera storia del nostro negozio e hanno
votato in modo massiccio il sì allo sciopero. Parteciperanno alle
assemblee 68 lavoratori, che nel nostro settore sono un numero molto
elevato. Di questi ben 63 si sono espressi per lo sciopero, 5
astenuti, 0 contrari.
Le assemblee si sono svolte due giorni prima dello sciopero e sono
state tenute dalla sola Rsu. Sono stati spiegati i termini della
legge approvata e l’ingiustizia che ci stanno perpetrando. Va
ricordato che con i contratti di assunzione che ha usato Coop negli
ultimi anni, non esiste né una facoltatività, né alcuna rotazione
rispetto al lavoro domenicale, semplicemente se il negozio è aperto
la domenica siamo obbligati a lavorare.
Nelle assemblee è stato spiegato bene un concetto: è evidente che
non basta uno sciopero per cambiare una legge, per fare questo serve
un movimento di lotta più ampio. Ma sì, possiamo dare un segnale
chiaro all’azienda, che non siamo d’accordo con questo
peggioramento. Possiamo dare un segnale importante ai clienti, se
gli spieghiamo che fare la spesa la domenica comporta un disagio ai
lavoratori, che si può fare benissimo la spesa durante la settimana,
questo può essere capito. Negli anni ’80 quando i negozi chiudevano
alle 19.30 e la domenica erano sempre chiusi, non è che c’erano le
masse affamate che reclamavano un supermercato aperto. Infine, lo
sciopero serviva da segnale anche ai lavoratori degli altri negozi.
Se da noi lo sciopero veniva bene, inevitabilmente questo avrebbe
spinto altre Rsu o, comunque, altri lavoratori, a porsi nell’ottica
di protestare contro il lavoro domenicale, non siamo certo gli unici
lavoratori che osteggiano questo peggioramento. Quello che era
sicuro è che se non facevamo nulla, non solo era certo che l’azienda
applicava la legge, ma si creavano le condizioni per futuri
peggioramenti.
Altra cosa importante che è stata fatta nelle assemblee, è l’aver
spronato i lavoratori a porsi in modo attivo, spiegando agli altri
colleghi che non erano venuti in assemblea (perché di riposo, o
perché lavoravano in orari lontani dalle assemblee, ecc.) la
giustezza dello sciopero, dando i volantini, ecc. Ed è quello che
hanno fatto. Non esagero nel dire che nel giro di un giorno, il
clima nel mio negozio era totalmente cambiato rispetto a quello
visto in questi quattro anni e mezzo. Una volta innescata la lotta
di classe ha una dinamica tutta sua. Era impressionante vedere, come
nelle ore successive alla proclamazione dello sciopero, tutta una
serie di lavoratori venirmi a dire che avrebbero fatto sciopero
convinti da altri colleghi, sono venute persino delle promoter (che
non sono dipendenti di Coop) a dirmi che sabato 22 non sarebbero
venute a lavorare per solidarietà. C’era gente che non aveva mai
partecipato a nessuna assemblea in vita sua, eppure aveva deciso di
scioperare. Tutto era pronto, avevamo anche un volantino da
utilizzare al presidio esterno al negozio rivolto ai clienti.
LA REVOCA DELLO SCIOPERO
Quello che è avvenuto è chiaro. Appena abbiamo consegnato la
comunicazione di proclamazione dello sciopero all’azienda, la Coop
ha fatto pressioni sulla Cgil per convocare un incontro urgente per
il giorno successivo. Non è possibile sapere cosa è successo nei
piani alti della struttura sindacale, quello che è certo è che dopo
la proclamazione dello sciopero l’atteggiamento del funzionario
sindacale era completamente cambiato: la mia era una “posizione
politica” di cui me ne assumevo le conseguenze, preconcetta per lo
sciopero, che io non ero necessario alla trattativa e che avrebbe
deciso la struttura “insieme alla Rsu che ci sta”. L’altro delegato
di fronte alle pressioni della struttura sindacale, si era
immediatamente allineato. Era evidente che stavano preparando una
revoca dello sciopero.
Alla trattativa, venerdì 21, erano venuti anche i massimi dirigenti
di Coop Lombardia, mentre per la delegazione del sindacato c’erano
due funzionari Cgil, più noi due della Rsu. Riassumendo la
trattativa, l’azienda era disposta a tutto pur di revocare lo
sciopero, si sono detti aperti a risolvere tutti i problemi interni
che da oltre un anno avevamo posto come Rsu senza ottenere risposte
(passaggi livello, riproporzionamenti, calendari annuali dei turni,
ecc.). I funzionari prendono la palla al balzo e inizia l’altra
trattativa: io che volevo fare comunque lo sciopero e gli altri tre
che non ne volevano più sapere. Non riuscendo a sbloccare la
situazione, vado anche a prendere un lavoratore di quelli più
avanzati e lo porto alla riunione, cercando di fare di tutto per
convincere almeno l’altro delegato; se la struttura sindacale non
voleva più lo sciopero potevamo almeno mantenerlo come sola Rsu. Ma
anche questo non è servito, l’altro delegato sotto la pressione dei
funzionari adesso sosteneva persino che lo sciopero non serviva a
niente. Alla fine mi sono ritrovato in minoranza e non ho potuto
evitare la revoca dello sciopero. Ho potuto solo assicurarmi che
tutta la vicenda sia di nuovo discussa tra i lavoratori in una nuova
tornata di assemblee. Certo, sotto la minaccia dello sciopero,
l’azienda è stata costretta a mettere per iscritto un verbale di
accordo che recepisce tutta una serie di concessioni per i
lavoratori, richieste che da tempo ponevamo. L’accordo impegna
l’azienda a: passaggi di livello entro gennaio nei reparti previsti
dal contratto, la consegna di calendari mensili e annuali dei turni
al posto di quelli settimanali (cosa che in tutti gli incontri
precedenti veniva sempre considerata “impossibile”), miglioramenti
riguardo alla comunicazione dei turni delle cassiere e una
calendarizzazione di incontri esplicitamente finalizzati ai
riproporzionamenti (cioè per passare a più ore contrattuali i
lavoratori part-time che ne hanno fatto richiesta). Se tutto quello
che si è ottenuto è positivo per i lavoratori, il problema è che
riguardo alle domeniche siamo ancora al punto di partenza.
LE ASSEMBLEE
Alle assemblee svolte il 28 dicembre parteciperanno 50 lavoratori.
Il funzionario ha cercato di prendere tutto il tempo a disposizione
per parlare solo dell’accordo, senza toccare il tema delle
domeniche. Poi, quando il tema veniva affrontato, invece di spiegare
come potevamo contrastare questa legge ingiusta, si è cercato
semplicemente di convincere i lavoratori che sulle domeniche non
dovevamo fare nulla. Tutti i ragionamenti del funzionario, erano i
soliti luoghi comuni a favore del lavoro domenicale, come il fatto
di paragonare il lavoro domenicale che facciamo nel negozio a quello
di chi lavora in ospedale (!), o il fatto che così la Coop guadagna
di più e questo è anche nel nostro interesse (!), che non si può
andare contro le leggi approvate e chi lo fa è nell’illegalità (!),
ecc. Proprio un bel modo di convincere i lavoratori che il sindacato
fa di tutto per difendere i nostri interessi!
Quello che ho spiegato è che se si erano ottenute delle concessioni
- nel giro letteralmente di un giorno dopo che in un anno l’azienda
sosteneva che le stesse erano impossibili - dimostra solo che la
lotta è cento volte più efficace di tanti incontri verbali. Ma se
eravamo riusciti ad ottenere alcune cose (che per la verità già ci
spettavano), sulle domeniche eravamo a punto daccapo. Lo sciopero
andava mantenuto ed è necessario mettere in campo delle iniziative
contro il lavoro domenicale. Non si può dire che ormai c’è una legge
e non possiamo fare nulla, se una legge è sbagliata è nostro dovere
opporci e tentare di cambiarla. Forse che la legge 30 sulla
precarietà non è stata approvata e non è comunque nostro dovere fare
di tutto per cambiarla? Soprattutto, bisogna finirla di parlare
sempre e continuamente del problema, agitato in toni minacciosi, di
come vanno male gli affari a Coop e che è nel nostro interesse che
aumentino i profitti dell’azienda (e quindi se ne deduce che va
concesso l’aumento del lavoro domenicale). Concentriamoci a
discutere in modo serio del problema dei nostri salari e dei nostri
interessi di lavoratori, che si possono difendere solo iniziando ad
organizzare iniziative di lotta.
Le assemblee sono finite senza una proposta operativa unitaria. E’
del tutto evidente, ormai, che non è possibile portare avanti
nessuna lotta, né alcuna trattativa seria con l’azienda, se prima
non si elegge una nuova Rsu più forte numericamente e su posizioni
combattive. Il tentativo di organizzare lo sciopero non è riuscito.
Però, non è stato tutto inutile. La cosa più importante che si è
ottenuto è che una fetta di lavoratori ha preso maggiore coraggio e
consapevolezza della propria forza. Diversi lavoratori sono emersi
in tutta questa vicenda, magari persone che prima non venivano mai
in assemblea e adesso hanno capito che non solo è importante
partecipare, ma che è indispensabile intervenire e impegnarsi in
prima persona per cercare di cambiare le nostre condizioni.
CONCLUSIONI
Questa vicenda dimostra, nel suo piccolo, il livello di
degenerazione a cui è arrivata una parte del sindacato. Ovviamente,
niente di assolutamente nuovo, ma forse si è scesi di un gradino al
di sotto di quello che eravamo abituati.
Questa vicenda, altresì, dimostra nel concreto come il problema
della pace sociale non è dovuto tanto ai lavoratori (che in
quest’occasione erano per lottare, eccome), ma il problema è sempre
di direzione. Sono stati i funzionari sindacali che coscientemente
hanno soffocato la conflittualità che stava emergendo.
Un’altra considerazione riguardo alla realtà di questo posto di
lavoro, tutto sommato piccolo (200 lavoratori), dove sembrava che
non c’era proprio nessun accenno di conflittualità. Eppure, a furia
di insistere, nelle assemblee e nelle discussioni, si è riusciti a
far emergere il conflitto e anche quella coscienza di classe, che si
è concretizzata nella combattività di diversi lavoratori.
L’ultima considerazione sull’importanza dei quadri. E’ del tutto
evidente come in definitiva quello che è decisivo sono sempre i
quadri su cui si può contare. E’ necessario che più lavoratori
scelgano di impegnarsi in una militanza attiva, per sviluppare
livello di coscienza e capacità di intervento. Se ci fosse stato
letteralmente anche solo un militante formato in più su cui contare,
tutto il corso di questa vicenda sarebbe stato molto diverso. Con
tutto quello che ne sarebbe conseguito in termini di nuove
possibilità che si aprivano per estendere il conflitto di classe.
beppelania@alice.it
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