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Federmeccanica non tratta
più
Rottura sul rinnovo del
contratto. Le imprese danno l'ultimatum:
meno di 100 euro «veri» e più giorni di
lavoro. Il ministro Damiano convoca oggi le
parti, separatamente
Francesco Piccioni
E venne anche in Italia
l'ora della «rupture». Solo che non si parla
del (mal)costume di un presidente de la
Republique, ma delle relazioni industriali -
i rapporti tra imprenditori e lavoratori -
vigenti all'interno di un paese.
Una rottura voluta con grande determinazione da Confindustria nelle trattative sul rinnovo del principale contratto di categoria: quello dei metalmeccanici. Una rottura rivendicata da Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica - l'associazione delle imprese del settore -, che «dopo 35 anni» pretende «un nuovo modo di vedere l'impresa, anche se ancora non è quello che volevamo noi». E visto che nessuno sembra aver chiaro come «l'impresa» consideri i rapporti con il lavoro, l'ufficio di presidenza di Federmeccanica ha presentato ieri pomeriggio una nuova proposta contrattuale che punta al «superamento della situazione attuale». Il documento era atteso dalle 10 di mattina, quando le delegazioni avevano nuovamente varcato i portici i via dell'Astronomia, sede di Confindustria. E che sarebbe stato un documento «storico» era chiaro sia per la presenza di Calearo che degli «specialisti» dei grandi quotidiani nazionali. E si sapeva anche che sarebbe stato un testo «inaccettabile» per i sindacati. Perché la posta in gioco in questa partita non è più il «merito» del contratto, ma «chi comanda»: ovvero se l'impresa possa o no essere condizionata dal lavoro. Nella conferenza stampa di presentazione Calearo ha calcato la mano come mai prima: «non è ultimativa, ma neanche trattabile: è finale». Prendere o lasciare, perché - ovviamente - «viviamo nel mercato e non possiamo andare alle calende greche». Margini di trattativa ulteriore «pari a zero». Nel merito la proposta costituiva «un passo indietro» - definizione comune di Fim e Fiom - rispetto a quanto discusso nei giorni scorsi. Calearo enfatizzava: «è giusto che la massaia sappia che abbiamo offerto 120 euro a suo marito da quest'anno». Si riferiva all'aumento salariale mensile (il sindacato ne chiedeva 117, più 30 per chi non ha la contrattazione aziendale). Ma dal primo gennaio 2008, mentre il contratto è scaduto il 30 giugno 2007. Per il pregresso offriva 250 euro una tantum e i sindacati avevano gioco facile (aritmetico) nel dimostrare che la nuova «offerta» era inferiore (96 euro) a quella precedente (100). Quasi una presa in giro l'elemento «perequativo» per i lavoratori delle piccole imprese: invece dei 5 euro precedentemente offerti se ne proponevano 7,5. A una delegata confusa tra i giornalisti, il riferimento alla «massaia» ricordava un detto delle sue parti (e anche di Calearo) sulla sposa ideale: «che la tasa, che la piasa, che la stass in casa». Aggiungendo: «ma in quale mondo vive, quello lì?». In cambio di tanta generosità salariale Federmeccanica pretende anche 2 sabati di straordinario in più e 2 «par» (permessi annuali retribuiti) in meno. Sui contratti atipici metteva come nuovo limite (prima che il dipendente maturi il diritto all'assunzione in piante stabile) 44 mesi, anche non continuativi. Sulla parificazione tra operai e impiegati, laciava fuori i nuovi assunti dalla compensazione per le 11 ore lavorative che «spariscono» passando dalla paga settimanale a quella mensile. Inevitabile, a quel punto, che Fiom, Fim e Uilm prendessero atto dell'impossibilità di continuare la trattativa. Anche se Tonino Regazzi (segretario egnerale della Uilm) si mostrava convinto (come il Fismic, l'ex Sida di stretta obbedienza Fiat) di poter andare avanti a discutere su un testo più negativo. Erano le segreterie unitarie a sciogliere definitivamente il nodo chiamando in causa il governo perché si faccia promotore della mediazione. Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, era esplicito: «la trattativa è finita, non siamo disponibili a trattare su un testo ultimativo; auspichiamo un intervento del minsitro del lavoro e del presidente del consiglio per riaprire spazi negoziali». Il segretario della Fim, Giorgio Caprioli, provava a dettare anche i tempi: «il governo ci convochi già domani» (oggi, ndr). Sempre che, però, Federmeccanica non proceda - nel direttivo fissato per oggi - a «scelte unilaterali» già promesse da Calearo. Ovvero a «concessioni» salariali e normative non contrattate. Sarebbe la fine del contratto nazionale e l'apertura di una stagione di conflitto sociale nelle fabbriche di difficile gestione per tutti. «Questa - spiegava Rinaldini - non è una questione dei meccanici, ma un problema nazionale». Cui i sindacati rispondono «decidendo nuove iniziative di sciopero». In tarda serata, e in attesa di una voce importante dell'esecutivo, il presidente di federmeccanica sembrava soddisfatto dell'allarme creato: «se il governo ci invita, noi ci andiamo. Siamo persone educate. Certo, personalmente speravo di riuscire a chiudere da solo, con i sindacati». Sul come, vista la consumata «delicatezza» diplomatica mostrata ieri, ci sarebbe forse da preoccuparsi. Francesco Piccioni Roma |