|
Dino Greco
D-- Capolettera -->iciamo la verità: a sessant'anni
dalla promulgazione della Costituzione, che ne è di quell'articolo
41 che recita, testualmente, "l'iniziativa economica privata
è libera. Non può svolgersi (si noti la formula imperativa,
ndr) in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare
danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana"? E
che ne è (comma terzo del medesimo articolo) dei "programmi"
e dei "controlli opportuni" che la legge deve predisporre
"perché l'attività economica pubblica e privata possa essere
indirizzata e coordinata a fini sociali"? Perché nella
suprema Carta sta scritto proprio così, che i fini sociali,
i diritti dei lavoratori sono sovraordinati rispetto al
profitto d'impresa. Per cui ove questi siano messi in
discussione, lo Stato deve intervenire per preservarne
l'esigibilità e rimuovere ogni impedimento. Come ognuno può
vedere l'odierna realtà ha letteralmente capovolto l'ordine
dei valori, per cui possiamo rileggere la costituzione
materiale dei rapporti sociali in questo modo: "la
sicurezza, la libertà, la dignità umana possono essere eluse
e persino calpestate ogni qual volta contrastino con la
libera attività economica, con gli interessi privati, con la
remunerazione del capitale, con la competitività
dell'impresa, ecc.". Per questo, non per altro, in fabbrica
ci si infortuna, si muore, si percepisce un salario
miserabile, si lavora precariamente e con sempre meno
diritti, mentre il sistema di protezione sociale (per chi ce
l'ha) è ridotto ad un colabrodo. Ecco allora che quando
nell'intervista a La Repubblica di sabato scorso Guglielmo
Epifani lamenta la latitanza di una parte della sinistra,
colpevole di avere "smarrito la radice popolare del lavoro
nel processo di trasformazione politica", dice senz'altro il
vero. Cosa che, tuttavia, non è il prodotto di avvenimenti
recenti. Il processo degenerativo, di annichilimento del
lavoro, si snoda con una progressiva accelerazione da oltre
vent'anni. Oggi che siamo in caduta libera e che gli effetti
sono socialmente dirompenti diventa difficile sottrarsi ad
un esame di realtà. Che se non può e non deve rimanere fine
a se stesso, estemporaneo e sterile sfogo mediatico,
risposta di un giorno all'emozione violenta per quelle
tragiche morti alla ThyssenKrupp, deve preparare una svolta.
La quale chiama in causa i padroni e le loro associazioni,
il cui cordoglio per le vittime si mischia quotidianamente
con i regimi da caserma, con l'ostruzionismo e con la
repressione quando sicurezza e dignità vengono rivendicate
nei luoghi di lavoro. Una svolta che riguarda certo le
istituzioni, il governo, i partiti, gli apparati dello
Stato, ma non risparmia le responsabilità del sindacato che
non vive su un altro pianeta. Insomma, se abbiamo i salari
più bassi e il tasso di infortuni mortali più alto d'Europa,
se il lavoro è trattato come una merce, se il diritto del
lavoro viene sostituito dal diritto commerciale, buono per
la compravendita di cose, se una perversa legislazione ha
fraudolentemente trasformato milioni di lavoratori
dipendenti in falsi lavoratori autonomi, privi di diritti,
se la precarietà è diventata ormai il connotato esistenziale
di un'intera generazione, è "solo" colpa (e certo lo è)
dell'arretratezza e della ferocia del capitalismo nostrano?
E' "solo" frutto della deriva politica liberista (che certo
c'è)? E' imputabile "solo" ad una sinistra moderata "afona"
o a quella radicale che Epifani definisce "invasiva"? Oppure
c'è da scavare anche nel ruolo del sindacato?
P-- Capolettera -->erché
quella forte ostilità che Epifani dichiara essere emersa
durante la consultazione sull'accordo per il welfare non
lascia indenni le confederazioni. E dice quanto la
contrattazione, tutta la contrattazione, non soltanto quella
aziendale, abbia retrocesso il suo campo d'azione, lasciando
al padrone ampia discrezionalità sull'organizzazione del
lavoro, sugli orari, sul salario. Attenzione a dire: "Cgil,
Cisl e Uil hanno fatto della sicurezza una priorità", come
se pigrizie, reticenze e rinunce dipendessero da vizi propri
della sola contrattazione decentrata e delle sole strutture
periferiche del sindacato. Altrimenti si corre il rischio di
nascondere - prima di tutto a se stessi - quanto pesino
sulla condizione materiale dei lavoratori scelte che, a
monte, hanno trasformato il salario in una funzione della
redditività d'impresa, hanno monetizzato splafonamenti
massicci degli orari contrattuali, hanno colonizzato il
tempo di lavoro e di vita, hanno interiorizzato la più
sfrenata flessibilità del mercato del lavoro e della
prestazione come necessità condivise, dando la stura a doppi
regimi contrattuali, hanno autorizzato la possibilità di
deroghe aziendali al contratto nazionale. Per non dire di
una pratica contrattuale che per quindici anni ha messo nel
conto la riduzione del salario (immaginando che ne avrebbero
beneficiato investimenti, innovazione e occupazione),
tenendo a riferimento un'inflazione deliberatamente
sottostimata e trascurando che i criteri adottati per
misurarne l'entità erano (e sono) manifestamente
inattendibili. Voglio dire, in sostanza, che da un clima di
generale disconoscimento del valore del lavoro, non può
germinare una tendenza virtuosa all'investimento sulla
sicurezza delle persone che diventano fatalmente mezzi
strumentali del processo di accumulazione.
La notte del 23 luglio scorso, a conclusione della
tormentata trattativa sul welfare, in un sussulto di
consapevolezza circa i limiti di quell'intesa, il Comitato
direttivo della Cgil deliberava in un suo documento che "la
Cgil svilupperà con forza una campagna di iniziative nel
prossimo autunno per una estensione delle tutele e del
lavoro stabile, con il più ampio schieramento sociale".
L'autunno è finito da un pezzo, ma di quella grande campagna
si sono perse le tracce. Ecco, se a Epifani dispiace il
termine autocritica, diciamo allora che bisogna cambiare -
come suggerisce Pier Carniti - molte scelte del passato. E
del presente. Senza la qual cosa diverremo corresponsabili
di un regresso sociale inarrestabile. E non basterà qualche
campagna propagandistica a nascondere che la campana è
suonata anche per noi.
15/01/2008
|