Manifesto per la creazione di un collettivo della Rete 28 Aprile della piana fiorentina (Calenzano, Campi, Sesto, Signa)

 

Questo testo non pretende di dire l’ultima parola sul mondo del lavoro o sulle politiche sindacali. Non siamo dei tecnici del diritto sindacale, ma dei semplici lavoratori. Qua ci limiteremo a dire la nostra su alcuni dei temi principali che oggi riguardano le nostre condizioni di lavoro. Non ci illudiamo nemmeno di fornire un programma completo, ma di iniziare solo a dare alcuni spunti. I problemi che descriveremo sono ampiamente noti: bassi salari, difficoltà ad arrivare alla fine del mese, perdita di diritti acquisiti, aumenti dei ritmi di produzione a fronte di paghe sempre più misere. Nessuno osa più negare che sia questa la nostra condizione. Eppure i mass media tendono a parlarne come se si tratti di maledizioni diaboliche, di cui nessuno ha colpa. Recentemente anche il Papa ha parlato della “precarietà” come di una calamità. Eppure qua satana non c’entra nulla: queste politiche hanno dei responsabili precisi, con nomi e cognomi, a partire dalle aziende che da anni macinano profitti enormi a spese del nostro reddito.

 

1.   Luglio 1993: l’inizio della fine

 

All’inizio degli anni ’90 fu abolito ciò che restava del cosiddetto meccanismo della scala mobile dei salari, secondo cui le retribuzioni erano automaticamente agganciate all’inflazione, all’aumento del costo della vita. L’unica parte del salario che tutt’oggi rimane sottoposta ad un meccanismo di scala mobile è il Tfr, la liquidazione, che si rivaluta dell’1,5% più il 75% dell’inflazione. Quando un lavoratore versa il proprio Tfr in un fondo pensione privato non solo lega i propri soldi alle dinamiche incerte dei mercati finanziari, ma perde di fatto l’ultimo pezzo di scala mobile che gli era rimasta.

Ci venne raccontato che era necessario abolire la scala mobile perchè era causa di una spirale inflazionistica “aumento dei salari-aumento dei prezzi-aumento dei salari”. A quindici anni di distanza questo argomento è stato provato essere falso nella teoria e soprattutto nella pratica: i prezzi dei generi alimentari, ad esempio, sono in termini relativi ad uno dei punti più alti degli ultimi 20 anni.

Con gli accordi del luglio del 1993 veniva poi inaugurata la cosiddetta politica della concertazione tra Governo, direzioni sindacali e Confindustria. La promessa era che al posto della scala mobile ci sarebbero stati rinnovi biennali della parte economica dei contratti, con aumenti salariali concordati e in base all’inflazione programmata.

Negli anni la concertazione non si è rivelata altro che una politica di moderazione sindacale: ogni passo indietro ha preparato ulteriori arretramenti. Prima ci hanno tolto la scala mobile, promettendoci di recuperare l’inflazione nella contrattazione nazionale. Oggi arrivano invece a mettere direttamente in discussione lo stesso contratto nazionale. Nel frattempo i salari sono crollati a picco.

 

2.   Salari sempre più giù, profitti sempre più su

 

L’ultima indagine Ires-Cgil non lascia dubbi: negli ultimi 5 anni si sono persi quasi 1900 euro di stipendio. Ma se si considera un arco di tempo più lungo ci si rende conto ancora di più di quale fine abbia fatto l’enorme ricchezza prodotta dal nostro lavoro: dal 1993 al 2006 la crescita di produttività è andato per l’87% alle imprese e appena il 13% al lavoro. Dal 1995 al 2006 i profitti realizzati dalle aziende per ogni dipendente sono cresciuti di quasi il 90% mentre le retribuzioni del 4,8%.

Gli anni della concertazione sono coincisi con un enorme spostamento della ricchezza a favore dei redditi più alti. Secondo dati della Banca d’Italia da metà degli anni ’90, nel giro di dieci anni, la ricchezza (case, titoli e moneta) del 10% delle famiglie più ricche è passata dal 41% al 48% della ricchezza nazionale, quella del 40% delle famiglie di mezzo è passata dal 34% al 29% mentre quella del 50% delle famiglie più povere è passata dal 25% al 23%.

 

Qualsiasi rivendicazione salariale non può non confrontarsi quindi con questa realtà. Per questo crediamo che oggi qualsiasi rivendicazione contrattuale dovrebbe partire da una richiesta base di aumenti salariali del 20%, uguali per tutti. Allo stesso tempo riteniamo sia necessario lottare per la reintroduzione del meccanismo della scala mobile, con aumenti salariali trimestrali basati sull’inflazione reale.

 

3.   Dilaga il precariato

 

L’accordo del 1993 si proponeva di introdurre negli anni successivi il lavoro interinale, dichiarando naturalmente che si sarebbe evitato di farlo diventare un “mezzo per la destrutturazione di lavori stabili”. Da allora è stata sempre la solita favola: ogni nuovo tipo di contratto precario è stato introdotto dietro la promessa di regolamentarlo con precisi vincoli. La verità è che il lavoro flessibile è per sua natura non regolamentabile: una volta creati, i contratti precari disgregano l’unità dei lavoratori come un virus attacca il corpo umano. Un lavoratore precario può possedere sulla carta tutti i diritti di questo mondo, ma quando è sotto il ricatto del rinnovo contrattuale è spinto ad abbassare le proprie pretese, finendo per cadere gradualmente nell’invisibilità. In buona parte dei posti di lavoro, da quelli pubblici a quelli privati, il sindacato non è più nemmeno in grado di dire quanti lavoratori precari ci sono e quali sono le loro tipologie di contratto.

 

La prima grande esplosione del precariato è avvenuta a seguito dell’approvazione del Pacchetto Treu nel 1997 da parte del primo Governo Prodi. Nel 2003, anno in cui entra in vigore la legge 30, i precari sono già 4 milioni: Il dato (valido per il 2002) si divide tra i circa 2 milioni e 400mila collaboratori coordinati e continuativi (CoCoCo) e quasi 1 milione e 580 mila lavoratori a termine. Tra il 1997 e il 2000 l’utilizzo di contratti precari subisce infatti un vero e proprio boom (+35,5). La legge 30 non fa quindi che peggiorare una situazione già compromessa: liberalizza la cessione di ramo d’azienda (un’azienda può esternalizzare senza alcun vincolo, clonandosi in tante piccole aziende), introduce lo staff leasing (un’azienda può affittare intere squadre di lavoratori), trasforma i vecchi co. co. co. in contratti a progetto e nei fatti elimina qualsiasi riferimento alla regolamentazione e alla durata dei contratti precari.

Dal 2005 i nuovi occupati con contratti precari sono ormai il il 50% del totale dei nuovi assunti. Nel 2006 addirittura sono diventati la maggioranza: il 53,7% dei nuovi occupati ha contratti “non standard” contro il 46,3% assunto a tempo indeterminato.

 

I lavoratori precari sono utilizzati come massa di ricatto da utilizzare contro chi ha già un contratto a tempo indeterminato: la cancellazione della precarietà è qualcosa quindi che riguarda tutti. Finchè una parte dei lavoratori saranno precari, saranno manovrabili per indebolire la lotta di tutti i lavoratori. Per questo dobbiamo sforzarci in ogni modo di creare un fronte unito tra lavoratori precari e assunti a tempo indeterminato. Qualsiasi seria lotta al precariato non può che partire per questo dalla richiesta della totale abolizione del Pacchetto Treu e della legge 30.

 

4.   Orario

 

Le aziende vogliono massimizzare i propri profitti attraverso due vie: da un lato vogliono aumentare la produttività del lavoratore nel tempo trascorso in azienda. Dall’altro vogliono aumentare il totale delle ore lavorate e soprattutto disporre della settimana di un lavoratore a proprio piacimento.

 

Nel primo caso vogliono quindi aumentare lo sfruttamento relativo: aumentare i ritmi di produzione, fare fretta, introdurre metodi e tempi di lavoro sempre più stringenti. Questo provoca inevitabilmente una marea di infortuni sul lavoro. Va ricordato che in Italia ogni giorno muoiono 4 persone per incidenti sul lavoro. Nel secondo caso, invece, Confindustria sta cercando di sfondare sul terreno dell’utilizzo degli straordinari e su quello del tetto massimo di ore settimanali. Chiede una crescente detassazione degli straordinari (in parte ottenuta con l’ultimo accordo sul welfare) e un aumento degli straordinari obbligatori. Oltre a questo chiede di abolire il tetto massimo di ore settimanali a favore del concetto di “tempo settimanale medio”: la settimana lavorativa verrebbe allargata o ristretta come una fisarmonica a seconda delle esigenze del mercato, con l’unico vincolo che il risultato finale sia una “media” di 40 ore settimanali.

 

Esiste un legame chiaro tra disoccupazione e aumento dell’orario di lavoro: a livello europeo l’Italia è uno dei paesi dove si lavora di più: 38,5 ore medie settimanali contro le 36,9 di Gran Bretagna e le 35,6 della Germania. Contemporaneamente in Italia gli occupati sono il 58,4% contro la media europea del 66%. Lottare contro l’aumento degli straordinari e contro l’aumento dell’orario di lavoro significa lottare per maggiore occupazione. Anzi, diciamo di più: la riduzione d’orario a parità di salario è l’unica via per ottenere un vero aumento dell’occupazione. Se il movimento sindacale non avesse lottato per ridurre l’orario, oggi lavoreremmo ancora 15 ore al giorno. Siamo arrivati a lavorarne 8 grazie alle lotte passate ed è l’ora di riprendere questa strada.

 

5.   Casa

 

Per i lavoratori il problema casa non finisce mai. Quando i prezzi delle case salgono, è facile ottenere un mutuo ma si finisce per pagare cifre spropositate. Quando i prezzi delle case scendono, le banche si rifanno sui mutui a tasso variabile. Chi paga alla fine siamo sempre noi.

Oggi 3,6 milioni di famiglie italiane sono colpite dal caro-casa: 1,7 milioni per problemi di affitto e 1,9 milioni per la rata del mutuo. Quest’anno il numero dei pignoramenti ed esecuzioni dovrebbe salire del 19%, con Firenze in testa per il numero di sfratti per morosità. Proprio a Firenze una famiglia su 50, secondo Sunia (sindacato degli inquilini), è colpita da provvedimenti di sfratto o requisizione della casa. La realtà è che il problema casa non è mai stato così grave come oggi: se nel 1951 erano necessarie 3 annualità per acquistare una casa, oggi ne sono necessarie 8. Il sindacato deve considerare un proprio obiettivo lottare per la ripresa di veri piani di edilizia popolare e la reintroduzione di forme di equocanone e di regolamentazione degli affitti

 

6.   Pensioni

 

Con la riforma Dini del 1995 è iniziato lo smantellamento della pensione pubblica. Fino a quel momento si andava in pensione con 35 anni di contributi, indipendentemente dall’età. La pensione era poi calcolata con il sistema retributivo: veniva cioè calcolata sulle retribuzioni degli ultimi anni di lavoro. I lavoratori che rientrarono nella Dini invece iniziarono a poter andare in pensione con 35 anni di contributi e 57 anni minimo di età o 40 anni di contributi indipendentemente dall’età. Fu cambiato poi il sistema di calcolo della pensione: con il passaggio al sistema contributivo si è ridotta fortemente la pensione finale. L’obiettivo era quello di costringere i lavoratori a rivolgersi al mercato delle pensioni integrative private. La Dini fu giustificata in due modi: da una parte si diceva che era necessario evitare il buco dell’Inps, dall’altro che l’invecchiamento della popolazione imponeva un taglio delle pensioni pubbliche. Oggi l’Inps non è in passivo ma anzi fortemente in attivo e soprattutto l’invecchiamento della popolazione è stato ampiamente compensato dall’arrivo di lavoratori stranieri. Eppure si è tornati lo stesso all’attacco delle pensioni: con il protocollo del 23 luglio scorso si porta dal 2013 l’età pensionabile a quota 97 (36 anni di contributi e 61 anni di età o 35 di contributi e 62 d’età). A dimostrazione del fatto che ciò che veramente importava era regalare a banche e mercati finanziari i risparmi dei lavoratori, si è fatto di tutto poi per spingere il Tfr verso i fondi pensione. Dal 1 gennaio 2007 qualsiasi nuovo assunto cade nei 6 mesi di silenzio assenso. Se per caso non sa o non si ricorda di specificare di volersi tenere la propria liquidazione, si vede versare automaticamente il Tfr in un fondo pensione privato.

 

Nella realtà non ci sarebbe nessuna ragione per aumentare l’età pensionabile, ma anzi tutte le ragioni del mondo per diminuirla. Quanto è aumentata la produttività del lavoro negli ultimi 40 anni? Se negli anni ’60 un lavoratore attivo poteva mantenere un pensionato, oggi il rapporto è di uno a 3: ogni lavoratore attivo produce sufficiente ricchezza per mantenere 3 pensionati. Ovviamente perchè questo avvenisse, sarebbe necessario lottare perchè questa ricchezza smetta di andare ai profitti di una cricca di ricchissimi e inizi ad andare alla collettività.

 

7.   Perchè la Rete: l’esperienza degli ultimi 15 anni

 

Se questa è la situazione che abbiamo descritto – e chi oggi avrebbe il coraggio di negare l’evidenza? – è evidente che non si può ritenere che la politica che i vertici sindacali hanno tenuto negli ultimi 15 anni sia stata positiva.

 

L’accordo del 23 luglio del 1993, la riforma Dini del 1995, il Pacchetto Treu del 1997 e il protocollo del welfare del 23 luglio 2007: questa è la concertazione e questi sono gli accordi che ci hanno portato dove siamo ora.

 

Sentiamo quindi il bisogno di creare uno strumento per combattere la concertazione e per prendere le distanze dalle pratiche sindacali che ne conseguono. Allo stesso tempo esiste un naturale istinto all’unità tra i lavoratori: la frammentazione sindacale non è qualcosa con cui giocare, il proliferare di sigle non è qualcosa di necessariamente positivo. Per questo non ci proponiamo di creare un nuovo sindacatino, ma uno strumento per tutti quei lavoratori che vogliono riprendersi il principale sindacato esistente in Italia, la Cgil.

 

Questo sindacato, lo ripetiamo sempre, non è di questo o quel dirigente, né di questo o quel politicante. La Cgil è nata nel 1904, appartiene a tutti i lavoratori che nel corso di più di 100 anni hanno dato il proprio tempo, i propri soldi, le ore di sciopero e, in alcuni momenti storici, anche la vita per costruirla. Oggi la Cgil è a nostro parere attraversata da una pesante involuzione ma quel milione di lavoratori che hanno votato no all’accordo sul welfare dimostrano quanto sia sentito il bisogno di critica all’interno dei luoghi di lavoro.

 

Per tutte queste ragioni costruiamo e ti chiediamo di costruire la Rete 28 Aprile.

 

Come dice l’8° punto del testo di formazione della Rete:

 

il sindacato può avere governi avversari, ma non ha governi amici: ora tutto il movimento sindacale e in primo luogo la Cgil, sono messi alla prova. Riteniamo indispensabile che le condizioni reali delle lavoratrici e dei lavoratori italiani, dei pensionati, dei disoccupati, siano finalmente posti al centro del confronto politico e sociale. Per realizzare questo obiettivo occorre una forte iniziativa sindacale e della Cgil in particolare. A tale scopo vogliamo promuovere la mobilitazione di tutte le esperienze, le culture, le forze che si richiamano alla sinistra sindacale. L'iniziativa della sinistra sindacale, in questa fase, è necessaria per far sì che la democrazia e l'indipendenza del sindacato siano affermate, difese, estese”

 

PER INFORMAZIONI VISITA IL SITO WWW.RETE28APRILE.IT