Sull'intervista di Epifani a Repubblica - (leggi l'intervista)

Epifani sembra perplesso e deluso. Ce l'ha con le imprese e ce l'ha pure con la sinistra. Quella moderata che non fa  nulla per il lavoro e quella radicale che si intromette sulle questioni del lavoro che, per Epifani, devono rimanere questioni di pertinenza esclusivamente sindacale.

Come non essere d'accordo con lui, comunque, quando lamenta la lontananza dell'apparato sindacale dai luoghi di lavoro. E' da anni che i lavoratori (ed i delegati Rsu) soffrono di un pesante isolamento. Non solo avere un sindacalista che segue le fabbriche invece di starsene in ufficio è cosa rara anzi rarissima, ma quei pochi che fanno ancora e bene il lavoro di sindacalista sono spesso considerati "rompicoglioni" solo perchè a fare bene il sindacalista si finisce col mettere sulla graticola quella fitta rete di relazioni concertative e correntizie che sostengono le sotterranee relazioni tra sindacati, imprese, enti pubblici e politici. (ricordiamo solo il recente caso Fillea di Napoli)

Il limite delle osservazioni svolte da Epifani nella sua intervista è che non comprende come i limiti da lui indicati non sono il frutto di cattivi singoli sindacalisti ma di un modello, quello concertativo e le sue derive neocorporative che di fatto stanno trasformando il sindacato da organizzazione dei lavoratori (quindi aperta e capace di comprendere ed organizzare le contraddizioni ed i problemi che il mondo del lavoro esprime) a organizzazione burocratica (attenta cioè a salvaguardare sopratutto se stessa ed il sistema di relazioni interne ed esterne che le permettono di essere accreditabile per sedersi ai tavoli delle grandi questioni e della grande politica).

Siamo comunque vicino all'assemblea di organizzazione della Cgil e quindi l'intervento di Epifani si spiega anche così.

Vedremo però le coerenze. Avvicinare il sindacato ai luoghi di lavoro vuol dire avere più sindacalisti che seguono le fabbriche, che fanno assemblee, che vanno ad assistere i delegati quando questi li chiamano, che promuovo ed organizzano la presenza sindacale in tutte le sue forme. Se è questo che anche Epifani intende allora vedremo se avrà il coraggio di liberare le enormi risorse che la Cgil ha a disposizione per finanziare questo ritorno alle fabbriche, indirizzandole (invece che a finanziare gli enormi apparati confederali, regionali e nazionali) sulle categorie e sulle zone sindacali.

Servono più sindacalisti che girano nelle fabbriche. Ma serve anche un sindacato più rivendicativo e meno concertativo.

Se è questo a cui pensa Epifani si provi allora a domandare (per esempio) per conto di chi sta trattando con Confindustria il nuovo modello contrattuale. Vicinanza ai luoghi di lavoro vuol dire anche e sopratutto che un dirigente sindacale dovrebbe rappresentare quel che chiedono e pensano i lavoratori e non quanto pensa lui.

In conclusione. Come non concordare su alcune cose che dice nell'intervista. Bene .. Bravo .. ma cominci lui a dare il buon esempio ...

12 gennaio 2008

COORDINAMENTO RSU

 

"Il sindacato superi le pigrizie
tornare a sporcarci le mani in fabbrica"

"Qual è la nostra principale funzione se non quella di tutelare
l'integrità, innanzitutto fisica, del lavoratore?"
di ROBERTO MANIA - REPUBBLICA


 
 Guglielmo Epifani

 

ROMA - "Dobbiamo tornare in prima linea. Dobbiamo tornare con fatica a sporcarci le mani con la condizione del lavoro". Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, non vuole parlare di autocritica. Non è mai stato comunista e quel termine non appartiene perciò alla sua cultura socialista e riformista. Allora - mentre rilegge il reportage di Repubblica sugli operai della Thyssen di Torino ignorati dalla politica, e mentre si informa sulla vertenza dei metalmeccanici - dice che è di un'"autoriforma" che ha bisogno anche il sindacato, senza nascondersi dietro le responsabilità e le debolezze degli altri. Eppure il campanello d'allarme è suonato ed è difficile far finta di non averlo ascoltato. "Ogni morto - spiega - è per noi una sconfitta. Qual è la nostra principale funzione se non quella di tutelare l'integrità, innanzitutto fisica, del lavoratore? C'è anche una nostra quota di responsabilità, accanto alla mancanza di controlli e alle colpe delle imprese che spesso non si curano della sicurezza in nome del profitto".

Ma il leader della Cgil denuncia, con amarezza, la solitudine del sindacato. Perché sul lavoro - sulla "centralità del lavoro", come dice - la politica, la sinistra, è assente. Afona. Rincorrendo ogni forma di "nuovismo purché senza il lavoro", ha fatto sì che a quarant'anni dal '68 si celebri marcusianamente "l'impresa a una dimensione: quella del mercato, della competizione senza regole, dei profitti e dei consumatori". Quella senza i produttori, appunto. "Da noi la radice popolare del lavoro si è smarrita nel processo di trasformazione politica". Si spiega così l'anomalia Epifani, primo leader della Cgil senza tessera di partito.

Epifani rivendica lo sforzo di Cgil, Cisl e Uil di aver fatto della sicurezza una priorità. Ricorda che il 2006 si concluse con il drammatico incendio (quattro i morti) all'oleificio di Campello sul Clitunno. Che per tutto il 2007 i sindacati si sono battuti, "come raramente è accaduto in precedenza", per la sicurezza nel lavoro. Che poi è arrivata la tragedia alle acciaierie di Torino.

A marzo ci sarà una grande iniziativa nel capoluogo piemontese per ricordare i morti. "Ma ci vuole di più - dice - perché non bastano le buone leggi, bisogna applicarle con rigore, effettuare i controlli, costringere le imprese ad accettare gli standard di sicurezza". Poi c'è una funzione sindacale. "Mi sono andato a guardare i contratti aziendali sottoscritti negli ultimi dieci anni.
Parlano di ristrutturazioni, di profonde e difficili riorganizzazioni. C'è anche il tema della sicurezza. Più o meno il 17-18 per cento degli accordi affronta la questione. Troppo poco, però. Non si parla di formazione alla sicurezza né di prevenzione. E invece è dal basso che si deve ripartire per ridare radici forti anche alla legislazione". Dal basso, proprio dove sta l'autoriforma che immagina Epifani. "Un'autoriforma che ci porti a stare meglio e con più impegno dove già siamo presenti e a entrare in quel mondo delle piccole imprese che ci è ostico anche per l'assenza dei diritti". Insomma un sindacato che ritorni nelle fabbriche e negli uffici, che esca dall'apparato, che si sburocratizzi.

Sarà il tema della prossima conferenza di organizzazione della Cgil di primavera. "Dobbiamo superare le nostre pigrizie. So bene che è faticoso recuperare la prima linea. Ma non c'è alternativa. D'altra parte il sindacato è solo nella rappresentanza del lavoro. Nei luoghi di lavoro la politica non c'è più. Negli anni '70 quando affrontammo l'emergenza terrorismo, accanto ai sindacati c'erano i partiti. Oggi dove c'è il lavoro non c'è alcuna mediazione politica. Ci muoviamo così tra la scarsa attenzione di una parte della sinistra e le invasioni di campo dell'altra. Entrambe, al fondo, dimostrano l'assenza di un'autonoma proposta politica sul lavoro".

Un sindacato che riparta dal basso. Che formi i nuovi i delegati con il passaggio delle competenze dai più anziani ai più giovani. Che ritorni sui banchi a studiare: Epifani ha deciso di riaprire la gloriosa scuola di formazione sindacale di Ariccia, a pochi chilometri da Roma. Sarà intitolata a Luciano Lama.

Perché gli operai, ancorché "invisibili" per la politica, ci sono ancora. "Non c'è una classe, certo, ma una condizione operaia sì, eccome. Saranno almeno sette milioni coloro che lavorano manualmente. Eppure la politica non li vede. Gli operai ricambiano con una forte ostilità, emersa proprio durante la consultazione sull'accordo per il welfare. Dunque è un problema culturale, oltre che politico e sociale. Ha prevalso l'idea che tutto sia competizione, che si debba vincere o perire. Che conti di più il consumatore del produttore. Ma è un errore". Non è una bandierina ideologica né un "capriccio", quella di chiedere l'armonizzazione della tassazione delle rendite finanziarie. Ma è uno dei segnali che servono per dire che il lavoro non può essere trattato peggio degli investimenti finanziari. Tutta l'Europa l'ha già capito.

Servirebbe anche una cultura imprenditoriale diversa. Sergio Marchionne, che avrebbe voluto andare ai funerali delle sette vittime della Thyssen, resta un'eccezione. Lui - dice Epifani che alle esequie non ha partecipato "per un grave lutto familiare" - crede nella dignità del lavoro. Ma gli altri? "Ma che idea del lavoro c'è dietro la proposta di far guadagnare di più le persone purché lavorino di più? Non era così nemmeno nell'Ottocento! I nostri imprenditori sono quelli descritti dall'Economist: "leggendari" per la loro voracità di non pagare le tasse e tenersi i profitti. Sono gli stessi che ritardano i rinnovi contrattuali". Come quello dei metalmeccanici. Che hanno bloccato le autostrade. Per provare ad essere visibili.

(12 gennaio 2008)