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SALARI AL PALO, PROFITTI ALLE STELLE! |
A cura di Mario Iavazzi (Rete
28 aprile FP-CGIL Bologna)
7 milioni di lavoratori sotto i mille euro Un rapporto di
Ires-Cgil sui salari reali negli ultimi cinque anni, dal
2002 al 2007, fotografa la situazione dei salariati. Cinque
anni che dimostrano quanto è vero ciò che spiegavamo 15 anni
fa: la concertazione e la politica moderata del sindacato
producono una sconfitta generalizzata ed un attacco frontale
alle condizioni di vita dei lavoratori. Tutti di dati emersi
da quest’indagine condotta dalla struttura della Cgil vanno
nella stessa direzione: in Italia la polarizzazione
economica aumenta, la forbice tra i settori più ricchi e
quelli più poveri e si allarga e il reddito si sposta sempre
più verso le classi agiate. Crollo dei salari Il potere
d’acquisto delle retribuzioni, secondo questa ricerca, è
calato di circa 1.900 euro nel 2007 rispetto al 2002, per
gli operai il calo ammonta addirittura a 2.600 euro circa.
Sono oltre 14 milioni i lavoratori che vivono con meno di
1.300 euro al mese e 7,3 milioni quelli che guadagnano meno
di 1.000 euro al mese. Già i “grandi numeri” appena citati
danno un quadro terrificante, ma se scendiamo nei dettagli
leggiamo una situazione ancora più drammatica. Un
apprendista fino ai 24 anni guadagna in media circa 735 euro
al mese, un collaboratore occasionale entro i 34 anni
percepisce in media 770 euro al mese e un co.co.co o
co.co.pro della stessa età percepisce, senza diritti e con
pochissime tutele, circa 890 euro al mese. Le donne sono
retribuite mediamente del 17,9% in meno di un lavoratore
standard, un lavoratore del sud prende il 13,4% in meno e,
in fondo alla scala dei lavoratori più poveri ci sono gli
immigrati che sono retribuiti con un salario mediamente
inferiore a quello di un dipendente standard del 26,9% e i
giovani lavoratori con – 27,1%. Tenendo presente che i dati
che si riferiscono ai salari reali, prendono in
considerazione un’inflazione ufficiale Istat, per questo
periodo, di circa il 2,5% è facile capire quanto questi dati
siano assolutamente sottostimati. Anche un bambino sa che i
prezzi, da quando è subentrato l’euro, sono cresciuti molto
di più del 2,5% l’anno e che i dati ufficiali
sull’inflazione sono una barzelletta! Gli effetti della
concertazione In questa snervante gara a chi è più povero
non partecipano imprenditori, lavoratori autonomi e
dirigenti. Le prime due categorie vedono crescere il proprio
reddito rispetto a cinque anni fa di 12mila euro mentre la
retribuzione dei dirigenti, nello stesso periodo, è
cresciuta di 6 punti percentuali in più rispetto al lavoro
dipendente. In sostanza, nel 2007, ponendo il reddito
familiare medio italiano pari a 100, il reddito delle
famiglie di operai è pari a 72 mentre quello imprenditori e
professionisti è pari a 205! I profitti schizzano alle
stelle. Il modesto aumento della produttività creato negli
ultimi 13 anni è andato per il 13% ai salari, per l’87% alle
imprese. Secondo il campione di Mediobanca (1.000 imprese
con circa un milione di dipendenti), tra il 1995 e il 2006 i
salari aumentano in media dello 0,4% annuo, i profitti
dell’8,1%: oltre venti volte di più. E c’è chi ha il
coraggio di affermare che non esistono più le classi
sociali! Se aggiungiamo i ritardi con cui sono firmati i
contratti la frittata è fatta. Mentre scriviamo più di 8
milioni di lavoratori, pari al 57,2% dei dipendenti in
Italia, attende il rinnovo del contratto. Nell’ottobre del
2006 erano il 38,9%. I mesi di attesa per i dipendenti con
un contratto scaduto sono 13,4 mentre un anno fa erano 10,7.
L’attesa media distribuita tra tutti i dipendenti è di 7,7
mesi: erano 4,2 a ottobre 2006 (dati del Sole 24ore) Più
salari, meno profitti! È davvero singolare che Montezemolo
affermi che in Italia c’è un problema salariale. Il
presidente di Confindustria fa finta di non sapere che i
salari li pagano i padroni come lui e gli aderenti alla sua
associazione industriale. Ovviamente Montezemolo ha un suo
fine strumentale quando dichiara ciò: usare il pretesto di
ridiscutere del sistema contrattuale per preparare un nuovo
attacco ai lavoratori. “Bisogna semplificare il numero dei
contratti, allungarne la durata e dare più peso al contratto
aziendale” dicono i furboni di Confindustria. Si profila,
dunque, una trattativa sul sistema contrattuale che non
porta nulla di buono per i lavoratori poiché su queste
dichiarazioni c’è una grossa apertura da parte delle
direzioni di Cgil-Cisl-Uil. Se Cisl e Uil hanno sempre avuto
come rivendicazione la richiesta di dare un peso maggiore al
contratto aziendale, ai danni di quello nazionale, Epifani
insiste con la richiesta di una “nuova politica dei redditi”
senza chiudere la strada nemmeno ad un’ipotesi di
allungamento della durata dei contratti. È proprio vero che
al peggio non c’è mai fine! Tra i dati emersi in questi
giorni ce n’è uno significativo: la retribuzione di un
lavoratore italiano del settore dei beni e servizi destinati
alla vendita è inferiore del 45% a quella di un lavoratore
britannico o tedesco e del 25% rispetto ad un lavoratore
francese. Un ulteriore esempio di quanto i salari italiani
siano indecenti e poveri. L’assenza di conflitto è una delle
principali cause che contribuiscono ad abbattere i salari.
In Italia, infatti, si sciopera di meno: nel periodo
gennaio-agosto 2007 il numero di ore non lavorate per
conflitti di lavoro è stato di 1,3 milioni, il 46,7% in meno
rispetto allo stesso periodo del 2006 che pure non è stato
di grandi mobilitazioni. La proposta deve essere
completamente alternativa a quella proposta oggi dalle
direzioni sindacali. Oltre ad un meccanismo di
indicizzazione dei salari all’aumento reale del potere
d’acquisto è necessario un salario minimo intercategoriale,
come presente in molti paesi d’Europa che fissi per legge il
salario al di sotto del quale nessun contratto nazionale di
lavoro può scendere. È partendo dalla richiesta di un
salario minimo intercategoriale di mille euro che si può
lanciare una campagna per la difesa dei salari. Tale cifra,
articolata anche su base oraria e per i part-time, deve
diventare la base minima di qualsiasi rapporto di lavoro,
dei contratti nazionali e deve essere indicizzata
all’inflazione reale. Che gli enormi profitti accumulati in
questi anni vengano redistribuiti a coloro che ne sono i
veri artefici: i lavoratori dipendenti. Che provino lor
signori a vivere con meno di mille euro al mese e ci
facciano sapere!
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