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Osvaldo Squassina
A-- Capolettera -->nche il 2007, così come moltissimi degli
ultimi anni, si è concluso con la constatazione che il valore dei
salari diminuisce e che le pensioni sono sostanzialmente ferme,
mentre il rinnovo dei contratti di lavoro incontra grandi difficoltà
che si evidenziano principalmente nella vicenda del rinnovo
contrattuale per i metalmeccanici.
Tutta la stampa nazionale e la politica non possono più ignorare o
nascondere il vero stato di degrado delle retribuzioni delle
lavoratrici e dei lavoratori italiani e tutti sono a conoscenza
delle precarie condizioni di lavoro e di vita dei giovani.
Il criterio universale utilizzato in Italia e in Europa per definire
la povertà è dato dalla media delle entrate economiche delle
famiglie, ed è considerato povero chi si trova con un reddito
inferiore al 60% di tale media. Dunque, se le famiglie medie in
Italia hanno avuto nel 2007 un reddito annuo di 31.000 euro, pari a
2.384 al mese, è povero chi vive con un reddito inferiore a 1.430
euro al mese. Si tenga presente che l'ultimo dato ufficiale
disponibile - reso noto nel 2005 dall'ISTAT - relativo all'anno
2003, era di 28.000 euro.
I dati ci dicono che oltre il 50% delle famiglie italiane è vicino
alla soglia di povertà che si aggiungono a coloro che gia vivono in
uno stato di povertà. Se usciamo dalla logica della statistica e dei
calcoli teorici costruiti inevitabilmente sulla "media" e entriamo
concretamente all'interno di questi dati e parliamo di persone in
carne ed ossa ci rendiamo conto che uomini, donne e giovani vivono
ogni mese e ogni giorno un dramma. Lavoratori e lavoratrici Fiat che
percepiscono dopo un mese di duro e faticoso lavoro fino a 1.100
euro al mese, ragazze e ragazzi dei centri commerciali che non
arrivano a 700 euro, dipendenti pubblici e infermieri con 1200 euro,
muratori con 1150 e operaie tessili con 950 euro, per non parlare di
chi lavora negli appalti e sub appalti o lavora in nero senza
nessuna tutela e nessuna garanzia minima.
Q-- Capolettera -->uesta situazione che non consente di arrivare a
fine mese non solo determina una reale diminuzione dei consumi, ma
provoca un peggioramento sostanziale della qualità stessa della vita
e di lavoro
Negli stessi anni, le statistiche ci dicono che i profitti delle
imprese sono cresciuti del 95% mentre le retribuzioni sono aumentate
solo del 5%, valore molto al di sotto dell'andamento del costo della
vita reale.
Il valore del lavoro dipendente è stato svalutato, la condizione dei
lavoratori dipendenti e dei pensionati ne è uscita umiliata e
vilipesa.
Anche quest'anno si è riscoperto, con la pubblicazione di dati che
da anni dicono la stessa cosa, che il salario dei lavoratori
italiani ha un valore che si colloca tra i più bassi di tutta la
comunità economica europea.
Tutto ciò non è frutto del caso, ci sono alle spalle scelte e
passaggi che hanno prodotto questo risultato e sulle quali molti, a
partire dalla FIOM, avevano già pronosticato questa conclusione.
Tra coloro che portano la responsabilità di questa condizione
sicuramente vanno in primo luogo indicati i padroni, i governi e i
partiti con le loro scelte di politica economica, ma ciò non assolve
le Organizzazioni sindacali, che a partire dagli accordi dei primi
anni novanta, hanno prima accettato la cancellazione della scala
mobile, quale strumento di parziale tutela del potere di acquisto
delle retribuzioni, poi hanno condiviso la scelta di modificare il
sistema contrattuale, rendendo la dinamica salariale una subordinata
della programmazione economica fatta dai governi che negli anni si
sono succeduti, con l'invenzione del concetto di inflazione
programmata e la mistificante tesi secondo cui bastava frenare
l'adeguamento delle retribuzioni per mettere sotto controllo la
dinamica dei prezzi, legando così le richieste salariali per i
rinnovi dei contratti nazionali di categoria alle percentuali
stabilite dai governi con le leggi finanziarie.
A ciò poi si è aggiunto il vincolo sulla contrattazione aziendale
che prevedeva la possibilità di definire soltanto aumenti salariali
variabili ed interamente legati all'andamento di indici aziendali,
spesso ricavati da bilanci non propriamente corrispondenti ai conti
reali delle aziende, con qualche esponente sindacale che
sponsorizzava anche la scelta di trasformare una parte del salario
in azioni delle aziende.
Non c'è dubbio che in questi anni, le politiche economiche e fiscali
dei governi che si sono succeduti hanno sostanziosamente contribuito
alla riduzione del valore delle retribuzioni nette e delle pensioni,
visto che da oltre un decennio non si interviene più per la
restituzione del fiscal drag sui redditi da lavoro, però questo non
giustifica chi sta alimentando l'idea che il problema della difesa
del valore delle retribuzioni e delle pensioni si affronta
unicamente attraverso la riduzione del carico fiscale, che è
sicuramente uno dei problemi da affrontare, però non è l'unico.
La sensazione infatti, vista la convergenza su questo argomento tra
interventi come quello di Montezemolo e alcune affermazioni di
dirigenti sindacali come Bonanni, è quella che si voglia enfatizzare
questo versante del problema, sminuendo e lasciando sullo sfondo la
responsabilità di chi non vuole rinnovare i contratti collettivi di
lavoro e aumentare di conseguenza il salario reale.
Anche la stessa discussione sulla riforma del sistema contrattuale
appare condizionata da questa impostazione, si sente proporre anche
qui di agire sulla leva fiscale e contributiva, come se non
esistesse alcuna responsabilità delle imprese e il tutto si
riducesse ad uno scambio tra abbassamento dei costi per le imprese e
la restituzione di briciole di salario posta a carico della
fiscalità generale.
Tutto questo presuppone un abbandono del ruolo di redistribuzione
della ricchezza prodotta che la contrattazione sindacale dovrebbe
avere, con conseguente ulteriore ridimensionamento del ruolo del
sindacato, l'abbandono della funzione di promotore di una maggiore
giustizia sociale e solidarietà, il depotenziamento dell'azione
collettiva sia nei luoghi di lavoro e nella società.
Ciò che maggiormente colpisce in questo quadro è il fatto che ad un
attivismo della CISL finalizzato a promuovere un modello
contrattuale che rende le istanze dei lavoratori subordinate alle
logiche di impresa, corrisponde una sostanziale assenza di presa di
posizione e di proposta della CGIL, tant'è che si minaccia lo
sciopero generale senza aver spiegato ai lavoratori per quali
obiettivi ci si mobilita e contro quali soggetti.
Ciò che oggi è veramente importante è costruire in modo tempestivo,
visto il precipitare degli avvenimenti, una proposta che modificando
le strategie sindacali indichi obiettivi sul salario, indichi a chi
(Governo ed Imprese) si chiede di mettere a disposizione le risorse
e si verifichi con i lavoratori il consenso necessario per poterli
chiamare alla mobilitazione a sostegno delle proposte in campo.
08/01/2008
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