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Fabio Sebastiani (Liberazione)
«-- Capolettera -->V-- Capolettera -->ogliamo soldi
veri e non partite di giro o numeri fantasma».
C'è molto
disorientamento tra i lavoratori e le lavoratrici italiani
sul confronto che si apre oggi tra governo e sindacati sui
salari. Basta fare un giro telefonico tra i delegati per
rendersene conto. Dal Sud al Nord, la risposta è sempre la
stessa: «Intervenire sulle aliquote fiscali? Va bene ma
quelle risorse, a ben vedere, sono della collettività e
quindi anche nostre». Oppure, «incentivare la defiscalizzazione degli aumenti aziendali vuol dire puntare
tutto su soldi che non ci sono sempre». Nei conti delle
aziende poi, è sempre molto difficile fare chiarezza. I
premi di risultati non sono controllabili dal sindacato.
«Bisogna stare a quanto dichiarano loro», sottolinea Roberto
Bozzi, delegato del settore chimico. «Da noi a Melfi, per il
premio di produzione - sottolinea Dino Miniscalchi - si va
dai 40 ai 140 euro. E quindi siamo completamente fuori dal
bisogno effettivo di lavoratori che riescono a portare a
casa quando va bene mille e duecento euro al mese».
«Diciamocelo chiaramente - aggiunge - se i salari sono bassi
è perché la concertazione è stata quel che è stato e perché
la precarietà ha finito per fare altri danni abbassando di
fatto il livello generale dei redditi. A tutto questo non si
può rimediare con un palliativo».
Per Pamela, operatrice Vodafone e responsabile Lavoro della
federazione Prc di Bologna, «se oggi si parla di incrementi
salariali è perché i lavoratori sono al limite». «Ma vorrei
far notare - aggiunge - che nei call center, dove abbiamo
una sorta di part-time imposto le remunerazioni vanno dai
seicento agli ottocento euro». «L'incentivo al salario
aziendale? E' un'arma a doppio taglio - risponde Pamela -
perché piano piano verrà fuori una differenziazione tra
aziende e tra distretti aziendali. Il pericolo che si
prospetta è quello delle gabbie salariali». Gianplacido
Ottaviano è un delegato Fiom della Bonfiglioli, un'azienda
dove diversi lavoratori stanno tranquillamente nello
scaglione dei ventisettemila euro l'anno. «Questa storia
della defiscalizzazione del salario aziendale l'hanno
recepita al volo ma temono lo scambio politico», dice.
«Primo, perché non hanno digerito l'accordo di luglio.
Secondo, perché temono che incassati gli aumenti, se così si
possono chiamare, arriverà un peggioramento delle condizioni
di lavoro». «I soldi - conclude - devono essere puliti».
«Tutta questa vicenda non ci sembra una cosa seria -
sottolinea Bozzi - «Innanzitutto, perché pretendiamo una
redistribuzione del reddito e non qualcosa che gli somigli
lontanamente. E poi, perché noi lavoratori non abbiamo mai
discusso di nulla con le organizzazioni sindacali». «Alla
gente che non arriva alla fine del mese non puoi dire che
l'aumento verrà dall'incentivo al salario aziendale»,
conclude.
Roberto Lollobrigida, invece, è un delegato del Pubblico
impiego. Il confronto tra sindacati e governo sui salari lo
lascia un po' perplesso. Comprese le dichiarazioni di
Damiano sulla produttività. «Sono anni che si tenta di
misurare la produttività nella pubblica amministrazione -
dice - e alla fine ci troviamo al punto di partenza. E'
tutto in mano ai dirigenti che sono il vero punctun dolens
della pubblica amministrazione». «E poi ci sono due
questioni di metodo». Quali? «Innanzitutto, prima di sedersi
al tavolo il governo dovrebbe almeno mettere le risorse per
il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, altrimenti
non è credibile. E poi, non si capisce perché nessuno
calcola in premessa quanto hanno perso i lavoratori in
questi anni e quanto hanno preso le imprese sia dalle casse
pubbliche che dalla ricchezza nazionale».
Una questione di "metodo" la solleva anche Maurizio Dotti,
delegato Slc-Cgil della Winda, azienda impegnata nel
trasferimento di massa da Milano a Roma di circa 250 tra
lavoratori e lavoratrici. «La dinamica è la stessa
utilizzata dai sindacati nella vertenza aziendale che ci
riguarda e in occasione dell'accordo sul welfare: i
lavoratori non vengono mai interpellati al momento della
stesura della piattaforma».
Anche il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi è
contrario all'ipotesi di detassare gli aumenti contrattuali
di secondo livello, quelli legati alla produttività. Chiede,
invece, interventi che interessino tutti i lavoratori
dipendenti. «Legare la detassazione alla produttività -
afferma - è iniquo, non è giusto e non va bene. Bisogna
invece ridurre le tasse sulla busta paga per tutti e non
solo per il secondo livello. Devono pagare sia le aziende
che il governo. Siamo contrari al modello ThyssenKrupp, più
lavori, più guadagni e più muori».
Infine, il parere di un dirigente sindacale in pensione, che
nella sua lunga carriera ne ha viste di cotte e di crude.
«Dal momento in cui si concluderà la "trattativa",-
sottolinea Pietro Ancona, già segretario generale della Cgil
Sicilia, - gli imprenditori italiani si riterranno per
sempre esonerati dall'obbligo di corrispondere una paga equa
come vuole la Costituzione tranne che per la cottimizzazione
chiamata "secondo livello di contrattazione" che ha come
modello la ThissenKrupp e il rapporto di lavoro asiatico».
«Se i lavoratori stanno male anche l'Italia sta male -
continua Ancona -. Oggi non sono in grado di pagarsi
l'affitto di casa e vivere e vengono spazzati via con le
ruspe dai sindaci perbenisti del nuovo autoritarismo post
democratico che vuole eliminare dalla vista i poveri e la
povertà».
08/01/2008 |