Aumenti in busta ma non a discapito della spesa pubblica

Luigi Cavallaro

Sulla necessità di aumentare i salari pare ormai vi sia un consenso generalizzato. Su come aumentarli, sembrerebbe, pure: dal governo alla Banca d'Italia, da Confindustria al sindacato, tutti sostengono che l'incremento va realizzato anche attraverso la riduzione delle imposte a carico del lavoro dipendente. Le uniche divergenze parrebbero situarsi sul crinale della contrattazione collettiva: Prodi, Damiano, Confindustria e la Cisl premono ormai apertamente per una riforma che attribuisca maggior peso alla contrattazione aziendale o territoriale, e si propongono di destinare la gran parte degli incentivi fiscali proprio al salario integrativo, sul presupposto che sia quello più «legato alla produttività». Contraria a questa soluzione è invece la sinistra politica e sindacale (Fiom in testa), che vede in una misura del genere un altro passo verso l'esautoramento del contratto collettivo nazionale.

Se lo spostamento del baricentro della contrattazione dal livello nazionale al livello territoriale o aziendale servisse davvero a legare salario e produttività, se ne potrebbe discutere. Ma non è così. Su queste colonne, infatti, abbiamo già ricordato che persino la teoria economica dominante considera estremamente problematico misurare l'impegno e quelle altre caratteristiche della prestazione lavorativa dalle quali, per ipotesi, dipenderebbe la sua "qualità" e dunque la sua remunerazione. Qui vale la pena di aggiungere che codeste difficoltà sono talmente insormontabili che - come ha riconosciuto Andrea Ichino sul Sole-24 Ore del 28 dicembre scorso - si può istituire una correlazione positiva fra salario e produttività individuale solo supponendo che «ciascuno di noi lavori con maggiore o minore impegno seconda del vantaggio, comunque definito, che dal nostro lavoro deriviamo»

Se non erriamo, un'affermazione del genere implica, sul piano teorico, una "scommessa" analoga a quella con cui Pascal pose logicamente fine alla querelle sulla (in)dimostrabilità dell'esistenza di Dio. E se così fosse, francamente, non vedremmo il motivo di riformare su basi del genere l'assetto dei livelli contrattuali: va bene che viviamo in tempi di ritorno del sacro, ma non dovrebbero scelte collettive così complesse basarsi su criteri logici passibili di controllo empirico?

Tra l'altro, viene proprio da una banale constatazione empirica la principale obiezione che si può muovere alla proposta in esame. E' noto, infatti, che la massa del lavoro operaio è dispersa in una miriade di unità produttive di dimensioni ridotte, che letteralmente non conoscono la contrattazione decentrata: solo nel 25 per cento delle nostre imprese, infatti, si stipulano contratti integrativi dei contratti nazionali. In condizioni del genere, dunque, baricentrare sul livello locale la contrattazione collettiva priverebbe i lavoratori della garanzia redistributiva del contratto nazionale senza offrir loro alcuna certa contropartita, salvo pensare che gli incentivi fiscali promessi possano essere di ammontare talmente rilevante da indurre la contrattazione decentrata anche là dove, al momento, non esiste.

Ma anche questa ipotesi non appare plausibile: la barra del governo è (purtroppo) ferma nel mantenere sotto rigido controllo il disavanzo pubblico, si mena (purtroppo) gloria e vanto per il ripristino dell'avanzo primario e - come ha detto il viceministro dell'Economia, Roberto Pinza - «non si fanno mai le operazioni di riduzione fiscale o contributiva sperando in un allargamento della base imponibile che faccia aumentare il gettito». Detto altrimenti, i soldi disponibili per detassare il salario integrativo non saranno certo molti e pensare che dai 500 milioni stanziati nel triennio 2008-2010 possa derivare un aumento delle retribuzioni sufficiente a recuperare i dieci punti percentuali persi negli ultimi cinque anni è davvero illusorio.

Quest'ultima considerazione suggerisce peraltro che è l'idea stessa di aumentare il salario attraverso la riduzione delle imposte a dover essere criticamente riconsiderata. Assumendo per buona la cifra di 10 miliardi di euro, che il ministro Ferrero ha indicato ieri sul Corriere della sera come necessaria per finanziare una riduzione delle imposte sul reddito che porti ad un aumento di circa cento euro al mese in busta paga, è assai difficile che possa essere reperita attraverso l'inasprimento della tassazione delle rendite finanziarie: posto che qualunque previsione al riguardo va presa con cautela, in quanto dipende dalle ipotesi che si fanno circa la rilevanza delle plusvalenze (che hanno un andamento assai erratico) e dalla difficoltà di tassare i fondi comuni (che stanno sfruttando a compensazione ingenti crediti d'imposta maturati nel periodo di magra dei mercati azionari), le stime disponibili parlano di una cifra compresa fra 2,5 e 4 miliardi di euro. E dato che il governo non spende se non ciò che ha (ancora parole di Pinza), ne segue che una riduzione delle imposte dell'ammontare indicato da Ferrero necessiterebbe di corrispondenti tagli alla spesa pubblica.

E' facile allora prevedere che l'attenzione si appunterebbe sui capitoli più cospicui, cioè su (quel che resta di) servizio sanitario nazionale, istruzione, previdenza e assistenza pubbliche. E poiché i bambini debbono comunque essere istruiti, i vecchi e gli inabili comunque mantenuti e le spese generali d'amministrazione comunque sostenute, i lavoratori scoprirebbero ben presto che gli aumenti in busta paga non bastano a nemmeno a comperare la metà del (non certo elevato) livello di servizi e prestazioni sociali di cui attualmente godono e che, a seguito dei tagli, verrebbero a perdere. Non è fantascienza: che si tratti di un'eventualità più che plausibile lo dimostra la Finanziaria 2008, che per reperire i 980 milioni necessari per la riduzione dell'Ici - una misura che, per inciso, ha praticamente neutralizzato la manovra sul piano redistributivo - ha tolto fondi agli asili-nido, suscitando acidi commenti perfino sulla stampa padronale.

Che da una strategia del genere i lavoratori abbiano da guadagnare, naturalmente, è tutto da dimostrare: basti pensare che negli Usa si spende in sanità quanto in Europa, ma solo la metà degli americani gode di una copertura sanitaria. Di contro, abbiamo ricche evidenze di correlazione positiva fra l'ammontare del prelievo fiscale e lo sviluppo dello stato sociale: Danimarca, Finlandia e Svezia, paesi considerati all'avanguardia nei servizi sociali, hanno una pressione fiscale pari rispettivamente al 56, al 52 e al 58 per cento del Pil (l'Italia sta al 45,6).
Sotto questo profilo, anzi, non è azzardato supporre che nella proposta di aumentare i salari attraverso la detassazione dei redditi da lavoro si debba vedere un cavallo di Troia per riprendere ancor più massicciamente la strada delle privatizzazioni e delle dismissioni del patrimonio pubblico. Non è un mistero che le banche d'affari abbiano solide entrature nei circoli governativi, né che la Confindustria abbia messo da tempo gli occhi sulle public utilities, e non c'è nulla che potrebbe rendere questa strada più obbligata che una riduzione delle imposte sui redditi da lavoro dipendente: l'85 per cento dei contribuenti sono lavoratori dipendenti o pensionati e i redditi da lavoro e da pensione costituiscono l'80 per cento del reddito complessivo dichiarato.

In un libretto apparso qualche anno fa, Paul Krugman sostenne in effetti che il motivo fondamentale per cui i conservatori del suo Paese volevano tagliare le tasse era da ricercare nella volontà di affamare il governo federale, «creando un ciclo di ridimensionamento del settore pubblico capace di autorafforzarsi». L'editore italiano che lo tradusse lo intitolò mettendo il punto interrogativo in coda ad un famoso slogan di Berlusconi: «Meno tasse per tutti?». Intelligenti pauca, dicevano i latini, e noi abbiamo detto perfino troppo.


08/01/2008