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Va in porto anche il
contestato «protocollo sul welfare»
Voto di fiducia perché
«esistono differenze di posizione tra il
governo e la sua maggioranza». La riforma
Maroni viene appena imbellettata: lo
«scalone» è trasformato in «scalini» ripidi
e molto ravvicinati. Resta anche la
decontribuzione degli straordinari
Francesco Piccioni
Il voto definitivo non
suscitava ansia. Il disegno di legge che
recepisce il «protocollo sul welfare»
firmato tra le parti sociali il 23 luglio ha
smesso di rappresentare un'incognita quando
il ministro per i rapporti con il
parlamento, Vannino Chiti, ha annunciato che
il governo avrebbe chiesto l'ennesimo voto
di fiducia. La motivazione è stata più che
esplicita: «esistono differenze di posizione
tra il governo e la sua maggioranza».
Differenze superate di forza, dunque,
gettando altra benzina sul fuoco della
«verifica» di gennaio.
Il percorso di questo testo è stato particolarmente tortuoso e fonte di divisioni interne alla maggioranza. I 32 articoli presentati alla Camera dal governo erano diventati 37 nella revisione fattane dalla Commissione lavoro. Modifiche che avevano sollevato le ire di Lamberto Dini, fino a minacciare la crisi e l'esercizio provvisorio. Un maxiemendamento del governo ripristinava la sostanza del testo originario, pur articolato in un solo articolo di 94 commi. Per evitare ulteriori rischi, Prodi ha scelto di «blindarlo» (con la motivazione che, altrimenti, le pur minime modifiche allo «scalone» della legge Maroni - ormai prossimo a scattare, dal 1° gennaio - sarebbero state vanificate). E' stata perciò cancellata la conquista-simbolo della sinistra, ovvero la riduzione della proroga per i contratti a termine a soli otto mesi (dopo i primi 36). Torna perciò la proroga di 12 mesi, avallata davanti alla Direzione provinciale del lavoro con il dipendente assistito da un sindacalista «maggiormente rappresentativo sul territorio nazionale». Tra le novità più rilevanti è confermata la trasformazione dello «scalone» in «scalini» piuttosto ripidi e ravvicinati. Nel 2008 potranno andare in pensione i 58enni che abbiano 35 anni di contributi; negli anni successivi l'età si alzerà progressivamente, fino ai 61 anni nel 2013. In parallelo, funzionerà un sistema di quote, sommando età anagrafica e contributiva: «quota 95» dal luglio 2009, per arrivare a «quota 97» nel 2013. Con 40 anni di contributi si potrà andare in pensione a prescindere dall'età. Ripristinata anche la versione «restrittiva» dei lavori «usuranti», cui viene consentito di andare in pensione comunque allo scattare dei 57 anni di età (vi sono compresi, comunque, anche quei lavoratori che siano stati collocati in mobilità in base ad accordi stipulati entro il 15 luglio 2007. L'obiettivo di aumentare la permanenza al lavoro motiva anche l'armonizzazione dei regimi pensionistici (esentate le forze armate e di polizia). Dalla «razionalizzazione degli enti previdenziali» il governo pensa di risparmiare 3,5 miliardi di euro in 10 anni (poca roba, se si pensa che nella riunione del Cipe di ieri il ministro delle infrastrutture, Antonio Di Pietro, pretendeva per sé la gestione di 8 miliardi aggiuntivi messi «a riserva» dai «fondi per le aree sottoutilizzate). Confermato il compromesso sui «coefficienti di trasformazione» (modifiche dei criteri usati per calcolare il trattamento pensionistico): verrà istituita una commissione incaricata del compito di tener conto delle dinamiche demografiche, migratorie e macroeconomiche, ecc, per arrivare a delineare una garanzia che non si possa andare in pensione prendendo meno del 60% dell'ultima retribuzione. Per limitare la spesa, verrà prelevato un «contributo di solidarietà» a carico dei fondi pensionistici speciali e delle cosiddette «pensioni d'oro» (otto volte il minimo Inps). In tema di ammortizzatori sociali previsto il miglioramento dell'indennità di disoccupazione (sia dal lato economico che della durata). Per i giovani precari c'è invece la «totalizzazione» dei contributi assicurativi e previdenziali a copertura anche dei periodi di non lavoro, nonché la possibilità di riscattare la laurea ai fini pensionistici (con dilazione della cifra in 10 anni e detrazione dall'Irpef). Resta confermato anche l'orrore della decontribuzione del lavoro straordinario, in controtendenza con la legislazione fin qui prevalente, tesa a scoraggiare il ricorso a questa forma per favorire «nuova e buona occupazione». Ma non è l'unico difetto di questo provvedimento. |