Düsseldorf è lontana da Torino, sindacati tedeschi in silenzio
Dal quartiere generale del colosso nessuno vuole commentare la strage italiana. Stessa "riservatezza" anche da parte dei sindacati che, in Germania, siedono nei consigli d'azienda
Rudi Ostler
Berlino

 
Düsseldorf, sede del gigante dell'acciaio ThyssenKrupp, è lontana da Torino. All'ufficio stampa non hanno redatto nemmeno un comunicato sulla morte di quattro operai nel laminatoio piemontese, un piccolo impianto, destinato alla chiusura: davvero poca cosa per un colosso con 191.350 dipendenti, 84.999 in Germania e 106.351 all'estero. Né ritengono, gli addetti ai contatti, che qualche dirigente abbia qualcosa da dire, sull'incendio assassino del 6 dicembre: «Lei capisce, le indagini sulle le cause dell'incidente sono ancora in corso. Meglio non commentare se non se ne conoscono le conclusioni».
Capiamo. Ma capiamo di meno quando ci imbattiamo nella stessa riservatezza, e con le stesse argomentazioni, nel campo dei rappresentanti dei lavoratori, tra i funzionari del Betriebsrat, il consiglio d'azienda. ThyssenKrupp, come i gruppi di dimensione internazionale, ha un consiglio che riunisce anche delegati delle filiali estere. Il suo presidente, Thomas Schlenz, dovrebbe parlare anche per i duecento "colleghi" di Torino.
Dovrebbe. Ma ieri era «in riunione». La sua segretaria promette di recapitargli un messaggio, ma non crede che il signor Schlenz troverà il tempo di richiamare. E per rabbonire l'interlocutore, ripete la cantilena già sentita dai portavoce dell'azienda: «Sa, le indagini a Torino sono ancora in corso...». Che gli uffici dei Betriebsräte parlino la stessa lingua dei padroni non è un'eccezione, ma la regola, conseguenza voluta del meccanismo della cogestione. I Betriebsräte, sebbene quasi sempre ex-operai e con la tessera del sindacato in tasca (Schlenz è stato eletto sulle liste della Ig-Metall), sono tenuti per legge a «cooperare» con l'azienda. Siedono nel consiglio di sorveglianza di ThyssenKrupp in numero eguale ai rappresentanti della proprietà (che prevale comunque in caso di dissenso, perché il presidente, scelto tra le sue file, ha voto doppio). Si impegnano a tenere riservate le informazioni aziendali di cui vengano a conoscenza, e questa riservatezza tende a tradursi immancabilmente in complicità. Ben compensata con stipendi da manager.
Sebbene il sindacato dei metalmeccanici Ig Metall abbia una propria rete di fiduciari di fabbrica, anche a ThyssenKrupp, non entra volentieri nel merito di vicende aziendali. Questo è un campo lasciato ai funzionari - "cogestivi" come si è detto - dei Betriebsräte. E così anche alla centrale francofortese del sindacato confermano che "l'interlocutore giusto" per un problema di uno stabilimento estero di Thysse-Krupp è proprio il signor Schlenz. Che i contatti transnazionali tra i diversi stabilimenti dei grandi gruppi siano affidati a "comanager" di questo tipo, è una vera iattura. Con loro la cooperazione operaia al di là delle frontiere, da stabilimento a stabilimento, resterà un miraggio.
Senza nessuna pretesa di mettere in discussione la filosofia della cogestione, alla segretaria del signor Schlenz avevamo affidato una domanda semplice semplice per il suo principale. Volevamo sapere se, come portavoce globale dei dipendenti del gruppo ThyssenKrupp, giovedì prossimo andrà a Torino, al funerale degli operai. Non è giunta risposta. In Italia, un comunicato della società di Terni, ha riferito ieri sera che rappresentanti dell'azienda parteciperanno ai funerali.
La Ig Metall ci segnala però un comunicato di solidarietà con gli operai torinesi della Federazione europea dei sindacati metalmeccanici (Fem). Vi si esprimono «i più profondi sentimenti di simpatia con le famiglie e gli amici dei lavoratori morti a Torino». Un piccolo segno d'attenzione. Ma da un vero legame internazionale tra i sindacati europei capace di trasformarsi in campagne coordinate tra i diversi paesi, magari sulla sicurezza del lavoro, siamo lontani le mille miglia.