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Lo sciopero dopo la strage
alla Thyssen Krupp
La rabbia operaia in piazza
Ieri a Torino oltre 20mila lavoratori sono scesi in piazza per
gridare tutta la rabbia ed il dolore per la strage avvenuta alle
acciaierie Thyssen Krupp. Un corteo compatto che ha urlato ad alta
voce che stavolta i padroni la devono pagare.
"Per i morti operai non basta il lutto, pagherete caro pagherete
tutto" era uno degli slogan urlato dai lavoratori dello stabilimento
di Corso Regina Margherita in dismissione, ma dove le maestranze
erano costrette ad osservare turni di 12 ore.
L’atmosfera è tesa, lo si capisce dalla contestazione aperta di cui
sono oggetto il sindaco Chiamparino ma anche Bertinotti. Chi
contesta non sono squatter o “black block” ma lavoratori di tutte le
età, pensionati, madri con bambini al seguito. Il padre di uno dei
lavoratori morti nel rogo, piange suo figlio e ripete continuamente,
alla testa del corteo: “Assassini, brucerete tutti”.
All’arrivo in Prefettura i partecipanti al corteo ascoltano con
attenzione uno dei compagni di lavoro delle vittime, poi prende la
parola Rinaldini, il segretario nazionale della Fiom, che a stento
riesce a concludere il discorso, interrotto più volte dal grido
“giustizia, giustizia”. Quando prova a parlare un rappresentante
della Fim, dopo pochi secondi è tutto un subissare di fischi e di
grida: “vergogna”, “venduti” ed “assassini”. Il comizio si
interrompe ed il corteo procede verso l’Unione degli industriali.
Sono ancora diverse migliaia, malgrado tutti i limiti della
mobilitazione convocata da Cgil, Cisl e Uil. Infatti lo sciopero di
otto ore era solo per i metalmeccanici, per il resto delle categorie
le ore erano solo due. Eccetto per coloro che lavorano nel settore
del trasporto pubblico, dove si sono effettuate fermate simboliche
di due minuti! I padroni a quanto pare se ne possono fregare delle
leggi sulla sicurezza sul lavoro, mentre i lavoratori devono
accettare in silenzio limitazioni assurde ad un loro diritto
fondamentale: quello di sciopero.
Tutta la vicenda del gruppo Thyssen Krupp è scandalosa. Lo
stabilimento di Torino doveva essere chiuso: nella logica del
profitto che regola i comportamenti della multinazionale tedesca
doveva rimanere aperto solo l’impianto di Terni. L’acciaieria di
Torino era quindi in via di smantellamento, ma quando a Terni si
rompe un treno del reparto laminazione, il padrone non può perdere
la commessa e posticipa la chiusura di Torino. E così da dopo
l’estate Thyssen Krupp impone straordinari e turni massacranti ai
lavoratori rimasti, la metà dell’organico. Se rifiutavi venivi messo
alla porta. Mancavano quasi completamente i manutentori, emigrati in
un’altra acciaieria vicina in cerca di un lavoro più sicuro.
Mancavano le più elementari misure di sicurezza. Gli estintori non
funzionavano e sembra nemmeno i telefoni di emergenza in quella
tragica notte.
Solo in seguito a questa tragedia veniamo a sapere che l’Inail ha un
utile complessivo di 12,4 miliardi di euro che potrebbero essere
investiti per migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro: più
ispezioni e controlli, formazione, miglioramento dei trattamenti.
Questo “tesoretto” giaceva invece nelle casse della Tesoreria dello
Stato e la Finanziaria 2005 ne aveva bloccato l’utilizzo “in attesa
del miglioramento dei conti pubblici”.
Ecco a dove porta la logica del risanamento dei conti!
Non solo: fonti governative propongono di elargire questi fondi alle
aziende "virtuose", che rispetterebbero le norme di sicurezza, sotto
forma di sconti sui premi assicurativi Inail! Ogni mezzo è lecito da
parte del governo per fare un regalo ai padroni!
La morale del capitale è spietata: si doveva spremere quello
stabilimento fino all’ultima goccia d’olio ed i lavoratori fino
all’ultima goccia di sudore. E così è stato. La Thyssen Krupp non ha
rispetto nemmeno per i morti. In un comunicato emesso domenica
spiega che tutte le misure di sicurezza sono state rispettate! Il
disgusto per tali dichiarazioni è senza limiti.
Questa vicenda mette alla luce come nei posti di lavoro viga la
legge della giungla,dove a fare la parte del leone è il padronato.
Dal 2001 al 2006 ci sono stati secondo l’Inail, più di un milione di
infortuni all’anno, con oltre 1200 morti e 30mila invalidi ogni 12
mesi: la legge 626 è ormai carta straccia. La logica privatistica ha
colpito anche il ministero del Lavoro: un lavoratore dal palco
denunciava come gli ispettori del lavoro erano allo stesso tempo
consulenti dell’azienda.
I delegati sono stati privati di ogni possibilità di controllo sui
ritmi di lavoro, sulle misure di sicurezza
I lavoratori di tutta Torino hanno contestato in maniera sacrosanta
dirigenti sindacali e rappresentanti delle istituzioni. Le loro
lacrime sono di coccodrillo. Chi ha permesso, all’interno delle
amministrazioni locali, la dismissione della fabbrica? A cosa
pensavano i vertici sindacali quando, firmando un contratto dopo
l’altro, lasciavano che la flessibilità aumentasse ed i diritti
diminuissero? E governo e parlamento cosa hanno fatto in questi
anni, salvo concedere enormi sgravi fiscali alle imprese,
finanziamenti a fondo perduto e, nel recente “pacchetto welfare”,
detassare le ore di straordinario?
L’ipocrisia è abissale. Si lanciano collette sul quotidiano di
Torino La Stampa, di proprietà degli Agnelli, che per inciso sono
stati i primi proprietari dell’acciaieria di Corso Regina. Si fa un
minuto di silenzio alla Prima della Scala e sui campi di calcio di
serie A. Domani tutto da questi signori sarà dimenticato. Come si
può infatti piangere i morti di Torino e poi chiedere sempre più
flessibilità, sempre più straordinari, sempre nuovi turni notturni o
domenicali?
Il ministro Ferrero lavorerà per inserire provvedimenti d’urgenza
nel pacchetto sicurezza riguardo alla sicurezza sul lavoro. Saranno
aggiuntivi naturalmente, ma non dubitate: chi venderà cd
contraffatti alle fermate della metropolitana passerà sempre più
giorni in prigione di chi è responsabile di queste “morti bianche”
che altro non sono che omicidi in piena regola.
Questa manifestazione ha manifestato nella maniera più eclatante
quanto sia profondo il solco tra lavoratori e vertici dei partiti di
sinistra, dopo quindici anni di concertazione e quasi due anni di
governo Prodi.
Per comprendere meglio l’afasia e l’inadeguatezza di questi gruppi
dirigenti, sullo striscione di Fim, Fiom e Uilm non si era trovato
nulla di meglio che scrivere “Basta”.
Ci chiediamo: ma basta a cosa? Basta alla logica del profitto,
rispondiamo. Basta allo sfruttamento padronale, basta al sistema
capitalista.
Alzare la bandiera di questa lotta sarebbe il modo migliore per
rendere omaggio ai lavoratori che hanno perso la vita alla Thyssen
Krupp e di tutti gli altri uomini e donne che ogni giorno sono preda
dello stesso crudele destino.
Roberto Sarti martedì 11 dicembre 2007
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