Sulla strage di Torino - alcuni interventi
1 - ThissenKrupp e Il Sole24Ore: la Pravda del padrone
(10 dicembre 2007)
Stamane né Libero né il Giornale, così soliti a scandalizzarsi per uno starnuto di Niki Vendola o Clemente Mastella, avevano in prima pagina una sola riga sul caso del giorno.
Sia Libero che il Giornale sono
indifferenti all’oscena morte medievale, affogati nell’olio
bollente (per dare un nome alla rosa) nel pieno centro
dell’olimpica Torino postindustriale e postmoderna, di
quattro operai che lavoravano in condizioni per descrivere
le quali bastano gli scritti su Manchester a metà ‘800 di un
signore fuorimoda con la barba.
Turni di sedici (16!) ore di lavoro, sindacati assenti e
distratti, ricatti continui, lotta per difendere il posto,
sicurezza infima e violata nelle più elementari norme, con
la sola differenza che le leggi, a Manchester nell’800, non
c’erano, mentre adesso, dopo 150 anni di storia del
movimento operaio, ci sono ma sono tranquillamente evase.
Dai padroni che le chiamano "lacci e lacciuoli", e che le
pensano come costi. E se la sicurezza è un costo dobbiamo
dedurre che nel loro linguaggio allora i morti sul lavoro
siano, come direbbe George Bush, "danni collaterali".
I grandi giornali, il Corriere della Sera, La Repubblica,
ovviamente La Stampa, con un buon fondo dell’ottimo Massimo
Gramellini, hanno capito di non potere evitare, almeno per
oggi di parlarne. Troppo grave è la tragedia di Torino alla
quale si sono affiancati da un altro morto alla Fiat di
Cassino e un altro ancora in un cantiere edile in Irpinia. I
grandi giornali hanno aperto ma altri giornali (Il Resto del
Carlino, per esempio), se ne fottono e hanno tenuto il gioco
alla stampa patronale (per parlare antico) e hanno aperto
ancora con la succulenta Meredith.
Ma chi può scandalizzarsi del pessimo Carlino se sono i padroni che non vogliono che se ne parli.
Il Sole24Ore, il quotidiano
della Confindustria che a destra e a manca, soprattutto
(tristemente) a manca, viene considerato il più autorevole
quotidiano italiano, l’unico di livello europeo brilla per
un understatement che sfiora la disinformazione piena: due
righe tra le brevi in prima e un articoluccio in taglio
medio su tre colonne perse giù in fondo, a pagina 19. Due
righe tra le brevi e un fetente articoluccio a p. 19 che è
in realtà un’intervista al vicepresidente della
Confindustria medesima, Andrea Pininfarina per difendere
l’operato della stessa, equivalgono ad informazione negata,
alla violazione dell’elementare diritto ad essere informati
in maniera onesta.
Chi ha letto Gomorra, si è potuto beare a pensare che le
condizioni di lavoro descritte da Roberto Saviano fossero
confinate al far west dell’hinterland napoletano. Chi
scrive, come fa anche con ben più risonanza Saviano, da anni
pensa e scrive che l’hinterland napoletano sia la parte più
moderna d’Italia.
Sia l’unica o tra le poche dove il capitalismo neoliberale
si sia potuto davvero liberare in tutti i suoi istinti
animali e produrre ricchezza vera e dove i morti nei
cantieri, o quelli che semplicemente si ribellano, possono
essere abbandonati in una discarica senza tante storie.
Droga (la grande droga, quella che muove miliardi di Euro) o
edilizia, rifiuti tossici o acciaio, Torino viene dietro ma,
come dimostra la ThissenKrupp, ha una gran voglia di
rifarsi. O davvero credete che i padroni delle ferriere
ThissenKrupp abbiano più coscienza civile di un capoclan
camorrista di Casal di Principe? Credete davvero ci sia
differenza se i soldi si fanno con la coca o bollendo
nell’olio gli operai perché si è scelto a monte di avere in
totale spregio la sicurezza di questi? Ricordate il
Petrolchimico di Porto Marghera? E’ stato processualmente
dimostrato che per decenni i dirigenti di Enichem e
Montedison sapevano perfettamente di mandare gli operai a
morire di cancro da cloruro di vinile. Ne hanno mandati a
morte almeno 159.
Risultano oggi meno sibilline le parole di Giulio Tremonti
quando, da ministro dell’economia di Silvio Berlusconi, si
lamentava della Cina. Come possiamo competere col gigante
asiatico se loro non hanno i sindacati, se loro non
rispettano alcuna misura di sicurezza, se pagano stipendi di
fame e non hanno regole, gridava acidulamente Tremonti in
ogni consesso con i confindustriali e gli editorialisti
prezzolati a spellarsi le mani. Qualche ingenuo pensava che
Tremonti volesse imporre i sindacati nelle aree speciali
della Cina, che fosse interessato a imporre condizioni di
vita degne ai lavoratori cinesi. E invece no, Tremonti, Luca
di Montezemolo, Innocenzo Cipolletta la Cina la volevano tra
noi, nell’aversano come nel centro di Torino. E’ il mercato,
bellezza, il resto sono chiacchiere o danni collaterali.
Gennaro Carotenuto
http://www.gennarocarotenuto.it/ - fonte:
gc@gennarocarotenuto.it
2 - Il lavoro e’ una guerra che uccide
(9 dicembre 2007)
La
tragedia dell’acciaieria Thyssenkrupp di Torino,
dove quattro lavoratori si sono trasformati in torce
umane ed hanno perso la vita, mentre altri tre
operai coinvolti nel rogo giacciono in ospedale con
gravissime ustioni sulla quasi totalità del proprio
corpo, ha fatto si che il carrozzone politico e
quello mediatico siano tornati ad occuparsi delle
morti sul lavoro.
I soloni della politica e quelli dell’informazione
hanno in realtà da sempre un approccio molto
singolare con l’argomento. I primi non perdono
occasione per ribadire che in materia di sicurezza
sul lavoro esistono ottime leggi, che purtroppo non
vengono rispettate, come se il compito di garantire
il rispetto di quelle leggi fosse deputato non a
loro, bensì agli uomini politici tedeschi, inglesi o
non si capisce bene di quale paese straniero. I
secondi denunciano la scarsa sicurezza presente sui
luoghi di lavoro e si producono in articoli/servizi
di stampo pietistico, quanto mai efficaci nel
rimpinguare la tiratura dei giornali o lo share
delle trasmissioni TV, ma assolutamente inadeguati
per chiunque volesse prendere coscienza dei reali
termini del problema. Dopo la tragedia di Torino
perfino il Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, interpretando come meglio non avrebbe
potuto il proprio ruolo istituzionale, ha deciso di
“sacrificare” un minuto del proprio tempo e di
quello dei tanti vip intervenuti come lui alla prima
della Scala, dedicandolo agli sfortunati lavoratori
dell’acciaieria Thyssenkrupp che certo, se ancora
fossero stati in grado di parlare, non avrebbero
mancato di ringraziarlo sentitamente per il nobile
gesto. I sindacati confederati, molto meno
interessati alla sicurezza dei lavoratori di quanto
non lo siano all’integrità del pacchetto sul welfare
stipulato con Confindustria, hanno indetto uno
sciopero di 2 ore, premurandosi di non creare disagi
alla produzione industriale.
Le statistiche ufficiali parlano di 1500 morti sul
lavoro ogni anno in Italia, ma dimenticano di
conteggiare i molti pendolari che ogni giorno
perdono la vita in incidenti stradali mentre si
recano sul posto di lavoro o tornano a casa a fine
giornata, così come dimenticano tutti coloro
(autisti, rappresentanti, fattorini, agenti
immobiliari e professionisti vari) che per lavoro
guidano un automezzo e giornalmente trovano la morte
sulla strada, così come dimenticano tutti coloro che
ogni anno muoiono per malattie “professionali”
contratte sul luogo di lavoro nel corso della
propria vita professionale. In realtà il lavoro
uccide in Italia alcune migliaia di persone l’anno e
la maggior parte di loro non viene neppure ricordata
in un trafiletto sul giornale.
Alcune volte, come nel caso dell’acciaieria
Thyssenkrupp la responsabilità della tragedia è da
imputarsi al mancato rispetto delle più elementari
norme di sicurezza da parte dell’azienda, altre al
penoso stato in cui versano le strade ed autostrade
italiane, altre ancora al sistema della precarietà
che determina la presenza di lavoratori privi di
esperienza in mansioni altamente pericolose, altre
ancora alla stanchezza determinata da turni di
lavoro massacranti.
Ma la reale responsabile della stragrande
maggioranza di morti sul lavoro è la vera e propria
guerra che giornalmente milioni di lavoratori ed
imprenditori combattono per tentare di ritagliarsi
qualche briciola di sopravvivenza.
Il mondo del lavoro è diventato negli anni una
giungla strapiena di trappole, dove il rispetto per
la vita umana e la dignità della persona sono stati
immolati sull’altare della produttività e della
competizione.
Lo sapeva bene Gabriele Aimar, autista di furgoni
portavalori che viveva a Cuneo e nessuno ricorderà
mai come “morto sul lavoro”. Gabriele il 3 dicembre
si è ucciso con un colpo di pistola, semplicemente
perché la polizia la sera prima gli aveva ritirato
la patente giudicandolo positivo alla prova dell’etilometro,
dopo averlo fermato a bordo della sua auto appena
uscito da un pub dove aveva bevuto una birra insieme
ad un amico. Senza la patente non avrebbe più potuto
lavorare e non sapeva come sopravvivere.
La ricerca della sopravvivenza spinge ogni giorno
centinaia di migliaia di lavoratori ad andare ben
oltre i propri limiti fisici accumulando ore ed ore
di straordinario, la sopravvivenza spinge
altrettanti lavoratori ad accettare mansioni che
danneggiano, spesso in maniera irreversibile la loro
salute, la sopravvivenza spinge i pendolari a
buttarsi su autostrade e tangenziali alle 5 di
mattina con il sonno che percuote le tempie. Quella
stessa ricerca della sopravvivenza induce a lavorare
in nero in un cantiere o in un’industria senza che
siano rispettate le norme di sicurezza, induce a
spingere l’acceleratore nella nebbia per evitare di
perdere un cliente, a lavorare ancora anche quando
si è ormai privi della lucidità necessaria.
La ricerca della sopravvivenza economica e il
tentativo di continuare a restare “sul mercato” fa
si che ogni giorno decine di migliaia d’imprenditori
perdano la propria umanità trasformandosi in
individui senza scrupoli, pronti a barattare qualche
scampolo di produttività con la vita delle persone.
Le promesse della classe politica e la falsa
indignazione del mondo sindacale sono solamente
atteggiamenti retorici che durano un battito di
ciglia. Fra qualche giorno, sparita l’attenzione
mediatica che avrà trovato nuovi argomenti sui quali
costruire tirature ed ascolti, tutto tornerà come
prima e probabilmente peggio di prima.
Il mondo del lavoro è un teatro di guerra altamente
disumanizzato, dove le persone sono ridotte al ruolo
di utensili, esistenze cosificate costrette a
rincorrere la speranza di sopravvivere, anche quando
in fondo a quella speranza c’è il concreto rischio
di trovare la morte. Una guerra senza regole, senza
senso e senza futuro. Una guerra combattuta nel nome
della produttività e della competizione sfrenata,
dove tutti i soldati sono irrimediabilmente
destinati a perdere, mentre a vincere sono soltanto
i pochi burattinai che attraverso la guerra
costruiscono immensi profitti, e poco importa loro
se si tratta di profitti realizzati attraverso
l’alienazione della vita umana.
Marco Cedolin - fonte: m.cedolin@tin.it
3 - Gli operai bruciano vivi, i potenti si divertono alla Scala
(9 dicembre 2007)
A Milano, venerdì scorso, quando gli operai della Thyssenkrupp di Torino erano appena morti o stavano morendo arsi vivi, si è svolta la "prima" della Scala.
Nessuno ha rilevato,
almeno sulla stampa ufficiale, quella che conta,
l'aberrazione, la stridente ingiustizia e
l'inopportunità della "prima" della Scala, svoltasi
a Milano venerdì scorso, quando gli operai della
Thyssenkrupp di Torino erano appena morti o stavano
morendo arsi vivi.
La prima alla Scala si è svolta, come ogni anno,
all'insegna della mondanità e dello sfoggio della
ricchezza e del potere (Sono lontani anni luce i
tempi in cui il movimento di Capanna contestava a
suon di uova marce le ricche matrone
impellicciate...).
Era presente la crema del potere economico e
politico, a cominciare da Napolitano e altri 5 capi
di stato esteri, 19 ministri da tutto il mondo e
ampie rappresentanze della "casta" italica.
Un minimo di senso della giustizia e di solidarietà
avrebbe imposto la sospensione della prima in segno
di lutto: e invece no, i "padroni" dell'Italia e non
solo non potevano certo rovinarsi la serata per la
morte di alcuni poveracci uccisi per un salario di
pochi euro e così hanno ritenuto di cavarsela con un
minuto di silenzio ipocrita... e la serata di gala è
gioiosamente continuata come previsto.
Il Presidente della Repubblica, che ci affligge ogni
giorno con una predica moralistica e "piange"
ipocritamente per gli infortuni sul lavoro, non solo
ha partecipato, con palese soddisfazione, al rito
mondano ma non ha avvertito neanche l'esigenza
minima -magari prima della serata- di recarsi a
Torino, almeno per un doveroso omaggio alle famiglie
degli operai uccisi.
La cosa è talmente ripugnante che si fa fatica a
seguire le cronache mondane, che parlano di una
Letizia Moratti che "fa la padrona di casa: giro di
brillanti al collo in nero Armani (Me l'ha regalato
mio marito, come ogni anno)"...
E che dire dei sontuosi addobbi del teatro?
Sul palco reale mille rose rosse e intrecci di rami
di salice, nocciolo, medeola e ruscus per
simboleggiare il contrastato amore fra Tristano e
Isotta. L'antipalco reale e i foyer sono invece
decorati con 250 anturium e 450 garofani.
"Un grandissimo spettacolo!", ha commentato
Napolitano al termine della rappresentazione.
La serata si è conclusa con una bella mangiata a
Palazzo Marino, ove il Comune ha organizzato un
ricevimento per 900 persone, con menu' a base di
risotto alla milanese, aletta di vitello con
polentina e cappella di fungo porcino alla
genovese...
Unica nota di protesta, quasi stonata in questa
orgia di mondanità, quella di un gruppo di precari
dell'Alfa Romeo aderenti ai Cobas che hanno animato
un presidio davanti al teatro.
Maurizio Bassetti . fonte: basmau@libero.it