| Lettera aperta |
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| Operai Fiat-Sata di Melfi -
04-12-2007 |
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo - Red
Al Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano
Al Presidente della Camera dei Deputati
Fausto Bertinotti
Al Presidente del Senato
Franco Marini
Al Ministro del Lavoro
Cesare Damiano
Sentiamo la necessità di sottoporre alla Vostra
attenzione
i recenti fatti accaduti alla Fiat di Melfi.
Il clima di tensione creatosi tra azienda e
lavoratori, a seguito del licenziamento di 4 operai,
non ha precedenti. Stiamo assistendo al reiterato
tentativo da parte dell'azienda di instaurare un
vero e proprio clima di intimidazione tra i
lavoratori all'interno della fabbrica; denunciamo,
altresì, la sospensione dei diritti sindacali e
costituzionali validi nel resto del Paese.
La Fiat Sata è stata teatro, nella primavera del
2004, di una lunga lotta sindacale per la legittima
rivendicazione di migliori condizioni di lavoro e di
salario; lotta democratica e non violenta, che non
ha visto nessun tentativo di infiltrazione eversiva,
e che difendiamo dalle indebite strumentalizzazioni
(anche istituzionali) cui assistiamo da tempo.
I licenziamenti sono avvenuti a seguito di
un'inchiesta avente prevalentemente carattere
nazionale, e che avrebbe ad oggetto azioni di
propaganda a fini eversivi verificatesi all'ombra di
alcuni settori del sindacalismo di base. Inoltre, è
stato licenziato anche un delegato sindacale, del
tutto estraneo alle indagini, per una normale azione
di volantinaggio sulle dure condizioni di lavoro in
fabbrica, consumando in tal modo un vero e proprio
attacco alla libertà sindacale ed alla libera
manifestazione di pensiero.
Sono stati calpestati in un colpo solo l'art. 18
dello Statuto dei lavoratori, i diritti propri di un
componente della RSU di fabbrica e la presunzione
d'innocenza che dovrebbe valere per tutti, operai
compresi, e non soltanto per gli appartenenti alle
classi dirigenti (politiche ed amministrative) che
rimangono nei loro posti di responsabilità e
direzione fino alla conclusione dei processi e se vi
è la condanna.
Pertanto, così come alla magistratura, ci sentiamo
di esprimere piena fiducia agli operai licenziati
illegittimamente che, come noi lavoratori, si
recavano e si recano alla Fiat Sata per esercitare
il proprio diritto costituzionale al lavoro, ed
averli privati della possibilità di avere
un'esistenza libera e dignitosa genera un
inevitabile disagio sociale e personale.
Chiediamo, quindi, alle Signorie Loro, ciascuno
nell'ambito delle proprie funzioni e dei propri
poteri, di sollecitare tempi celeri, sia per lo
sviluppo delle indagini che per l'esaurimento del
conseguente contenzioso di lavoro; di ripristinare e
garantire il libero esercizio dei diritti sindacali
(L. 300/70) nonché dei diritti costituzionali tutti,
all'interno dello stabilimento Fiat Sata di Melfi.
Comitato RSU e Operai della Fiat Sata
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| dal blog di Donato
Auria - 05-12-2007
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Lettera aperta al Signor
Sergio Marchionne amministratore delegato della Fiat
Lei sicuramente non saprà nemmeno che esisto, sono
uno dei suoi centomila operai che a turni lavorano
negli stabilimenti del gruppo FIAT a produrre auto e
con esse gli utili per gli azionisti, per i
finanzieri, gli stipendi dei manager.
Sono Donatantonio AURIA, operaio di MELFI sospeso e
poi licenziato dalla direzione dello stabilimento
con una motivazione che fa talmente calci e pugni
con il normale sistema di rapporti giuridico
contrattuali da diventare un esempio tipico di come
nelle fabbriche ed in particolare nelle sue si
manifesti un arbitrio senza limiti.
Il fatto è semplicemente spiegato, un magistrato di
Potenza ordina la perquisizione di casa mia
nell’ambito di una inchiesta sulle associazioni
sovversive con finalità terroristiche in Basilicata,
nulla viene sequestrato, nessuna prova viene
acquisita. Risulto e sono estraneo alla vicenda.
Come ogni cittadino in Italia dovrebbe valere la
regola che non solo non sono colpevole fino a
sentenza definitiva, ma qui sono solo coinvolto
marginalmente in un’inchiesta di cui non si
conoscono ancora i termini.
La direzione dello stabilimento di Melfi mi sospende
con effetto immediato, mi licenzia. Non aspetta gli
sviluppi dell’inchiesta, la pronuncia della
magistratura. Nel suo regno, signor Marchionne, lo
stato di diritto non ha spazio. Il dirigente Fiat è
nello stesso tempo legislatore e giudice, la sua
volontà inappellabile. La giustificazione semiseria
di questo comportamento è il venir meno del rapporto
di fiducia fra me e la Fiat, ma non le basta che per
mille euro al mese tutti i giorni vengo in fabbrica
a sgobbare sulle linee con migliaia di altri operai,
vuole anche che gioisca di questa condizione e tutti
i giorni dichiari di essere fiducioso del vostro
comportamento? Non vi sembra di chiedere oltre il
convenuto!
Per sorridere un po’, si immagini se lo stesso modo
di agire si applicasse in parlamento, se solo
un’iscrizione nel registro degli indagati
comportasse il licenziamento, più di due terzi
andrebbero a casa subito. Invece stanno lì anche i
condannati per via definitiva e per questi sì che è
venuta meno la fiducia di tanti elettori.
Il paragone non si può fare, le fabbriche sono un
territorio a parte, dove valgono altre regole del
gioco. Ma almeno non si blateri più di nuovo
capitalismo, di profitto coniugato con le libertà
individuali, il rapporto di lavoro è dispotico e non
può essere altro.
Ma signor Marchionne conosco bene le ragioni che
hanno spinto i suoi subalterni a cogliere la palla
al balzo e licenziarmi. Io Donatantonio Auria sono
uno degli operai che è stato in prima fila nella
lotta dei 21 giorni, ha sostenuto che all’accordo
sul welfare occorresse dire un bel no tondo, sono
fra coloro che resiste ad ogni intensificazione dei
ritmi, sostengo che è necessario chiedere più soldi.
Occorreva tapparmi la bocca. Mi chiedo: Marchionne è
cosi rovinato da non poter sopportare nei suoi
stabilimenti nemmeno un sano sindacalismo operaio?
Lei sicuramente sa che i suoi predecessori, capitani
d’industria nell’800 e nei primi decenni del ’900,
sopportarono ben altro che qualche lotta per il
salario, qualche resistenza ai ritmi di lavoro …
Certo metterò in atto tutte le misure legali per
difendermi, per far rientrare il licenziamento, per
tornare al mio posto di lavoro, ma il guasto è
fatto: le sue intelligenti parole sul capitalismo
del futuro possono andar bene sulle pagine del
Corriere della Sera ma naufragano sui cancelli della
SATA di MELFI. Piuttosto che affrontare il rancore
degli operai sulle pensioni, sui salari, sulla
pesantezza del lavoro, ha preferito tagliare le
teste, ma ne dovrà tagliare tante, operai che la
pensano come me si formano e riformano in
continuazione.
Se non lo sa è il regime di fabbrica che li produce.
Saluti
Avigliano, 26/10/2007
Donatantonio Auria
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