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Il dibattito
politico sul protocollo del welfare del 23 luglio e
l’accidentato percorso parlamentare hanno messo in evidenza
molti guai del centro sinistra e del rapporto tra governo e
parti sociali. I giornali e i grandi media hanno
sottolineato i punti di possibile rottura e di possibile
crisi del governo di Romano Prodi. In particolare si è
parlato moltissimo di lavoro precario, lavoro a chiamata o
“job on call” come si usa dire nella terminologia anglofila
dei giuristi del lavoro. Si è parlato di lavoro a tempo
determinato, part time, lavori usuranti, ulteriori
elasticità del mercato del lavoro. Il focus, il punto di
vista, che l’informazione ha scelto o comunque privilegiato
è stato però quello politico: la crisi possibile e sempre
presente di un governo di centrosinistra che aveva messo nel
suo programma elettorale il superamento della famosa legge
30 e che ora però – strattonato da potenti settori
confindustriali e moderati – non riuscirebbe a rispettare le
promesse.
In questa breve analisi a commento della settimana che si
chiude non è il caso di riproporre tutti i punti
dell’accordo politico sull’applicazione del protocollo di
luglio, che si possono consultare negli articoli linkati
nella colonna a sinistra. Quello che invece è stato messo
poco in evidenza e che meriterebbe ulteriori approfondimenti
nei prossimi giorni riguarda il ruolo del sindacato.
Intendendo il ruolo del sindacato sia dal punto di vista
generale, ovvero come soggetto politico che tratta con le
parti e con il governo le scelte politiche appunto generali.
Sia dal punto di vista del suo ruolo nella società e in
particolare – come è ovvio – nel mondo del lavoro. Il
protocollo del luglio 2006 e il dibattito
politico-parlamentare che ne è scaturito richiedono una
discussione più approfondita sul ruolo del sindacato e sul
modello di concertazione che si vuole per il futuro per
rispondere a problemi oggi in parte simili ma in parte anche
assai diversi da quelli che il paese aveva negli anni
Novanta del secolo scorso.
Tanto per semplificare e schematizzare al massimo un
discorso che andrebbe approfondito e sviluppato, si può dire
che le novità, su questo fronte sono almeno tre:
1) La prima riguarda il ruolo dei sindacati confederali come
soggetto politico generale. Dal governo Berlusconi al
governo di Romano Prodi si sono fatti passi avanti (visto
che con Berlusconi e Tremonti la concertazione era stata
praticamente abolita). Ma il modello di concertazione che si
pratica oggi lascia ancora molti punti oscuri e non
chiariti. Inoltre le questioni di aggiustamento nel modello
sono state in questo caso complicate da ulteriori problemi
politici. Ne citiamo solo uno: è corretto intervenire per
modificare un testo di accordo sottoscritto dalle parti e
sottoposto al referendum? Qual è il ruolo delle parti e
quello del Parlamento? Che cosa significano le affermazioni
fatte da molti parlamentari di sinistra, che hanno
polemizzato con i sindacati accusandoli di corporativismo
perché non erano intenzionati a modificare il protocollo?
2) La seconda questione riguarda il “ritorno” della
contrattazione. Forse è sfuggito ai più, ma nel bailamme
parlamentare è emersa un ri-proposizione della
contrattazione che non era forse stata messa in conto. Non
sappiamo se in modo strumentale e opportunistico, o in modo
convinto, ma è evidente che su molti dei punti più caldi del
protocollo il legislatore e la politica hanno deciso di
rimandare la definizione delle questioni alla contrattazione
nazionale e aziendale: succede per il part time, come in
molti altri punti, uno dei quali (forse il più famoso) è
quello che rimanda alla contrattazione la deroga per il
lavoro a chiamata nei settori del turismo e dello
spettacolo.
3) Infine terzo punto – ma non ultimo per importanza –
riguarda il ruolo del sindacato come fornitore di servizi.
In molte delle leggi varate in questo periodo o delle nuove
normative (i flussi dell’immigrazione per esempio) viene
rivalutato il ruolo dei patronati. Sono tutte novità che
andrebbero capite e su cui è necessario cominciare a
riflettere. |