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La gabbia liberista sul
salario
Con tempestiva sintonia Pietro Ichino, sul Corriere della Sera, e
Tito Boeri, su La Stampa, intervengono sull’apertura del confronto
tra Confindustria e sindacati sul sistema contrattuale.
La loro tesi di fondo, non si offendano i due professori, riprende
sostanzialmente la vecchia legge bronzea dei salari, caposaldo di
ogni impostazione liberista e conservatrice. Secondo questa
impostazione ogni aumento collettivo dei salari frena l’economia e
ne impedisce la crescita. Solo il legame stretto tra produttività
del lavoro e retribuzione garantirebbe un effettivo incremento della
busta paga. Insomma, solo l’aumento dei profitti si può tradurre in
aumento dei salari o, come direbbe l’attuale presidente francese,
guadagna di più chi lavora di più.
Questi ragionamenti sono antichi, ma in Italia si ripropongono
periodicamente quando sono in discussione il salario e i diritti dei
lavoratori. Io li sentii la prima volta quando cominciò la campagna
per l’abolizione della scala mobile. Campagna che durò diversi anni,
dalla fine degli anni Settanta al 1992, passando attraverso il
decreto Craxi che tagliava il salario dopo un accordo separato
contro la Cgil. Chi allora nel sindacato, nelle imprese, nella
politica era contro la scala mobile, spiegava che cancellando quell’istituto,
le sue rigidità, i suoi automatismi, si sarebbe creato più spazio
per la contrattazione. E’ lo stesso ragionamento che oggi viene
applicato al contratto nazionale. E’ finita l’epoca degli aumenti
salariali a prescindere, ha proclamato recentemente il segretario
generale della Cisl.
Il riformismo sindacale è disposto a ridurre sempre di più il
salario contrattato nazionalmente, con l’obiettivo di creare così
maggior spazio per quello aziendale. Domanda: ma questo serve ad
aumentare le retribuzioni? I fatti non lo dimostrano. Non lo
dimostra la vicenda dell’abolizione della scala mobile, una delle
cause della catastrofe delle buste paga in Italia, ma non lo
dimostra nemmeno quello che sta avvenendo ora. La Federmeccanica, ad
esempio, rispondendo alla richiesta salariale dei metalmeccanici di
117 euro di aumento per tutti, ne ha controproposti 100, di cui però
solo 66 per tutti i lavoratori, mentre gli altri 33 verrebbero dati
mediamente a chi lavora di più, quando lavora di più. Per usare un
esempio condiviso al tavolo della trattativa dagli stessi
industriali metalmeccanici, se un operaio prende 330 euro di aumento
perché fa molto straordinario e altri 9 lavorano le normali 40 ore
non prendendo nulla, la media dell’aumento sarà di 33 euro. Uno solo
ci guadagna, tutti gli altri ci perdono. E il risultato finale è che
il padrone paga comunque di meno.
Potremmo fermarci qui, magari aggiungendo che sullo stesso
quotidiano di Torino, sul quale esce l’articolo di Boeri, compare la
notizia di fonte comunitaria che mette i lavoratori italiani in
fondo all’Europa per i salari e in cima per gli orari di lavoro.
D’altra parte siamo il paese degli infortuni sul lavoro, della
fatica e delle ingiustizie sociali clamorose, il paese ove per
vent’anni si è spremuto il lavoro fino a farlo arretrare di 10-15
punti nella distribuzione del reddito nazionale. Basterebbe questo
per poter definire la riduzione del salario contrattato
nazionalmente una scelta iniqua e regressiva.
Vogliamo, però, aggiungere che la tesi di Ichino e Boeri è priva
anche di validità teorica. Essa infatti nasconde il vero limite che
in questi anni ha frenato la contrattazione e ha impedito al salario
di crescere. Esso non è determinato dal contratto nazionale, ma dai
vincoli che l’accordo del 23 luglio del 1993 ha imposto ad esso.
Quell’intesa, abolendo la scala mobile, toglieva ogni copertura
automatica ai salari, ma oltre a questo stabiliva un tetto alle
rivendicazioni. Il sindacato non era libero di chiedere quello che
voleva, il salario nei contratti nazionali non poteva aumentare più
dell’inflazione programmata. Così, quando il sistema economico
andava male le aziende potevano non rinnovare i contratti senza
neppure pagare la scala mobile, mentre, quando il sistema andava
meglio, il sindacato non poteva chiedere più dell’inflazione. Le
perdite dei periodi di difficoltà così non venivano mai recuperare
nei periodi di miglior andamento economico. Il sistema del 23 luglio
è stato programmato proprio per ridurre il salario nazionale. Non è
dunque il contratto nazionale a mettere in gabbia i salari, come
invece sostiene il professor Tito Boeri, ma è la gabbia del 23
luglio che ha costretto quell’istituto a non seguire più l’andamento
dell’economia. Certo, ci sono altre due cause determinanti nella
catastrofe dei salari. Una è la precarietà del lavoro, l’altra è il
sistema fiscale di classe che colpisce prima di tutto il lavoro
dipendente. Ma resta il fatto che il freno al pieno funzionamento
del contratto nazionale ha impedito la crescita delle retribuzioni.
Oggi è proprio il contratto nazionale che siede sul tavolo degli
imputati tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Invece che il sistema
concertativo che lo colpisce e lo frena, è il contratto stesso ad
essere messo sotto accusa. E’ un classico rovesciamento tra
l’aggressore e la vittima.
Se si volessero davvero aumentare i salari in Italia, con il nostro
sistema industriale, la frantumazione del lavoro, le piccole imprese
e le diversità territoriali, bisognerebbe rafforzare il contratto
nazionale, prima di tutto eliminando proprio quei vincoli che
impediscono alla contrattazione di svilupparsi ed estendersi.
Paradossalmente rischia di accadere l’esatto contrario: invece che
liberare il contratto nazionale dalla gabbia del 23 luglio 1993, si
mantiene questa gabbia e ci si libera del contratto. La
concertazione affossa così la contrattazione e dà via libera alla
totale individualizzazione del salario.
Ichino e Boeri spiegano che i lavoratori devono accettare questo
rischio, perché alla lunga se tutti lavoreranno di più il salario
medio crescerà. Qui la tesi dei due professori è una favola campata
in aria. Non c’è nulla che dimostri che così il salario è destinato
a crescere. In realtà queste tesi non sono nuove, esse risalgono
alle ideologie aziendalistiche degli anni Cinquanta. Purtroppo
l’arretramento dell’autonomia e dell’indipendenza sindacale, la
subalternità di tanta parte della politica all’ideologia
dell’impresa e del mercato, l’assenza di una forte battaglia di
sinistra nel sindacato e nella politica, la crisi della Cgil, fanno
sì che tesi sulle quali Bruno Trentin avrebbe, da autentico
riformista, sghignazzato, divengano il pensiero unico che domina le
relazioni sindacali. Dopo i danni del Protocollo sul welfare, i
lavoratori italiani non possono davvero permettersi il lusso di
perdere, con le stesse procedure e gli stessi discorsi, anche il
contratto nazionale. Nel sindacato, nella politica, nella cultura
bisogna dire basta a questa insopportabile deriva liberista.
Giorgio Cremaschi
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