Pensioni con il sistema contributivo. E’ necessario rivedere i coefficienti di trasformazione, ma al rialzo
(13 novembre 2007)
Basta farsi un
po' di conti, calcolatrice alla mano, per scoprire che il
sistema pensionistico contributivo non è come ce lo hanno
sempre descritto.
Adottando dei normali principi di giusta retribuzione del
capitale, le pensioni dovrebbero essere molto più alte.
Il dibattito che si è aperto di
recente si è concentrato sulla possibilità di effettuare la
revisione al ribasso dei coefficienti di trasformazione, e
riconoscere quindi un assegno pensionistico più basso, ma
ampliando il discorso si scopre come i coefficienti
andrebbero rivisti al rialzo.
E’ però forse necessario spendere due righe su questo punto
per cercare di capire cosa sono questi coefficienti di
trasformazione.
Quando un lavoratore va in pensione l’ente che erogherà la
pensione non fa null’altro che prendere il totale dei
contributi che il lavoratore ha versato nella sua carriera e
moltiplicarlo per il coefficiente di trasformazione previsto
per una persona dell’età del nostro lavoratore, ( il
coefficiente previsto per chi ha 57 anni è il 4,72%, per chi
ha 65 anni il 6,136%).
Ad esempio, un lavoratore che abbia accumulato mezzo milione
di euro di contributi in carriera andrà in pensione con
23.600 euro annui di pensione se ha 57 anni e 30.680 euro
annui se in pensione ci va a 65 anni.
Di solito le spiegazioni si fermano qui, prima vai in
pensione e più basso sarà l’assegno visto che lo Stato te lo
pagherà per più anni.
Fermare qui la spiegazione da però ragione a chi vuole
abbassare i coefficienti in virtù dell’allungamento della
speranza di vita.
Lo Stato ci dice: voi non campate più fino ad 80 anni ma
fino ad 81 e quindi devo ridurre le pensioni perché le
pagherò per un anno in più.
Non bisognerebbe però dimenticare che i coefficienti di
trasformazione dipendono solo in parte dall’aspettativa di
vita dei pensionandi e che il vero ‘trucco’ che ha abbassato
le pensioni calcolate con il sistema contributivo è stato un
altro.
Ritorniamo all’esempio del dipendente che va in pensione a
57 anni con mezzo milione di contributi versati e prende
23.600 euro annui di pensione, al momento del suo
pensionamento lo Stato avrà ‘in mano’ mezzo milione di euro
derivante dalla somma dei contributi versati dal lavoratore
e dal datore di lavoro (se privato), questi contributi sono
aggiornati anno dopo anno al tasso del PIL nominale medio
dei 5 anni precedenti, quindi se si proiettano i dati di
quest’anno il totale dei contributi sarà stato aggiornato al
tasso del 3,20 %.
Primo problema, non si comprende come mai lo stato remunera
a tassi ben superiori al 4 per cento annuo i soldi degli
investitori, ad esempio di chi compra Bot o CCT, ed a tassi
di appena il 3,20 % i soldi dei lavoratori.
Quando si applicano i coefficienti di trasformazione si
applica il risultato sintetico di una formula che tiene
presente non solo la durata della rata (che è l’aspettativa
di vita del pensionato) ma anche, e soprattutto, il tasso
d’interesse sul capitale (ovvero sul totale dei contributi
del lavoratore).
Un parallelo, anche se con dei limiti, ci aiuterà a
comprendere meglio questo passaggio.
Il rapporto che si crea tra il lavoratore e lo Stato è
simile a quello che si crea tra una Banca che eroga un mutuo
ed il suo cliente.
Il lavoratore, come la Banca, cede una grossa somma (i
contributi di una vita di lavoro) e lo Stato paga una rata
mensile che cresce anno dopo anno del tasso d’inflazione.
Ogni persona dotata di un minimo di sale in zucca sa che è
cosa buona e saggia cercare qualcuno che ti dia un mutuo ad
un tasso il più basso possibile, e che di questi tempi è
un’impresa trovare un mutuo ad un tasso inferiore al 5%, ma
pochissimi si rendono conto di prestare i propri soldi allo
stato (al momento del pensionamento) ad un tasso ridicolo,
visto che il tasso che è alla base del calcolo dei
coefficienti di trasformazione è l’1,5 per cento.
Secondo problema, perché lo stato remunera i lavoratori con
un micragnoso 1,5 per cento annuo?
In conclusione, l’unico modo di reagire alla richiesta di
rivedere i coefficienti di trasformazione è di concordare
pienamente alla richiesta di una loro revisione complessiva,
aperta cioè sia all’allungamento dell’aspettativa di vita e
sia ad una revisione dei tassi di rendimento delle somme dei
lavoratori.
Ps. Per un approfondimento su questo tema
http://arnolfospezzachini.blog.kataweb.it/
Arnolfo Spezzachini
fonte: arnolfospezzachini@libero.it