La lunga marcia della Cgil. Verso dove?
Loris Campetti

 
Genova è lontana da Roma nel novembre del 2007, come lo era nel luglio del 2001. La Cgil è lontana da Genova. Il più importante sindacato italiano, un grande invaso di storia e sentimenti, di lotte per i diritti e l'emancipazione delle classi più sofferenti, di donne e uomini che si battono da un secolo per l'uguaglianza, non sarà il 17 novembre a manifestare con i movimenti sociali e la sinistra. Non c'era ieri quando si manifestava contro la globalizzazione neoliberista e i guasti che produce su milioni di esseri umani, non c'è oggi che si torna in quelle piazze amare e amate per chiedere verità e giustizia, per aprire un varco tra le nebbie di quelle terribili giornate, i giorni della macelleria sociale quando persino la Costituzione venne sospesa. Sei anni sono passati, anni densi di lotte e riflessioni, persino di qualche timida autocritica che aveva riunificato la Cgil,riavvicinandola ai movimenti, nella lotta in difesa dello Statuto dei lavoratori, della pace, della democrazia. Oggi siamo allo stesso punto di sei anni fa, con una differenza sostanziale: al governo non c'è più Berlusconi.
Al governo non c'è più Berlusconi ma il vento liberista, in versione meno aggressiva e guerrafondaia, non ha smesso di soffiare sull'Italia. Non basta che le forze democratiche conquistino Palazzo Chigi per rovesciare la rosa dei venti, è ovvio. Ma la domanda è un'altra: basta forse per invertire la rotta intrapresa dalla Cgil nell'era berlusconiana? La domanda è fastidiosa, ma non campata in aria. Se la sono posta in tanti quando a manifestare contro la precarietà, un anno fa, in piazza non c'era più la Cgil ma solo la Fiom, Lavoro e società e Rete 28 aprile. Come a Genova ieri e oggi. Oppure quando in luglio si trovarono ancora sole, queste minoranze nella confederazione di Epifani, a respingere il protocollo governativo su welfare e mercato del lavoro. Anche oggi che impazza l'offensiva contro i contratti nazionali - la loro durata e il loro peso - guidata dalla Confindustria e sostenuta dal ministro Damiano, Cisl e Uil, dentro la Cgil si fanno più forti le disponibilità a rivedere le regole del '93: ma con il vento che soffia, una trattativa senza mandato non potrebbe che produrre una controriforma e già viene agitata dai padroni come una spada di Damocle sul rinnovo dei contratti di categoria, primo tra tutti quello dei metalmeccanici.
La caduta del governo Prodi sarebbe un disastro, dice Epifani, perché trascinerebbe con sé il protocollo del 23 luglio. Ma la «caduta» della Cgil, la sua perdita di comunicazione con la Fiom e le altre sinistre interne, provocherebbe un disastro di proporzioni maggiori. Lo stesso vale per i rapporti tra la Cgil e i movimenti sociali segnati da anni difficili e da alcune sconfitte ma ancora in piedi, a cui viene a mancare un'interlocuzione importantissima, un compagno di viaggio. E pensare che appena ieri, nel quinquennio maledetto, si era arrivati a sognare Camere del lavoro come case comuni della sinistra, case aperte ai precari, ai disoccupati, ai migranti, ai movimenti del territorio.
Il gruppo dirigente della Cgil è fatto di persone intelligenti e perbene che non possono fingere: il successo fortissimamente voluto dai sindacati confederali alla consultazione sul protocollo non ha cancellato le difficoltà di rapporto con i lavoratori, e non solo nelle fabbriche metalmeccaniche. Così come il successo veltroniano alle primarie del Pd non colma il fossato che divide i (non)rappresentati dalla politica, diciamo meglio: dalla sinistra. O Beppe Grillo è solo un'invenzione dei media? Il fatto grave, per tornare alla Cgil, è che sempre più spesso i sindacati vengono identificati da un'opinione montante come parte integrante di un ceto politico vissuto come nemico. L'ostilità del sindacato di Epifani verso le sinistre che si battono per obiettivi non dissimili dal programma dell'Unione e della stessa Cgil rischia di approfondire il fossato.
Saremo visionari, ma una domanda ci rimbomba nella testa: dove sta andando la Cgil?