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Almeno alcuni di noi avevano previsto che la formazione del
PD avrebbe determinato un profondo mutamento di contesto con
effetti rilevanti anche sulla vita interna della Cgil.
E' inevitabile che la costituzione di una nuova formazione
politica determini appartenenze, risvegli passioni, richieda
ricollocazioni, ecc. Ciò quand'anche l'intervento del PD
sulla Cgil non fosse stato organizzato (come in realtà
spesso lo è stato).
Inoltre, finora il PD, sia pure nella sua indeterminatezza,
ha mostrato un carattere, valutato anche da suoi autorevoli
dirigenti, poco “sociale” e molto politicista. Ciò ha
richiesto, per compensazione, una mobilitazione eccezionale,
sia delle masse (coinvolte con successo nelle primarie), sia
degli apparati “collaterali” (in particolare delle notevoli
risorse umane e materiali spendibili disponibili nel
sindacato).
Oltre all'utilizzo delle risorse sindacali per il partito,
c'è naturalmente anche la volontà di incidere sulla linea
del sindacato, in particolare della Cgil. Nonostante
l'”indistinto veltroniano”, è presente e sembra essere
dominante nel PD una cultura politica “americanista”,
asindacale, o meglio aconfederale, che sembra poco
compatibile con la tradizione della Cgil.
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La destra Cgil, che nel XV congresso ha ritenuto opportuno
non differenziarsi troppo per non contarsi, ora è naturale
che ritenga maturo il tempo per mettere in discussione i
deliberati di quel congresso. Noi contrastiamo con forza
questo orientamento, ma dobbiamo riconoscere non solo che è
legittimo, ma che è “doveroso” dal loro punto di vista.
Ci si dovrebbe aspettare quindi una trasparente battaglia
politica: la destra (nelle sue articolazioni) a criticare il
massimalismo (e la conseguente, necessaria, ineffettualità)
delle conclusioni politiche del XV congresso; la sinistra
(nelle sue articolazioni) a difenderle, criticando le
incertezze che hanno determinato la scarsa applicazione
della linea; il centro a cercare un ragionevole punto di
equilibrio.
Invece è stata scelta la strada del mettere in discussione
la conclusione politico-organizzativa unitaria, non la linea
del congresso, anche se è evidente che l'obiettivo politico,
perseguito in modo indiretto, surrettizio, obliquo, è
proprio la linea approvata dal XV congresso.
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Per spiegare come ciò sia potuto avvenire occorre
considerare tra gli aspetti che definiscono il contesto
anche quello che potremmo chiamare “familismo amorale
sindacale”.
Utili strumenti possono venirci da un grappolo di
interpretazioni: dalla deriva “neofeudale”, con il
“consolidamento di potenti consorterie politiche”,
denunciato nel rapporto Eurispes 2007; al “familismo
amorale”, fenomeno di microeconomie locali senza
riproduzione allargata del capitale e senza classi
dirigenti, di Banfield; alle varie analisi, presenti nella
tradizione sindacale e della sinistra italiana, sul ritardo
dello sviluppo industriale, sulla ridondanza di ceti medi,
sui correlati fattori culturali responsabili delle
condizioni di arretratezza. Essendo la Cgil parte importante
della società italiana, non può in qualche misura non essere
toccata da questi fenomeni.
L'apparire del PD ha spinto alcuni in una condizione di
attesa, vuoi per un sincero interesse a capire prima il
merito (ancora indistinto), vuoi per una più banale
“prudenza”; altri, invece, si sono messi subito in coda
nello “spazio PD”; altri ancora, vedendone l'affollamento e
ipotizzando per il futuro prossimo uno “spazio Cosa rossa”
si sono posizionati con disinvoltura in un'altra coda, come
al supermercato, sperando che dia diritto ad una precedenza.
In qualche caso, vedendo compagni finora politicamente
super-omogenei distribuirsi in schieramenti che dovrebbero
essere contrapposti, viene il dubbio che qualche cordata
arrivi anche a pianificare una “occupazione” a tutto tondo.
Tale consapevolezza deve servirci per fare di tutto pur di
evitare liti settarie nella “coda alle casse”. Purtroppo, la
sinistra ha una radicata propensione alla concorrenza
interna distruttiva, ma ciò non deve frenarci nel perseguire
l'obiettivo dell'unità della sinistra sindacale (ovviamente
basata sul merito).
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La costituzione della Cosa rossa (tanto quanto il PD) può
essere valutata positivamente o meno dai singoli iscritti
alla Cgil. Inevitabilmente, tenderà a produrre fenomeni
analoghi a quelli indicati per il PD. Anche una eventuale
valutazione positiva sull'aggregazione dei partiti della
sinistra in quanto si determinerebbe così un riferimento
politico meno frastagliato e più autorevole per l'insieme
della Cgil e per la sua sinistra in particolare, non deve
risospingerci sulla strada delle correnti di partito.
Ribadiamo quanto sostenuto più volte: l'antidoto contro la
tendenza “spontanea” alla diffusione di “famiglie
sindacali”, di cordate sganciate dal merito, motivate
prevalentemente (se non proprio esclusivamente)
dall'occupazione di “posti” di potere, richiede una
regolazione della vita interna della Cgil basata su Aree
programmatiche, non su correnti/sottocorrenti di partito, né
su una dialettica tra strutture.
La definizione di una base programmatica comune della
sinistra sindacale è quindi un compito decisivo per
“mantenere la rotta” del XV congresso (e viceversa per chi
persegue obiettivi opposti).
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Il modo e gli argomenti usati contro di noi da alcuni
sembrano essere finalizzati non a correggere errori ma a
mettere in discussione le modalità di relazione e di
espressione, il diritto all'autoregolazione, ecc. cioè le
caratteristiche basilari, la missione, di un'Area
programmatica. Ciò rende più difficile una pacata
riflessione sugli eventuali errori e una eventuale
conseguente autocritica.
Confermiamo e sosteniamo con forza, senza tentennamenti,
l'obiettivo di voler essere parte della maggioranza. Lo
facciamo perché, affermando l'attualità delle conclusioni
politico-programmatiche del XV congresso, ne difendiamo
anche la conseguente conclusione politico-organizzativa
unitaria.
Non dobbiamo certo essere noi a rassegnarci ad uscire dalla
maggioranza. Se proprio dovesse avvenire, deve risultare
chiaro a livello di massa che altri hanno rotto l'unità per
finalità che non hanno certo a che fare con questo o con
quell'episodio (comunque lo si voglia giudicare) ma con la
surrettizia messa in discussione della strategia del XV
congresso.
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Quindi, siamo noi che dobbiamo chiedere all'insieme della
Cgil se le conclusioni politiche del XV congresso sono
ritenute ancora valide.
Se la risposta è negativa, non solo è inevitabile la rottura
del patto unitario, ma è anche necessario un vero congresso
anticipato (e non un congresso mascherato da Conferenza
d'organizzazione).
Se la risposta è positiva, si ha la conferma che le
divergenze emerse sulla valutazione del Protocollo sono solo
tattiche; non c'è motivo per rompere una unità strategica
che si fonda innanzi tutto sulla condivisione della linea
congressuale; anzi, c'è bisogno di mettere a punto politiche
e pratiche confederali e categoriali coerenti in tale senso.
In ogni caso, fermo restando che possono esserci anche
valutazioni articolate su singoli episodi contestati, non
dobbiamo accettare una discussione in cui si dovrebbe
verificare il nostro comportamento come se l'eventuale
rottura del patto unitario dipendesse da questo e non dal
tentativo di determinare una svolta strategica a destra
della Cgil.
Giancarlo Straini
segr. nazionale Filcem-Cgil
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