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Marchionne si è fermato a
Melfi
Piero Di Siena *
Molti segnali ci dicono
che alla Fiat di Melfi si è creato un clima
di tensione tra azienda e lavoratori che non
ha precedenti, nemmeno nel periodo
immediatamente antecedente alla lotta della
primavera del 2004. Siamo di fronte al
tentativo da parte dell'azienda di
instaurare un vero e proprio «dispotismo di
fabbrica». Il pretesto è stato offerto
dall'invio di quattro avvisi di garanzia
nell'ambito di un'inchiesta, che si sviluppa
prevalentemente sul piano nazionale, la
quale ha per oggetto azioni di propaganda a
fini eversivi che si sarebbero verificate
all'ombra di alcuni settori del sindacalismo
di base.
Per quel che riguarda Melfi sembra che lo stesso sviluppo delle indagini stia portando a un nulla di fatto. Motivo in più, questo, affinché si arrivi da parte della magistratura a un rapido accertamento delle responsabilità. Ma ciò rende più grave la circostanza che la Fiat abbia proceduto al licenziamento in tronco degli indagati e di un delegato della Cub, del tutto estraneo alle indagini, e reo solo di aver diffuso un volantino su tutt'altra vicenda. Sono stati messi sotto i piedi in un colpo solo l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, i diritti propri di un componente della Rsu di fabbrica, la presunzione di innocenza che dovrebbe valere per chiunque sia raggiunto da un avviso di garanzia. Ciò è tanto più grave perché questo atteggiamento della Fiat si manifesta in una regione, la Basilicata, nella quale da anni dirigenti politici e appartenenti alle classi dirigenti che sono oggetto di clamorose indagini - da quelle più antiche di Woodckoc a quelle recenti di De Magistris - rimangono nei loro posti di responsabilità e direzione. Per costoro tutte le forze politiche lucane, nessuna esclusa, ha giustamente invocato la presunzione di innocenza fino alla celebrazione dei processi. E' concepibile che quello che vale per le classi dirigenti non valga per gli operai della Fiat di Melfi? Tutto ciò appare ancora più grave di fronte al fatto che questi licenziamenti - se si fa eccezione di Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani e Sinistra democratica - sono stati accompagnati dal silenzio delle istituzioni locali e regionali. Non una parola da parte del presidente della Regione o del neo-eletto segretario regionale del Pd. Si tratta di un silenzio che contrasta con la solidarietà che le istituzioni locali, a tutti i livelli, seppero esprimere ai lavoratori della Fiat di Melfi nel corso della lotta del 2004 e che non fu indifferente per il suo successo. Se a ciò si aggiunge che molti lavoratori hanno l'impressione che il potere dell'azienda e il peso delle sue ragioni determinino un comportamento non proprio imparziale da parte della Medicina del lavoro dell'Asl, nel cui ambito ricade lo stabilimento della Fiat di Melfi e da parte degli uffici dell'Ispettorato provinciale del lavoro in occasione di vertenze individuali tra lavoratori e azienda, si comprende come il senso di solitudine e anche di impotenza verso un potere di fabbrica capace di condizionare anche l'orientamento di istituzioni ad essa esterne, prenda piede tra gli operai. E sarebbe bene che, a livello nazionale, la sinistra politica e il sindacalismo confederale non guardassero con distrazione a quello che sta accadendo alla Fiat di Melfi. Nel 2004 la coincidenza del tutto casuale tra la lotta dei 21 giorni a Melfi e l'inizio in Fiat dell'era Marchionne portò a un accordo che fu preludio di una nuova fase unitaria tra i metalmeccanici, confermata nella gestione del contratto nazionale. Ora, nello stabilimento di Melfi il «socialdemocratico» Marchionne, come con una certa avventatezza l'ha definito di recente Piero Fassino, tollera se non addirittura promuove questa restaurazione dispotica che mina alla radice le relazioni industriali. Siamo certi che quello che accade a Melfi - questa volta in negativo - non sia una prova generale di uno scontro che padronato e Fiat intendono aprire a un livello più generale? * senatore di Sinistra democratca |