Drammatico scontro nel maggiore sindacato italiano tra la maggioranza di Epifani, la sinistra e i metalmeccanici.
Per Lavoro e Società il segretario ha chiuso ogni possibilità di mediazione. Cremaschi: «E' come la caccia alle streghe»
Cgil, parte il processo alla Fiom - Rinaldini: problema democratico

Fabio Sebastiani
Trasformare il pluralismo in dissenso e il confronto in processo. E' questo, in sintesi, il "programma minimo" della Cgil, anzi del suo Comitato direttivo nazionale, che ieri ha impegnato tutti gli organismi del sindacato ad una discussione sul j'accuse andato in onda in questi giorni in Corso d'Italia. Da oggi a fine novembre nelle Camere del lavoro, nei direttivi di categoria e regionali si discuterà, quindi, di regole, di disciplina interna e di come ricondurre alla ragione quei riottosi dei metalmeccanici.
L'esito del referendum sembra aver lasciato un segno profondo nel più grande sindacato dei lavoratori. Alla fine, se il prezzo è l'emarginazione di una categoria importante come la Fiom e il ridisegno degli equilibri di maggioranza usciti dal quindicesimo congresso della Cgil attraverso la rottura con la sinsitra Cgil, quell'82% di consensi al protocollo diventa un successo amaro.
Due le accuse sostenute dal direttivo Cgil: lo scarso grado di confederalità della Fiom, ovvero la decisione del Comitato centrale dei metalmeccanici di non seguire l'indicazione del "Sì" data dalla Cgil; e la manifestazione a favore del "No" sostenuta da Lavoro Società a Firenze. Nella lista dei cattivi, ovviamente, c'è anche la Rete 28 aprile, il cui leader, Giorgio Cremaschi, non ha avuto difficoltà, ieri, a parlare di «caccia alle streghe».
Il voto, 82 contro 31, oltre ad evidenziare una spaccatura che riguarda maggioranza e segreteria nazionale (ha votato contro anche Paola Agnello Modica) racconta di un cambiamento di equilibri che con molta probabillità non si esaurirà in questo mese e mezzo e potrebbe interessare gli stessi contenuti usciti dal congresso. Contenuti che parlavano di azzeramento della precarietà e rigetto di qualsiasi modifica del modello contrattuale.
«Una discussione, quindi, tutta politica - si legge nel documento finale approvato dal direttivo - che serva all'intera organizzazione per rendere ancora più forte e pervasiva la qualità della propria confederalità, di fronte alle sfide che ci attendono».
Tra le righe c'è l'avvio di una nuova stagione unitaria che, lo ricordiamo, si è aperta pochi giorni fa con una dura requisitoria del segretario della Cisl Raffaele Bonanni in cui ha chiesto la testa dei dissidenti. Da queste sfide, si legge nel documento, «il rapporto unitario trarrà ulteriore vigore e potrà ancor più arricchirsi e consolidarsi». La risposta dei diretti interessati, Gianni Rinaldini, Nicola Nicolosi e Giorgio Cremaschi, è stata piuttosto netta.

«Trovo paradossale - ha detto il segretario generale della Fiom - che si apra una discussione che coinvolga tutte le strutture della Confederazione dopo una consultazione referendaria condotta tra i lavoratori in cui il "Sì" ha ottenuto consensi così ampi». «Quando nel 1995 il referendum sulla riforma delle pensioni diede un risultato assai più contrastato (al "Sì" andò il 55% e al "No" il 45%, ndr) - ha proseguito Rinaldini - nessuno sentì il bisogno di avviare un ampio percorso di consultazione nella Cgil». «Farlo adesso, dopo che il "Sì" ha superato l'80% dei voti, fa pensare che l'oggetto del dibattito sia un altro, ovvero che, di fatto, si voglia mettere al centro della discussione il voto di non approvazione del protocollo del luglio 2007 espresso dal Comitato centrale della Fiom». «Altra cosa - ha concluso Rinaldini - sarebbe se si aprisse un dibattito sulla rappresentanza sociale e sulla sua crisi. Una crisi la cui ampiezza e la cui profondità sono ormai evidenti in tutta Europa e che devono suscitare in noi la più viva preoccupazione».
Nicola Nicolosi, portavoce di Lavoro Società, ha ribaltato l'accusa di rottura del patto di maggioranza chiamando Epifani al rispetto dell'indirizzo programmatico uscito dal congresso di Rimini. Nicolosi non solo ha giudicato «profondamente sbagliato» la lettura di Epifani della manifestazione di Firenze, «autoconvocata dai delegati e dalle delegate», ma ha anche chiesto «un maggiore equilibrio di giudizio», «respingendo con fermezza ogni collegamento fra la mobilitazione di massa e qualsiasi rigurgito terroristico». Il riferimento è alla polemica della segretaria nazionale Carla Carla che nelle stesse ore in cui a Firenze sfilava il corteo dei sostenitori del "No" ha parlato di presenza nel corteo di gruppi implicati in inchieste sulla lotta armata. In realtà, c'era uno striscione dei Carc tenuto da quattro persone. L'accusa, che ha trovato alcuni echi nello stesso documento del direttivo nazionale, appare paradossale perché al corteo ha partecipato anche il segretario Cgil della Camera del Lavoro di Sesto Fiorentino Andrea Montagni. Montagni, infatti, ha vissuto per due anni sotto scorta proprio a causa delle minacce ricevute dalle Brigate Rosse.
«L'Area programmatica - ha continuato Nicolosi nel suo intervento, consegnato alla presidenza per essere messo agli atti - costituisce una articolazione plurale del modello organizzativo della Cgil, prevista statuariamente e politicamente riconosciuta anche con quanto definito nel documento dei 12 segretari nazionali confederali che accompagnava le tesi del nostro ultimo congresso, come parte integrante della nuova configurazione della maggioranza». Ricordando i contenuti sindacali del congresso Nicolosi ha citato letteralmente alcuni brani del docuemento finale approvato a Rimini. Insomma, la strategia che seguirà Lavoro Società in questo difficile frangente sarà quella di rimettere al centro le conclusioni del quindicesimo congresso. «Per questo motivo - ha concluso Nicolosi - riteniamo sbagliata la scelta di impegnare nei prossimi mesi il gruppo dirigente in un dibattito interno in termini amministrativi, di contenimento dell'agibilità delle aree e della pluralità dell'organizzazione, che costituisce una grande ricchezza».
Molto duro, infine, l'intervento di Giorgio Cremaschi.
«Provo il bisogno di rispondere alle offese, alla mancanza di rispetto personale, alle meschinità che qui ho sentito», ha detto in premessa. Il leader di Lavoro Società ha rivendicato il "No" «come diritto in una consultazione ove il sì e il no avrebbero dovuto avere pari dignità», aggiungendo di aver chiesto «agli organi competenti, ben prima che si aprisse una discussione pubblica su questi temi, impegni e garanzie in questa direzione», con una lettera «che non ha ricevuto alcuna risposta». «Ho ricevuto decine e decine di denunce di irregolarità da parte di persone perbene, di iscritti e militanti che erano andati fiduciosi al voto e che riscontravano cose che a loro non piacevano e soprattutto non si sarebbero mai aspettate», ha aggiunto. «Chi dice che io ho fatto accuse di brogli non avendo prove mente due volte, perché non ho mai parlato di brogli ma ho esercitato il mio legittimo diritto di iscritto di pretendere la correttezza del voto ovunque e ho fatto pervenire alla Commissione competente denunce firmate con nome e cognome».
Cremaschi ha portato all'attenzione del direettivo il fatto che più di un quinto dei 4 milioni di "Sì" «si trovano in due sole regioni che hanno raddoppiato la partecipazione al voto rispetto al 1995 quando in gran parte del centro nord essa è calata». «La capacità di organizzare le persone di questi compagni dovrebbe essere messa a conoscenza di tutta l'organizzazione e valorizzata, perché abbiamo tutti da imparare da loro», ha sottolineato.
Le accuse rivolte alla "Rete 28 aprile", alla Fiom e a "Lavoro Società" sono il segno, per Cremaschi, «che questa segreteria e questa maggioranza non ha nessuna voglia di discutere». «Il dissenso che non ha il diritto di essere pubblico è un dissenso che non esiste, senza diritti», ha concluso.


24/10/2007