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Referendum:
partire dall’analisi di un risultato insoddisfacente per andare
avanti
I lavoratori, le lavoratrici e i pensionati vivono da molti anni una
situazione di progressiva sofferenza: per le condizioni concrete di
lavoro (ritmi, turni, orari, carichi di lavoro, appalti,
microimprese, infortuni, …), dei rapporti di lavoro (collaborazioni,
tempi determinati ecc. cioè precarietà) e anche per quelle di
reddito.
Molta parte del mondo del lavoro ha “investito” nel nuovo Governo di
centro-sinistra (la cui vittoria, non va dimenticato, è stata
risicata), con forti attese di segnali significativi di inversione
di tendenza. Ma sia la Finanziaria dello scorso anno sia i
provvedimenti successivi sono segnati da attenzioni e trasferimenti
(strutturali) al mondo delle imprese, mentre i pur presenti
interventi per i lavoratori e le fasce “deboli” della società sono
risibili e neppure emblematici e spesso “una tantum”.
E non tutto avrebbe il problema del costo per lo Stato: basti
pensare alla legge 30 e al Dlgs 368 (tempo determinato) e 66
(orari), così come alla legge sulla rappresentanza (non solo per le
organizzazioni sindacali, ma anche per quelle datoriali).
Perché non si fa? Perché l’egemonia culturale e i rapporti sociali
nella nostra società sono sostanzialmente rimasti quelli del tempo
del Patto per l’Italia; e non è gridando di più che risolviamo
problemi di enorme portata come quelli che dobbiamo affrontare in
questa fase.
Nell’ultimo congresso della CGIL abbiamo definito un programma per
“Riprogettare il Paese” ed oggi dobbiamo riconoscere che non si va
in quella direzione, che non si fa vivere tra la gente, anzi viene
avanti un progetto ed un processo di “assuefazione all’esistente”.
Il programma del XV° Congresso, che ritengo tuttora valido, si è
arenato non soltanto per il prevalere di altri e diversi progetti ma
perché la sua attuazione comportava una forte innovazione delle
politiche sociali e contrattuali del sindacato e della CGIL, un
rinnovamento profondo della nostra organizzazione, una forte
autonomia dal Governo. Ha prevalso invece una lettura “politicista”
di schieramento.
Il progressivo spostamento verso il centro e addirittura la destra
di parte consistente della società e dello stesso elettorato di
centrosinistra non è avvenuto solo sul terreno sociale: basti qui
citare gli episodi sempre più frequenti di intolleranza e razzismo,
la sicurezza declinata rispetto alla microcriminalità (e non
sicurezza alla salute, al lavoro, a un ambiente sano, a una casa,
…), la riduzione degli spazi di laicità, l’idea di democrazia
secondo un modello americano, gli attacchi al ruolo dello Stato e
dei soggetti pubblici verso più ampi spazi di intervento del
privato, l’impostazione fiscale che ha privilegiato quasi
esclusivamente le aziende segno che è passata l’idea che solo
favorendo le imprese si può favorire il lavoro, la subordinazione
anche culturale al mercato, il “grillismo”, ….
Sul terreno della politica, per quanto riguarda la CGIL, non
possiamo che valutare negativamente che le posizioni di alcuni
partiti dell’Unione (tra cui il neonato Partito Democratico) al
riguardo alludono ad un sindacato subordinato alla politica e non
più soggetto sociale confederale e generale che si confronta
paritariamente con i partiti e con il Governo. E’ il modello
americano nel quale non esiste sindacato confederale ma neanche
confindustria; il modello sociale europeo è stato sempre
caratterizzato da soggetti sociali.
Come CGIL CISL e UIL abbiamo varato a febbraio una piattaforma,
condivisa anche da noi di Lavoro Società. La fase della trattativa
con il Governo non ha visto la partecipazione attiva dei lavoratori
(situazione un po’ diversa per i pensionati, che l’hanno
accompagnata anche con manifestazioni), con assemblee spesso
sostituite da attivi dei delegati e con poche situazioni di
mobilitazione a sostegno (che pure avevo sollecitato). Questo ha
significato che i lavoratori non l’hanno sentita “propria”. La
trattativa è stata caratterizzata da ritardi, rinvii e pochi
incontri.
Insomma il Governo aveva sempre altre priorità e fra queste la
propria tenuta interna più che la soluzione dei problemi del mondo
del lavoro.
Fino alla giornata finale, il 23 luglio, non solo a ridosso della
pausa estiva, ma soprattutto con sorprese dell’ultimo minuto che ci
hanno portato ad una valutazione complessivamente negativa. Non
necessita qui ricordare le argomentazioni contenute nell’ordine del
giorno presentato nel Comitato direttivo nazionale da me e Nicolosi
e nella mia dichiarazione di voto. (le do per conosciute). Forse
però è utile ricordare che l’intera CGIL ha sofferto delle novità
dell’ultimo minuto su mercato del lavoro e straordinari e avremmo
dovuto meglio raccordarci con queste criticità anche nella fase
della consultazione (seppur non sfugga a nessuno la sostanziale
differenza di indicazione di voto).
La consultazione con referendum, da noi (e non solo) fortemente
voluta ha preso corpo solo a settembre perché era ed è
consapevolezza comune l’attacco che da ogni (ogni) parte giunge al
ruolo del sindacato confederale. In primis alla CGIL.
Il referendum si è tenuto con regole unitarie, quindi con
indicazione di voto positivo, ma noi abbiamo potuto, seppure con
difficoltà, agire gli spazi che lo Statuto e le Regole ci
consentono, svolgendo campagna per il no.
La fase di trasposizione dell’accordo in ddl, nel Consiglio dei
Ministri del 12 ottobre, ha avuto ancora la caratteristica di
mediazione interna al Governo, risolta ottenendo l’astensione e il
sì critico della parte sinistra, con alcuni positivi avanzamenti sul
tempo determinato, superamento del tetto numerico per gli usuranti e
gli ammortizzatori sociali per cause ambientali, ma arretramenti
sulla parte previdenziale per giovani e anziani. Il tutto con molti
rinvii attraverso deleghe (ben 13!). Quindi prima ancora di porsi il
problema se terrà in Parlamento e come arginare possibili
peggioramenti soprattutto in Senato, la questione è che quel testo
deve essere ritirato ripristinando la lettera dell’accordo per
rispedire al mittente il secondo “sgarro” del Governo ai lavoratori
ed al sindacato e alla CGIL in particolare e ottenere che quel poco,
insufficiente, ma approvato dai lavoratori e pensionati, sia
rispettato. Così come gli avanzamenti, che vanno mantenuti, sono una
prima risposta a chi ha votato No e di cui tutti hanno detto di
voler tener conto e spetta al Governo mantenere i miglioramenti
proposti. Un maggior peso del No nel voto sarebbe stato un argine a
quanto accaduto il 12 ottobre e un argine ancora maggiore all’ala
“Diniana” in Senato (troppo si parla dei rischi di tenuta a sinistra
e ben poco dell’ala moderata. Forse perché qualcuno strilla e altri
agiscono?).
Ora che il Referendum è stato svolto occorre un atto di verità,
occorre chiedersi perché abbiamo perso in questo modo e cosa occorre
fare.
E’evidente che il risultato numerico e politico del Referendum è
inadeguato all’obiettivo di sostenere le modifiche necessarie.
Parlare di brogli ed irregolarità è a questo punto fuorviante e mira
a nascondere una realtà sotto gli occhi di tutti.
Il risultato numerico è inadeguato rispetto alle possibilità che
erano date e partiva (solo partiva) dalla certezza che in una parte
importante di grandi aziende industriali sarebbe prevalso il NO
(come ormai da un ventennio avviene su accordi di questo tipo). Ma
invece di diffondersi la valutazione critica non si è diffusa
adeguatamente.
I sostenitori del NO in CGIL sono isolati e “sotto botta” non solo
per le follie di gestione della campagna ma anche per errori
politici generali, di impostazione sindacale, di avere fatto di
questa campagna la “madre di tutte le battaglie”, di avere
perseguito una rottura interna sulle regole, sulla modalità e sui
toni.
L’intreccio accettato ma anche perseguito con i partiti, o meglio
con pezzi di partiti che si muovevano per interessi e progetti
esterni alla dinamica sindacale ha determinato un meccanismo
perverso tale che all’On. Rizzo dovrebbe essere data una medaglia
dai sostenitori del SI (un eguale plauso andrebbe anche a coloro che
ne hanno caldeggiato la presenza alla manifestazione di Firenze e ci
hanno sfilato insieme). Questo intreccio ha determinato rotture
nella sinistra ed ha complessivamente indebolito le possibilità di
modificare in Parlamento l’accordo (che era il risultato più
importante che la campagna per il NO poteva ottenere)
Gli equilibri interni alla CGIL nel rapporto tra i diversi
orientamenti presenti hanno subito un pesante scivolamento verso
posizioni moderate; per meglio dire l’azione sconsiderata di alcuni
settori e dirigenti dei sostenitori del NO determina una difficile
situazione per tutte le posizioni ed esperienze di “sinistra
sindacale” in CGIL.
Viene così oscurato che per il futuro della Confederazione il
pericolo del massimalismo esiste ma è certamente inferiore a quello
della subordinazione alla politica ed alla svolta moderata in CGIL
che viene auspicata dall’esterno dalle componenti moderate e
centriste dell’Unione.
Se questo è vero, come Lavoro Società, dobbiamo proporre una vasta
alleanza, tra diversi orientamenti presenti in CGIL, che ritengono
comunemente oggi ancora valido il XV° Congresso; non si tratta di
mera continuità quanto piuttosto di riprendere quei contenuti ed
operare il rinnovamento necessario delle politiche e
dell’organizzazione per perseguirle con efficacia. Per farlo servono
relazioni diffuse, non limitate ai “capi nazionali”.
In questo senso Lavoro Società deve metteresi a disposizione di
questo progetto rifiutando di chiudersi in se stessa, sbandare verso
posizioni massimaliste, minoritariste, autoemarginarsi e, in
sostanza, dissolversi.
E’ opportuno vedere poi in dettaglio gli errori principali commessi:
L’impostazione politica della campagna del NO
E’ prevalsa l’impostazione di “accordo irricevibile” portata avanti
esplicitamente dalla Rete 28 Aprile”. Anche in Lavoro Società che
pure nelle conclusioni di vari Coordinamenti Nazionali e nel voto
sull’Accordo nel direttivo della CGIL aveva assunto altri
orientamenti la posizione “irricevibile” è stata praticata da
importanti dirigenti e non contrastata dal Coordinatore Nazionale di
L.S.
La valutazione negativa sull’accordo ha generalmente invertito
l’ordine delle responsabilità per il risultato scadente
dell’accordo; esso infatti chiama in causa per primo il Governo
nelle sue componenti moderate e solo per seconda la CGIL che non ha
retto sufficientemente al ricatto della sua caduta.
L’inversione di questo ordine è stato un errore gravissimo che ha
portato a cercare coscientemente di alzare il livello del confronto
in direzione di uno scontro a tutto campo.
La responsabilità è dei dirigenti e non certo dei delegati che
vivono una situazione pesante.
La rottura delle regole.
Questa è la cosa più stupefacente perchè, come noto, chi si trova in
un confronto, in posizione di minoranza e rompe le regole è
autolesionista perché, come noto a chiunque abbia buon senso, la
maggioranza ha meno bisogno di regole. A meno che qualcuno non abbia
pensato che ci fosse una massa tale di lavoratrici e lavoratori
inferociti contro questo accordo che erano talmente impossibilitati
ad esprimersi da una CGIL antidemocratica che bisognasse rompere per
permettere alle masse lavoratrici di rovesciare la direzione
dell’Organizzazione; se qualche dirigente della CGIL lo ha pensato
od ancora lo pensa è il caso che faccia un altro mestiere.
La madre di tutte le battaglie
L’impostazione “guerresca” di parte della campagna del NO ha anche
generato situazioni rancorose che rischiano di essere pagate per
primi dai delegati e delegate che meno ne hanno responsabilità.
Incomprensibile se non in un intreccio tra pulsioni tipo
“sindacatino rosso”, progetti politici di rottura e riaggregazione
verso la sinistra estrema e vicende di visibilità, ruoli di potere
di singoli e gruppi, il sovraccarico di significato dato a questa
consultazione di cui tutti sanno bene che non era la soluzione
finale della situazione e dei problemi.
Veniamo ora a Lavoro Società
Questa impresa in cui siamo da tempo collettivamente coinvolti
inizia nel 1984 con il movimento degli autoconvocati (parlo di
delegati e lavoratori) in difesa della scala mobile. Quel movimento
di cui alcuni di noi, che oggi sono parte del nostro gruppo
dirigente, furono gli esponenti di punta era costituito di delegati
e lavoratori principalmente del centro nord ed animato da una
sinistra operaia e sindacale di base generalmente egemone nelle
grandi aziende del centro nord.
Di fronte all’immobilismo del sindacato dovuto alla divisione tra le
Confederazioni ed ai problemi tra corrente socialista e comunista
nella CGIL, quel movimento riuscì a sbloccare la situazione fino a
determinare lo schierarsi della CGIL con il movimento (ricordo
ancora il titolo dell’Unità “La CGIL sta con il movimento) proprio
il giorno della manifestazione autoconvocata a Roma di un milione di
lavoratori.
Quello fu il punto più alto ma anche la fine del movimento che, nel
momento in cui le contraddizioni furono mediate, non trovò più
sbocco politico.
Con i compagni e le compagne protagonisti di quel movimento facemmo
una riflessione approfondita che portò alla conclusione “ il
movimento non basta” e, di conseguenza, iniziammo a costruire
un’Area programmatica –e plurale per riferimenti politici- in CGIL.
Lavoro Società è nata in CGIL come evoluzione di percorsi collettivi
(con adesioni e scomposizioni varie, individuali e collettive) degli
anni precedenti, ma sempre connessi alla scelta di dare voce e
rappresentanza alle voci “critiche”, di sinistra, nella nostra
organizzazione. Essenziale fu la spinta a far sì che fossero
superate le correnti di partito – scelta poi assunta da tutta
l’organizzazione- e che il pluralismo avesse piena cittadinanza,
anzi divenisse fulcro, attraverso le Aree Programmatiche;
inizialmente Congressuali, ora Programmatiche.
Il merito quindi ha sempre caratterizzato il nostro agire
collettivo, le nostre scelte, accompagnati da rispetto reciproco e
democrazia all’interno di un “contenitore” (l’Area) che esiste in
quanto i singoli decidono di farla esistere, con regole che sono la
conseguenza (e non il presupposto) della scelta di stare insieme nel
rispetto del pluralismo (di idee) che caratterizza anche noi.
Si tratta di una esperienza che ha visto l’impegno sincero e
faticoso di migliaia di compagne e compagni: faticoso nel rapporto
con il resto dell’organizzazione, faticoso perché è fonte di fatica
l’impegno a praticare noi per primi quanto teorizziamo, faticoso
perché avendo ognuno una propria storia (lavorativa, politica, di
genere, di elaborazioni culturali, ecc.) non sempre la ricerca della
sintesi e/o della mediazione è stata semplice.
Sono fatiche che abbiamo accettato di caricarci perché crediamo in
quello che pensiamo, sentiamo, facciamo.
Nel corso degli anni e con diverse denominazioni la nostra attività
ha raggiunto risultati importanti fino che, al XIV° Congresso del
2002 si determinò una conclusione unitaria frutto delle lotte contro
il Governo Berlusconi e del cambiamento di linea prodottosi. Nel
periodo successivo è emersa progressivamente la necessità di aprire
una nuova fase che, superando il periodo della lotta per
l’autoaffermazione, si ponesse il problema di ancorare la CGIL ai
nuovi orientamenti. Ciò significava una soluzione di continuità con
l’esperienza precedente in direzione di agire le nostre proposte a
pieno campo verso tutta l’organizzazione.
Di qui la proposta del congresso unitario e la sua celebrazione nel
2006.
Non ho mai pensato che con il Congresso unitario sarebbero
magicamente scomparsi i problemi sia di linea sindacale che relativi
al governo dell’Organizzazione e che si doveva percorrere un
processo che cambiasse noi e cambiasse gli altri, affidato
prioritariamente alla nostra capacità di proposta piuttosto che alla
rivendicazione di collocazioni (peraltro doverose) come questione
principale; si sottovalutò la necessità nostra di compiere un salto
politico e ci si incamminò invece nella direzione opposta di una
lettura burocratica del Congresso.
Avevamo bisogno di discutere, di verificare collettivamente gli
oggettivi cambiamenti di responsabilità che ciascuno viveva, di
elaborare proposte di merito e verificarne la percorribilità e la
pratica. Cioè di fare i sindacalisti e anche di saper reciprocamente
valorizzare l’impegno profuso. Così come era evidente a tutti, ma
ben pochi volevano discuterne, che la contemporaneità della nuova
situazione (Congresso unitario) e della fine del mandato di Gian
Paolo Patta avrebbe creato una fase di turbolenza che necessitava di
grande attenzione per potersi trasformare, in positivo, in qualcosa
di nuovo.
Invece l’Area è stata gestita come una “proprietà” (il sito e il
giornalino, cioè l’informazione! ne sono chiari esempi), in cui
l’ascolto, la ricerca della mediazione e della sintesi non erano e
non sono pratica, così come la coerenza tra quanto detto e convenuto
nelle riunioni di Coordinamento e quano poi praticato (sul
Referendum avevamo all’unanimità deciso di tenerla “bassa”). Esempi
sono il documento sulla previdenza, modificato senza consultazione
ma anche la gestione della campagna per il NO. Anche la
manifestazione di Firenze –cosa ben diversa da un’autoconvocata,
così come fatto in alcune altre realtà- ha avuto sin dall’inizio una
caratterizzazione a cavallo tra il sindacale e il politico, tradendo
così la nostra tradizione di autonomia (anche qui scindo le
responsabilità dei delegati da quelle del gruppo dirigente e del
coordinatore dell’Area).
Non è più chiaro se Lavoro Società intende continuare a perseguire
l’esito del Congresso unitario, con tutte le innumerevoli cose
ancora da conquistare, o se intende tornare ad essere minoranza
(opposizione) nell’organizzazione; anzi, nella situazione attuale,
direi se LS vuole agevolare l’intenzione di alcuni settori della
CGIL di relegarla all’opposizione.
La partita che si gioca è relativa al mantenimento di linee ed
equilibri di governo dell’organizzazione scaturiti dallo scorso
congresso oppure ritornare alla situazione di alcuni anni orsono con
noi e pochi altri all’opposizione ed un governo della CGIL di
impronta moderata.
C’è un’obiezione alla proposta di una ampia alleanza relativa agli
interlocutori, a tale proposito voglio osservare che senza una forte
soggettività che la sostenga tale obiettivo non si realizzerà mai.
Credo che convivano queste due linee di tendenza e che sia nostro
dovere –innanzi tutto per rispetto degli iscritti e delle iscritte
che ci hanno eletto- sciogliere questa ambiguità. Per quanto mi
riguarda, e so di non essere la sola, voglio continuare a perseguire
la strada unitaria, consapevole delle difficoltà ma anche della
ineludibilità della scelta. L’alternativa è di usare “la penna rossa
e la penna blu” per ciò che altri faranno, ma di non incidere
concretamente per migliorare le condizioni di chi lavora.
Dobbiamo decidere, ciascuno nella propria responsabilità, se
vogliamo cambiare linea. Credo sia necessario che si discuta di
queste cose, aprendo una fase di discussione e di verifica che
coinvolga tutte le nostre compagne e i nostri compagni, in un
percorso che dovrà sfociare alla fine in una grande Assemblea
nazionale, sapendo contemporaneamente seguire i prossimi
appuntamenti, tra cui ricordo la Conferenza d’Organizzazione (siamo
in ritardo!) e le prossime scadenze sindacali.
Roma 16 Ottobre 2007
Paola Agnello Modica
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