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Il modello contrattuale e
le categorie piccole piccole
Fausto Beltrami *
Archiviato il referendum
sul protocollo del welfare, dopo la vittoria
del sì, secondo gli auspici del Sole 24 Ore
- «si aprirà tra le parti sociali il
confronto sulla riforma del modello
contrattuale». Secondo il quotidiano
confindustriale si sarebbero già realizzate
tutta una serie di precondizioni per farlo:
gli incentivi previsti dall'accordo del 23
luglio scorso per la contrattazione
variabile di 2° livello, il triennio
economico dei postali, il quadriennio del
contratto del turismo, le deroghe del
contratto dei chimici, l'impegno per il
triennio di governo e sindacati del pubblico
impiego.
Sul tema, anche i rapporti unitari tra le confederazioni sarebbero migliorati, tant'è che la Cgil è pronta a trattare. Disponibile si dichiara il segretario nazionale Guzzonato, che pone qualche condizione, ma non si richiama ai contenuti di politica contrattuale della stessa maggioranza congressuale Cgil. Dalla Tesi n. 8: «Il Contratto nazionale rimane lo strumento universale e indispensabile per concorrere alla difesa e all'incremento del potere di acquisto delle retribuzioni e per aumentare i salari...» e si continuava poi indicando la necessità di regole «a partire dall'inflazione effettiva e prevedendo altresì l'utilizzo di quote di produttività, affinché le categorie nella loro autonomia definiscano le piattaforme per i rinnovi dei Ccnl...». Non si trattava - nel documento congressuale approvato - di limitarsi a impedire lo «svuotamento» del Contratto nazionale, di fatto ridimensionato da una lunga prassi di moderazione salariale. Si affermava invece, in assonanza in questo con la tesi alternativa di politica contrattuale, che «è ormai incontestabile il fatto che in Italia si è verificato uno spostamento della ricchezza prodotta verso i profitti e le rendite e che le retribuzioni hanno subito un arretramento tra i più significativi in Europa» e si prospettava quindi un potenziamento del Contratto nazionale. La pessima condizione delle retribuzioni italiane e del loro andamento nel quadro dell'accordo del luglio '93 meriterebbe una seria riflessione delle confederazioni. Ma forse questo è pretendere troppo da chi da tempo ha ristretto l'azione sindacale dentro il perimetro delle compatibilità economiche supposte - nemmeno di quelle date - se è vero che l'incremento della ricchezza nazionale realizzatosi non ha nemmeno sfiorato lavoratori. Arriva ora e finalmente - forse anche per le campane del No all'accordo del luglio scorso suonate nelle grandi fabbriche - la decisione di Cgil, Cisl, Uil di indire una manifestazione nazionale e di aprire - speriamo - una vera e propria vertenza sul fisco dei lavoratori dipendenti. Che la questione fiscale venisse agitata da tutti, fuorché da quelli che le tasse le pagano davvero, e che la cosiddetta «questione settentrionale» venga coniugata, anche dal nascente Pd, con l'oppressione fiscale nei confronti di ceti imprenditoriali che in realtà il fisco l'hanno sempre evaso, è veramente paradossale e è urgente fare chiarezza. E giustizia. Nel frattempo, però, il 75% dei lavoratori non ha copertura contrattuale, mentre una schiera di cantori della Confindustria, del centro-destra, della Cisl, del Pd, dei media principali, decantano il mitico 2° livello di contrattazione, alternativo invece che integrativo del Contratto nazionale, quale risposta all'emergenza salariale. Se con la vittoria del sì all'accordo del welfare passasse la stabilizzazione, non dei precari, ma della legislazione che ha precarizzato il lavoro, con corollario di incentivi ai premi variabili e al lavoro straordinario, non ci si dovrebbe sorprendere se la prossima protezione dei lavoratori da colpire diventasse il Contratto nazionale. Sorprenderebbe invece la partecipazione della Cgil a un confronto insidioso e scivoloso sul modello contrattuale che si aprirebbe inevitabilmente sotto questi cattivi auspici. Non è forse più utile pensare a iniziative unificanti di sostegno alle numerose categorie senza contratto, facendo del rinnovo dei Contratti nazionali un momento importante della lotta per la redistribuzione della ricchezza? Nuove ingegnerie contrattuali segnate in realtà dall'ossessione di legare le retribuzioni a un crescente autosfruttamento dei lavoratori, dovrebbero vedere solo la nostra indignata reazione. Suggerirei invece di dedicarci con determinazione e pazienza a problemi «più piccoli», ad esempio a come ottenere i contratti per i lavoratori dell'artigianato, che da otto anni ne sono sprovvisti nonostante la riforma del modello contrattuale, con firma Cgil, che ne ha spostato il baricentro sul livello regionale; oppure a come evitare che i lavoratori della sanità privata, i quali svolgono gli stessi lavori dei loro colleghi della sanità pubblica, continuino a avere un diverso contratto per rinnovare il quale occorrono tre anni, per non parlare dei lavoratori delle pulizie, o degli stessi metalmeccanici, solitamente lasciati da soli a sostenere scontri contrattuali destinati a segnare le relazioni industriali. Emergerebbe allora che è il ruolo stesso di contrattazione a essere messo radicalmente in discussione e che non esiste scorciatoia concertativa rispetto alla necessità di ricostruire un'autonoma e democratica rappresentanza sindacale per ricomporre la frantumazione del mondo del lavoro e riconquistare, con il conflitto, una nuova considerazione sociale dei lavoratori dipendenti. * segreteria Cgil Brescia |