La Confindustria vuole tutto
Trattativa in salita tra governo e parti sociali sul Welfare. Sia sulle pensioni che sul mercato del lavoro, pesano i veti degli industriali. Prodi prende tempo. La sinistra: «Non si può tornare indietro»
Sara Farolfi

 
Trattativa in salita sul welfare. Ancora nella tarda serata di ieri, governo e parti sociali erano al lavoro sul testo del disegno di legge approvato la scorsa settimana dal consiglio dei ministri (con l'astensione di Bianchi e Ferrero). Un testo che se da una parte presenta, sostanzialmente, due «miglioramenti» rispetto alla versione originaria (una stretta sul rinnovo dei contratti a termine e l'abolizione del tetto di 5 mila all'anno, per i lavoratori «usurati» pur con la medesima copertura finanziaria), dall'altra tra commi e codicilli nasconde alcune modifiche in peius, soprattutto nella parte pensionistica, non di poco conto, e contro le quali si erano sollevate, con la minaccia di sciopero generale, le tre organizzazioni sindacali.
Nessun accordo, ancora nella tarda serata di ieri, tra governo e parti sociali. Il tavolo sulla previdenza - a proposito del quale Cgil, Cisl e Uil hanno minacciato uno sciopero generale - è stato riaggiornato a oggi: un sostanziale accordo sarebbe stato trovato sull'eliminazione del tetto ai lavoratori «usurati» (modifica già presente nel disegno di legge e che comunque prevede il mantenimento della medesima copertura finanziaria) e sull'aumento dell'aliquota contributiva per i lavoratori dipendenti (dello 0,09% a partire dal 2011) che, come chiedono i sindacati, tornerebbe ad essere subordinata - come il protocollo prevedeva - al riordino degli enti previdenziali. Aperto resta invece il capitolo sulla riapertura delle finestre di uscita per le pensioni di anzianità (per chi ha maturato 40 anni di contributi) e anche per quelle di vecchiaia, per i quali ci sarebbero problemi di copertura finanziaria. E soprattutto quello relativo all'indicazione del 60% quale tasso di copertura, e dunque meccanismo di garanzia, per le pensioni più basse (il riferimento, presente nel protocollo del 23 luglio era poi sparito nella trascrittura del ddl). Tema a cui non a caso ieri il quotidiano di Confindustria, il Sole 24 Ore dedicava l'editoriale.
Ma il fuoco di fila più aspro è quello sul mercato del lavoro, in particolare sui contratti a termine (per i quali il ddl prevede la possibilità di un solo rinnovo, dopo 36 mesi tra proroghe o rinnovi), su cui ancora nella tarda serata di ieri si lavorava. Per Confindustria, a cui pure il ddl molto concede e su temi di primaria importanza (dalla decontribuzione degli straordinari alle misure per incentivare la contrattazione di secondo livello), non sono sufficienti le deroghe promesse dal governo in materia di lavoro stagionale. Il fatto cioè che le aziende che hanno produzioni stagionali, possano di fatto avvalersi della reiterazione ad libitum dei contratti a tempo determinato.
A Prodi, la mediazione. Il governo ha preso tempo sull'ipotesi di convocazione di un nuovo consiglio dei ministri per la ratifica del testo. Le uniche parole trapelate ieri sera da palazzo Chigi davano l'indicazione di «una trasmissione a breve» al Quirinale, per l'autorizzazione del capo dello Stato alla presentazione alle Camere. Il nuovo testo potrebbe anche evitare un nuovo passaggio davanti ai ministri, salvo il fatto che poi alla camera il governo si troverebbe nella condizione di «emendare se stesso» (un maxiemendamento con le modifiche al testo). «Se il governo accoglierà le modifiche richieste dai sindacati è un fatto positivo, ma non sufficiente soprattutto in materia di precarietà», dice il ministro Ferrero, lasciando con ciò trapelare una (nuova) sua astensione in cdm.
Complessivamente la sinistra della coalizione ribadisce la necessità di mantenere i «miglioramenti» del disegno di legge (contratti a tempo determinato e lavori usuranti), e sembra puntare sul lavoro parlamentare, per altri miglioramenti. Dove però si incrocerebbe, lì con la forza dei numeri, il veto dell'ala ultraliberista. Sembra perciò difficile non prevedere la possibilità, per il governo, di ricorrere al voto di fiducia alla camera e, con tutti i rischi del caso, al senato.