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Intervista al segretario nazionale Fiom e
promotore della Rete 28 Aprile
«Con il protocollo la Cgil ha subito l'egemonia Cisl: è come se
avesse firmato il Patto per l'Italia»
Cremaschi: «No al sindacato del Pd
Organizzare il dissenso»
Anubi D'Avossa Lussurgiu
«In queste ore nel sindacato confederale c'è un clima pessimo
d'intolleranza verso il No espresso da tante lavoratorici e tanti
lavoratori sul protocollo di luglio, verso il dissenso: è nato un
nuovo reato, il "discredito dell'organizzazione", che poi sarebbe
semplicemente dire che non si è d'accordo. Finché si colpisce me o
altri dirigenti è una storia già conosciuta. Ma quando si colpiscono
giovani delegati entusiasti, che spesso si sono impegnati nel
sindacato per la prima volta mettendo assieme la battaglia per il No
e la lotta aziendale, si taglia l'albero su cui si è seduti».
Giorgio Cremaschi non pare per nulla intimidito dalle pesanti
polemiche promosse dall'alto dei vertici confederali. Con lui
ragioniamo di quel che è e sarà dopo il voto della settimana
passata.
Intanto, Cremaschi: cosa pensi di questo sussulto dei segretari
generali sul testo licenziato dal Consiglio dei ministri?
Ho visto sabato dichiarazioni di dirigenti sindacali che dicevano:
«Ci stanno imbrogliando, non si rispettano i patti», eccetera. Ora,
a me paiono simili a quelle fatte alla fine di luglio, in
particolare da parte della Cgil...
Alludi alle riserve appuntate da Epifani all'indomani della firma?
Sì: poi da quelle si è passati a chiedere un sì convinto ai
lavoratori... Quindi permettimi di guardare con molta cautela a
queste dichiarazioni. Detto questo, è vera una cosa: il protocollo
realizza esattamente quei rischi che noi del No abbiamo indicato
durante la consultazione e che venivano negati dal Sì.
Cioè, nella sostanza c'erano già nel testo firmato a luglio?
Appunto: si tagliano le pensioni ai giovani in maniera automatica,
si innesata dal 2010 un meccanismo di revisione automatica del
contributivo che sarà micidiale, si aumentano i contributi. E poi,
si dice adesso: «Non c'è scritta la garanzia del 60 per cento della
pensione». Ma non c'era nemmeno nel protocollo. Oggi si scopre
semplicemente che la sua attuazione è la più restrittiva possibile.
In generale, il protocollo prevede che i diritti soggettivi
acquisiti siano esigibili compatibilmente con i costi generali:
ossia non sono affatto certi. Ad esempio: è stato tolto il tetto dei
5mila sui lavoratori usurati pensionandi, ma viene mantenuto il
tetto di spesa...
Come ha ribadito Prodi nella lettera a Repubblica ...
Ecco. Oltretutto, ci sono ulteriori restrizioni all'utilizzo di
questa norma: la principale è che si dev'essere nel lavoro usurante
fino alla fine, quando ci sono moltissimi lavoratori usurati dalla
catena di montaggio, ad esempio, che lavorano gli ultimi anni da
magazzinieri.
Dall'altra parte, c'è la campana della Confindustria: che contesta
«restrizioni» della proroga assistita dei contratti a termine...
La clausola contestata è in sé ridicola: la soglia dei 36 mesi
riguarda i contratti a termine e non altri contratti, per cui uno
può farsi 36 mesi di lavoro interinale, 36 col Cocopro, 36 con
quello a termine e poi avere la proroga. In Spagna hanno fatto una
norma che dice: «Dopo due anni a qualsiasi titolo si dev'essere
assunti». Questa è una norma. Comunque, la sola allusione ad un
intervento regolatore fa insorgere il padronato.
In questo clima si apre la stagione dei rinnovi contrattuali: che
vuol dire la messa in primo piano della questione fiscale da parte
dei vertici di Cgil Cisl Uil?
Siamo già nella stagione: il 30 c'è lo sciopero metalmeccanico.
Contro una Federmeccanica che, lo sottolineo, su tutte le questioni
normative dice «applicate il protocollo», mentre chiede più
flessibilità e non dà i soldi. Certo, questa campagna sul fisco ha
due facce: da una parte è sacrosanta, noi abbiamo chiesto 117 euro
di aumento e se li prendiamo ci paghiamo su il 36 per cento di tasse
e contributi. Però o mi si dice che la lotta all'evasione e
l'aumento delle tasse su profitti e rendite produce i soldi per
diminuirle ai salari, o si fa propaganda.
Oppure, come dice Bonanni per la Cisl, si punta al salario aziendale
legato alla produttività...
Oppure, come dice lui, «è finita l'epoca dell'aumento dei salari a
prescindere». E dentro il protocollo, infatti, c'è la detassazione
dei premi di risultato. Insomma: un conto è chiedere di ridurre le
tasse sulla busta paga e sugli aumenti del contratto nazionale, un
altro è farlo sul salario di rischio. Il ragionamento di Bonanni è
lo del taglio della scala mobile negli anni 80: ridurre il peso del
salario garantito perché rischiando di più il lavoratore guadagna di
più. Il risultato, ne sono sicuro, sarebbe un ulteriore taglio del
salario medio.
In sintesi: per te il protocollo quale stagione apre nelle politiche
sindacali?
E' un protocollo costituente: di un sistema di relazioni sindacali e
sociali con al centro il ruolo della Confindustria, dove i diritti
sociali diventano variabile delle compatibilità di risanamento della
finanza pubblica mentre su salario e condizioni di lavoro la parola
d'ordine è «flessibilità». E' un protocollo ad alto contenuto
ideologico: nella concertazione vista dal 1992 il tavolo aveva i tre
lati distinti di Confindustria, governo e sindacati; qui da un lato
ci sono le parti sociali che trovano l'intesa tra loro e dall'altro
c'è la politica. E questo è possibile perché si afferma un modello
di sindacato di mercato. E' la cislizzazione del sistema di
relazioni sindacali. Il protocollo è il Patto per l'Italia
sottoscritto anche dalla Cgil e approvato dai lavoratori.
Ha ragione Ichino, allora?
Completamente ragione: in particolare quando dice che la confusione
che c'è nei luoghi di lavoro con maggiore dialettica si deve al
fatto che quel che andava male con Berlusconi adesso con Prodi si
dice che va bene. E' una vittoria politica del gruppo dirigente
della Cisl.
Resta il fatto che nel voto hanno vinto i Sì.
Onestamente penso questo: questa consultazione è diventata
referendum dopo il voto. Voglio dire che, dai dati che ho visto, in
tutti i luoghi di lavoro dove c'è stato un minimo di confronto tra
le posizioni diverse, il risultato è molto più aperto. Cioè dove c'è
stato il referendum, con il voto segreto, certificato e controllato,
non c'è questa valanga di Sì...
Ma ti accusano proprio di delegittimare, così, il risultato: come
rispondi?
Non ho difficoltà a dire che mettendo tutte assieme queste realtà,
c'è una prevalenza del Sì. Ma c'è stato il referendum e insieme la
consultazione, dove si va semplicemente a raccogliere il consenso.
Cito solo un dato: in Calabria, Sicilia e Campania c'è una
partecipazione tra il 30 e il 50 per cento superiore alle ultime
consultazioni, nel Centro-Nord questa partecipazione è pari e più
spesso inferiore. E aspetto che qualche dato in più mi spieghi, poi,
come mai in certe regioni la partecipazione dei lavoratori attivi si
aggira intorno al 50-50 per cento e in altre all'80-90. Insomma: non
si può più andare a consultazioni così, occorre un meccanismo
trasparente. Questa è una consultazione che è divenuta referendum,
con tutta l'organizzazione nelle mani del Sì; e il No a non potere
spiegare le sue ragioni. Per questo penso che il risultato del No
sia straordinario. E va sfatato il mito che sia solo metalmeccanico:
la maggioranza di quei voti è fuori dai meccanici, in molte altre
categorie. Non è un disagio: è una minoranza di massa del mondo del
lavoro che non è d'accordo sulla linea di compatibilità e
concertazione di Cgil Cisl Uil. Se i loro vertici pensano di
governare il mondo del lavoro con il sistema maggioritario, devono
sapere che così, davvero, aprono una frattura con quella parte.
Alludi anche tu ad un'aria da "sindacato unico" che si respirerebbe?
Non so se questo sia possibile né conveniente. Quel che so è che il
Pd ha una precisa idea dell'inquadramento delle relazioni sindacali.
E che il patto Cisl-Confindustria è la traduzione dell'ideologia del
Pd: la flessibilità concertata, tra loro. Adesso: o il sindacato del
Pd pensa che quella minoranza di massa dev'essere semplicemente
sconfitta, oppure cerca un terreno di confronto. Se devo stare alle
prime risposte dei vertici confederali, devo dire che sono
preoccupato. Vedo la tentazione a "normalizzare" l'anomalia del
sindacato confederale italiano, che ha sempre visto un'anima
riformista e una antagonista.
Che vuol dire nell'orizzonte storico della sinistra, mentre il Pd
nasce sotto l'egida veltroniana?
Da sindacalista, lavorerò perché il No si organizzi per contrastare
questa deriva e proporre un'altra piattaforma sociale, che punti
alla redistribuzione di potere e di reddito, insieme. C'è anche
molta depressione, ora, va detto: ma bisogna reagire, anche perché
il conflitto ripartirà. E sono Cgil Cisl e Uil a dover decidere se
essere governate da un pensiero unico.
Ma a livello politico?
Avviene la riproposizione in grande del disegno di Bettino Craxi: un
partito di centro che fa egemonia sul sindacato come sull'impresa,
realizzandone le compatibilità. Una sinistra che riconosce il valore
del conflitto sociale non può che porsi in alternativa. Possono
esserci alleanze tattiche ma alla lunga o si contrasta quel progetto
o se ne viene assorbiti. Non posso che ripetere quel che ha già
detto il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini: la sinistra
politica non può continuare ad ingoiare bocconi amari, in attesa
d'essere "scaricata".
Non pensi che la manifestazione del 20 ottobre dia un segnale
diverso?
In questi giorni vedo che c'è una spinta di tanti che hanno dato
battaglia per il No, nei luoghi di lavoro, a venire in piazza.
Abbiamo fatto una discussione nella Rete 28 Aprile: essendo una
forza sindacale non ci saremo come sigla, ma ci saremo in tanti e
anch'io ci sarò, proprio per proseguire la battaglia. Occorre però
pensare ad un intero percorso di lotte: ci sarà l'appuntamento del
sindacalismo di base, ci sarà quello del 24 novembre cui siamo
favorevoli, ci sarà Vicenza, c'è in generale l'esigenza di
costituire una situazione di movimento. E tutte le forze di sinistra
radicale, che pure si sono contrapposte, devono trovare sedi in cui
confrontarsi, adesso. Sinceramente, sul 20 ottobre non ho apprezzato
la sua descrizione politicista: si è creata ambiguità presentandolo
come un'occasione di riconnessione dei consensi ad una scommessa di
governo che è fallita. Ora, rispetto al Grande Centro che si va
costruendo ci vuole un'opposizione di sinistra: perché con esso una
certa idea di sindacato e di sinistra, semplicemente, è destinata a
scomparire.
16/10/2007
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