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Unificare le tre sigle e
sfrattare i «rompi»
Il mercato E' l'orizzonte
unico che accomuna il nascente Pd e una
visione collaborativa del ruolo del
sindacato. Con in più una forte torsione
«autoritaria» nei confronti dei «non
allineati»
Francesco Piccioni
Chi è che spinge per il
«quarto sindacato«? O, meglio, per «il
secondo»? A leggere la grande stampa
padronale e «democratica» sarebbe certamente
la sinistra (la «cosa rossa»), bisognosa di
sponda sociale certa. Il nucleo d'acciaio di
questa scissione sindacale viene individuato
ovviamente nella Fiom, l'unica categoria
della «triplice» a dire «no» al protocollo
sul welfare. Lo schema interpretativo
sottostante è in fondo semplice, e neppure
troppo lontano dal vero: il Partito
Democratico nasce dalla fusione delle «tre
grandi correnti popolari e di pensiero» del
dopoguerra (democristiani, socialisti e
comunisti) e trascina con sé la
«fisiologica» riunificazione delle «cinghie
di trasmissione» sociali. Ovvio, dunque, che
chi non è interno al percorso del Pd si
collochi integralmente fuori da esso,
sindacato compreso.
Peccato che si stia assistendo al processo esattamente opposto: i «democratici» mostrano la porta ai «rompiscatole» non allineati ai tempi nuovi. Al punto che diversi dirigenti (Cisl, soprattutto) hanno invocato l'uso della «spada» contro i reprobi dissidenti. Se poi si dovesse dar conto delle «voci» circolanti ai vari piani delle diverse confederazioni, ci sarebbe materia per romanzi gialli. C'è dunque un primo problema: la tentazione di usare politicamente il risultato della consultazione sul protocollo per emarginare aree, categorie e persone «non in linea». A costo di rischiare una ubriacatura trionfalistica fuori luogo, tipo «il sindacato italiano non ha problemi di rapporto con la base, tutto è ok», e via sottovalutando. Da questo punto di vista, infatti, non esisterebbero difficoltà politico-sindacali, ma solo «rompicoglioni» da emarginare. Ma l'imprevista impennata di Epifani, ieri («nella parte sulla previdenza il ddl sul protocollo welfare non rispetta il testo originario: ne dovremmo ridiscutere con il governo e le imprese»), sta lì a dimostrare che le cose sono più complicate di quanto non possa descrivere la semplice lettura in termini di «aree politiche» di riferimento. Pure è palese - e rivendicata, almeno da Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl - l'intenzione di andare «a una stagione di rinnovamento sindacale» per raccogliere anche su questo terreno «la riconfigurazione del quadro politico» messa in moto dalla nascita del Pd. Senza finzioni, in direzione di un modello anglosassone di trade union (ed è difficile dimenticare che la Cisl è nata su input di sindacalisti made in Usa). Un sindacato che non solo «concerta», ma che indebolisce il ruolo del contratto nazionale per adattarsi a una funzione (e un orizzonte) aziendale, collaborativa, in cui gli aumenti retributivi variano a seconda dei bilanci aziendali. E' lo scenario di una mutazione genetica vera, in cui il rapporto con il Pd è altrettanto vero perché viene condiviso lo stesso orizzonte unico: «il mercato». Ma ciò che è quasi consequenziale per la Cisl è un trauma per la Cgil, il sindacato nato da valori di solidarietà, contro le logiche del mercato, con una visione sociale decisamente orientata al cambiamento dell'esistente. Il percorso verso l'unificazione delle tre sigle principali non è insomma un'autostrada senza curve. E richiederebbe, in una organizzazione con quella storia, una discussione vera su cosa vuol dire rappresentanza sindacale in una situazione del tutto nuova. Ma di questo non si vedono molti segnali. E aleggia nell'aria - se non altro al livello della classe politica - la propensione all'»uso della forza». Riproducendo così, in forme nuove, l'ennesima anomalia italiana: un partito «democratico» che nasce mostrando una pesante torsione «autoritaria». |