Un pieno di voti e un'altra strada
Cgil, Cisl e Uil presentano i dati della consultazione sul protocollo: sì all'82%. La "riconfigurazione del quadro politico" si riflette anche sul sindacato e apre l'assedio alla Fiom
Francesco Piccioni
Roma

 
La soddisfazione, nella della sede centrale della Cisl, si può tagliare a fette larghe. I tre sindacati confederali hanno «fatto il pieno» e ci tengono a farlo sapere. E poco li turba la contestazione «contro la casta sindacale» organizzata lì fuori dall'arco di chi avevano organizzato la «consultazione precaria» (Cobas, Action, ecc).
Le cifre campeggiano su una grande torta proiettata sul muro: 82% di sì, solo 18 ai no. Come nella prima proiezione data a pochi minuti dalla chiusura dei seggi. Drastica la differenza rispetto al «referendum» del '95 sulla riforma Dini, quando le proporzioni furono più umane (65 a 35) nonostante nessuno avesse ufficialmente preso posizione contro quell'accordo. Si insiste sulla «grande omogeneità» territoriale dei dati, anche se scendendo a sud i sì aumentano fino a sfiorare il plebiscito in Sicilia (92,4%). Ma anche sull'omogeneità tra piccole, medie e grandi fabbriche; anche se per vedere i numeri categoria per categoria, e ancor più fabbrica per fabbrica, bisognerà aspettare qualche giorno. Nessuna riflessione sulle regole adottate, neanche quando qualcuno fa notare che persino nell'unica categoria che fin qui ha reso noti i suoi dati definitivi - immancabilmente i metalmeccanici, più abituati a consultare la propria base - le tre organizzazioni forniscono numeri diversi (52,4% di no per la Fiom, uno scarto di appena lo 0,5 per la Fim Cisl, addirittura vittoria dei sì per la Uilm).
Un vuoto che prova a riempire «il reprobo», Giorgio Cremaschi, secondo cui «per le categorie dei metalmeccanici, funzione pubblica, terziario, commercio, alimentaristi - che assieme rappresentano la grande maggioranza dei lavoratori dipendenti - i votanti totali dichiarati finora dalle segreterie nazionali di queste quattro categorie sono 1.587.847. Su questi voti la percentuale del sì è del 67% e quella del no è del 33%».
Il padrone di casa, Raffaele Bonanni, fa capire più volte di voler vedere volare delle teste tra i «provocatori» che hanno animato «una campagna denigratoria al limite dell'intimidazione» (e sembra davvero paradossale, detto da chi può vantare di aver preso l'82%). E tutti in sala capiscono che si sta parlando della Fiom, dei metalmeccanici Cgil, unica categoria a esprimersi per il «no» (insieme alle due aree programmatiche - Lavoro società e la Rete 28 Aprile di Cremaschi) nella consultazione che doveva approvare il protocollo sul welfare. Tutti e tre i segretari generali insistono nel parlare di «uno degli eventi sindacali più importanti degli ultimi 10 anni» (Bonanni), di «partecipazione di milioni di lavoratori» (Angeletti), di «straordinaria capacità di mobilitazione» (Epifani). Ma tutti tornano con insistenza sui «meccanici». Se non altro per sottolineare il «sostanziale pareggio» tra sì e no.
E' unanime l'intenzione di «farsi carico del malessere nelle fabbriche», così come è unanime l'idea di farlo attraverso una «stagione di iniziativa sindacale» sul problema del reddito dei lavoratori dipendenti. Solo che non ci si concentrerà sulla richiesta (ai datori di lavoro) di aumenti salariali, ma sulla «riduzione del carico fiscale in busta paga». Ovvero sulla richiesta - al governo - di tagliare le aliquote Irpef. Che è, sì, un modo di far tornare qualche soldo nelle tasche di chi lavora, ma in direzione dello «stato minimo» (meno entrate fiscali, meno spesa pubblica, meno welfare).
E' inevitabilmente su Epifani che si concentrano le domande dei giornalisti, fino a quella esplicita: «si apre la stagione della resa dei conti con la Fiom?». La risposta del segretario generale della Cgil è articolata: apre con un «non ci appartiene questa cultura», per poi snocciolare le tappe istituzionali del confronto interno («raccoglieremo i dati per categoria, convocheremo i direttivi unitari per valutare e ratificare il risultato del voto, poi nel direttivo unitario della Cgil - il 22 e 23 ottobre - «ci sarà una relazione dalla quale emergerà con la massima chiarezza il giudizio sul referendum e come questo determinerà le scelte future del sindacato». Ma il volto è scuro. Se non sarà una resa dei conti, sarà comunque l'inizio di un assedio al gruppo dirigente formatosi intorno a Gianni Rinaldini.
E proprio sul futuro si sposta alla fin fine l'attenzione. Bonanni aveva già dichiarato che «questo voto cambia il sindacato». Ha ripetuto ieri che «si apre una stagione di grande rinnovamento», perché «nell'ultimo anno abbiamo marciato davvero molto uniti e ottenuto rilevanti risultati». Ma soprattutto perché «in questa stagione tutto il panorama politico si sta riconfigurando» e anche il sindacato «sarà costretto a rinsaldarsi, ad aumentare la propria efficacia, cambiando anche il linguaggio e l'azione». Insomma: è la stagione del Partito democratico, e anche il sindacato - pare - non potrà più essere lo stesso.