Voti da contare e pesare, questione aperta in Cgil
Dino Greco

 
I voti si contano, non si pesano, si sente dire nel quartier generale del sindacato. Sbagliato. I voti si contano, per legittimare o per revocare un accordo. E si pesano, per capire quali sono e quale consistenza hanno le aree del consenso e del dissenso (non del «disagio», come pudicamente si dice). E per distinguere come si sono espressi i pensionati e i lavoratori, le grandi, le medie e le piccole fabbriche, i lavoratori dell'industria e quelli del settore pubblico, i dipendenti e i parasubordinati, coloro che hanno potuto discutere nelle assemblee e quanti hanno invece desunto dal tambureggiamento mediatico e dalla propaganda monocorde delle confederazioni le sole informazioni disponibili.
Anche il sindacato, soprattutto il sindacato, come ogni corpo sociale, si regge su una struttura portante, senza la quale si altererebbero sino a snaturarsi il suo profilo di soggetto politico e la qualità della sua rappresentanza. Dunque un voto, qualunque voto, contabilmente ne vale un altro.
Ma si provi a fare a meno di quella parte che contesta l'accordo di luglio con argomenti non dissimili da quelli che è agevole trovare nelle tesi congressuali della Cgil e che sino a ieri l'altro parevano patrimonio comune. Si provi a ripudiare quel mondo del lavoro che ha storicamente innervato ogni mobilitazione sociale, che ha concorso in modo decisivo a conquistare diritti o a difenderli con i denti da ogni assalto.
Non serve mettere in controluce i dati referendari per leggerne la filigrana e per cogliere quanto la Cgil sia attraversata e interrogata da questa prova. E quanto l'opposto esito del voto - ad esempio fra operai e pensionati - metta in crisi la pretesa «confederalità» dell'intesa di luglio. Ci si accorgerà allora di quanto paradossali ed imprudenti siano giudizi sull'esito della consultazione come «cappotto» o «vittoria schiacciante».
Cappotto inflitto a chi? Vittoria contro chi? A meno che il terreno di una vera lotta contro la precarietà del lavoro e per la ricostruzione di un modello accettabile di protezione sociale sia franato su ben più modesti propositi ed il vero fronte del conflitto si sia spostato all'interno del sindacato, all'interno di una Cgil ormai impegnata nella ridefinizione sostanziale del proprio progetto e - fatalmente - della propria rappresentanza.
E' fin troppo chiaro che le convulsioni della politica operano come potente detonatore di un terremoto che investe ogni ambito della rappresentanza sociale e ridisegnano equilibri, schieramenti, nuovi collateralismi.
Il sindacato è il fronte più esposto e la Cgil ne è l'epicentro perché fragili si stanno dimostrando la sua autonomia, le sue opzioni strategiche, le stesse regole democratiche che ordinano la sua vita interna e il suo rapporto con i lavoratori. Ma questa è appunto la grande questione aperta, la discussione che non si potrà ancora una volta rimuovere