«Miracolo» nell'urna sicula
Numeri da record In 573 mila al voto, il «sì» al 92%, dieci punti sopra la media nazionale. Unica eccezione, le tute blu
Massimo Giannetti
Palermo

 
Più generosa di così la Sicilia non poteva esserlo. Generosa al punto che scorrendo la valanga di sì usciti dalle urne dei sindacati, la prima cosa che viene in mente è il memorabile cappotto del centrodestra alle elezioni politiche del 2001, quando gli elettori siciliani mandarono a Montecitorio 61 deputati della Cdl e lasciarono a bocca asciutta il centrosinistra, dando così un contributo decisivo alla nascita del governo Berlusconi. E' vero, è un paragone decisamente improprio, anzi diciamo subito che è azzardato. Ma ci sono almeno due dati che accomunano l'esito del referendum sul welfare, per quanto scontato, e quello delle tragiche elezioni di sei anni fa: il primo è l'altissima partecipazione al voto, ben 573mila persone, quasi il doppio rispetto ai votanti del referendum sulla riforma Dini del '95. Il secondo dato, che conferma la spiccata generosità dell'isola nei confronti di Roma, è la dimensione del plebiscito ottenuto da Cgil Cisl e Uil, pari al 92%, mediamente superiore di circa dodici punti rispetto alle altre regioni italiane. In altre parole, nell'isola del lavoro precario e allo stesso tempo dei privilegi più di nove elettori su dieci han dato il via libera al protocollo del 23 luglio. Un successo strepitoso, imbarazzante, stando ai resoconti bulgari dei vincitori, «omogeneo in tutte e nove le province» e simile in tutte le categorie coinvolte: dal pubblico impiego ai call center, dai braccianti agli edili dai chimici ai pensionati i votanti hanno alzato bandiera bianca di fronte alle ragioni del sì. Il beneplacito è straripato in tutti i settori, tranne in uno: quello metalmeccanico dove, al contrario, per il sì è stata una caporetto: il no all'accordo ha stravinto alla Fiat di Termini Imerese con il 79% dei voti, alla St-microelectronics di Catania con il 75% e nel polo industriale di Siracusa con un altrettanto 75%.
Complessivamente il niet delle tute blu siciliane si è attestato intorno al 50%. «Un risultato più che positivo, che conferma il malessere riscontrato tra i lavoratori durante le assemblee», dice il leader dei metalmeccanici di Termini Imerese, Roberto Mastrosimone, respingendo al mittente le accuse di «autoisolamento dei metalmeccanici» rilanciate dai vertici locali delle tre confederazioni subito dopo lo spoglio delle schede. «Il voto contrario all'accordo di luglio è stato espresso dalla parte più produttiva del mondo del lavoro - prosegue Mastrosimone - E i vertici di Cgil Cisl e Uil dovrebbero assecondare questo malcontento anziché osteggiarlo. Non parlo di brogli, e chi in questi giorni ne ha parlato ha fatto un grave errore. Per quanto ci riguarda prendiamo atto del risultato. Mi limito solo a dire che l'esito della consultazione è stata in parte falsata dal voto dei pensionati e dalla scarsa informazione che l'ha preceduto. In ogni caso il nostro 50%, considerato i rapporti di forza in campo in una regione in cui il lavoro di fabbrica è marginale e frammentato, non si discosta di molto dal 53% ottenuto mediamente nel resto d'Italia. E' questo che fa paura?».
Quello che si teme anche qui in Sicilia è una sorta di resa dei conti dentro la Cgil. Ma le polemiche del giorno dopo riguardano anche e soprattutto le regole con cui si è svolto il referendum: assemblee con un unico relatore e le urne con un'unica scheda, quella del sì, sulla quale ci si doveva esprimere sia sulle pensioni sia sul precariato. «E' stata una consultazione a senso unico, autorganizzata e autocertificata da Cgil Cisl e Uil - attacca Rosario Rappa, segretario regionale di Rifondazione comunista, ironizzando anche sul "miracolo" fatto dai sindacati nell'urna - Riuscire a coinvolgere quasi seicentomila persone in un referendum in cui c'era da ratificare solo una piattaforma, mi è sembrata un'impresa davvero eccezionale, sorprendente almeno in Sicilia. Di questo va dato merito alle straordinarie capacità di mobilitazione dei sindacati. Evidentemente la posta in gioco era troppo alta. Per convincere i pensionati a votare sarebbero state fatte pressioni del tipo "se vuoi l'aumento della pensione devi votare sì", oppure "se voti no cade il governo". La consultazione ha messo in evidenza la necessità di una legge sulla rappresentanza, nuove regole di partecipazione e di controllo». Allusioni pesanti, respinte dai sindacati: «Chi fa simili insinuazioni non fa altro che offendere la libera espressione di migliaia di lavoratori e pensionati che con il loro voto hanno dato una grande prova di democrazia - replica Paolo Mezzio, segretario regionale della Cisl, sindacato con il maggior numero di iscritti tra i lavoratori attivi in Sicilia e motore del successo referendario - In queste settimane abbiamo svolto quasi tremila assemblee in tutta la regione, e nei comuni in cui non riusciti a farle la gente ci ha chiamato perché voleva essere coinvolta per andare a votare. E' stata un'esperienza bellissima. La mobilitazione è stata davvero eccezionale. Si sono mossi gli edili, i braccianti, i giovani del call center. Se il successo è stato di questa portata è perché c'è stato un forte impegno unitario dei sindacati. Poi, certo ha aiutato parecchio anche l'eco che al referendum è stato dato dai mass media, dalla televisione soprattutto, e non ultima la posizione assunta dalla Fiom, che ha dato forte spinta alla stessa Cgil affinché nelle fabbriche non prevalesse il voto politico. E il risultato registrato ai cantieri navali di Palermo, dove il sì all'accordo ha ottenuto addirittura il 95% dei consensi, ne è la dimostrazione più eclatante».
«Io tutto questo entusiasmo e voglia di partecipare di cui si parla non li ho visti - controbatte Pietro Milazzo, della componente Lavoro e società in Cgil regionale - so invece con certezza che alla Regione Sicilia, l'azienda di lavoro più grande dell'isola, solo per fare un esempio, non c'è stata nemmeno un'assemblea e i lavoratori hanno sì protestato, ma per ragioni opposte a quelle sostenute dal dirigente della Cisl. Mi chiedo se quello seguito sia il percorso più giusto per raccogliere il consenso dei lavoratori. Io credo di no e spero che in Cgil si apra una discussione su questo tema e non si usi invece l'esito del referendum per tagliare le teste non allineate».
In Cgil il clima, manco a dirlo, è piuttosto teso. «Io - premette il segretario regionale Italo Tripi - al di là dell'esito straordinario della consultazione, sono convinto che debba essere recuperato il rapporto con la Fiom. Ma temo che posizioni oltranziste espresse in questi giorni dai alcuni dei suoi dirigenti rischiano di portare alla deriva una categoria importante come quella dei metalmeccanici. Non c'è dubbio che ci sia la necessità di discutere e rivedere le regole, ma da qui a dire, come fa per esempio Giorgio Cremaschi, che il voto di un metalmeccanico del nord vale molto di più di quello di un bracciante di Ragusa o di un operaio chimico dell'inferno di Priolo, lo trovo francamente razzista. C'è solo da augurarsi che ora chi ha perso faccia almeno un po' di autocritica».