La Cgil cambia anima: vuole diventare Cisl
Ma per farlo deve eliminare la Fiom
I commenti dei dirigenti contro i "nemici" metalmeccanici, l'attacco di Epifani alla sinistra e al 20 ottobre, la gestione dei risultati del referrendum:
tutto (e in particolare il Pd) spinge verso un sindacato istituzionale, che rinuncia al conflitto e si candida a gestire le compatibilità con l'impresa

Rina Gagliardi
In queste ore, i dirigenti confederali trasudano soddisfazione da tutti i pori - ricordano un po' gli allenatori che commentano in termini trionfalistici la agognata conquista di uno scudetto o di una coppa. Neppure Guglielmo Epifani si sottrae a un tale clima calcistico: e va esprimendo in varie sedi il suo entusiasmo, proprio come se i "problemi della squadra" - pardon, del sindacato e della Cgil - fossero stati tutti superati in un colpo solo, nel match referendario, nella partita vincente. Ma se il medesimo Epifani, Angeletti e Bonanni hanno "vinto", chi è colui o chi sono coloro che hanno "perso"? Chi erano, insomma, gli avversari di turno che hanno alla fine dovuto subire il cappotto? La risposta è, ahimè, chiarissima: gli operai metalmeccanici e il sindacato che in gran parte li rappresenta, la Fiom.
Sembra incredibile doverlo scrivere, e anche doverlo pensare: ma per il maggior sindacato italiano, l'organizzazione che nel bene e nel male tutela il mondo del lavoro ed esercita un insopprimibile ruolo democratico, la Fiom è ormai derubricata alla dimensione di un "problema". Di un ingombro, fastidio, ostacolo. Di un sindacato nel migliore dei casi da ridimensionare, mettere in riga, tacitare, perché ancora troppo forte e rappresentativo: in effetti, il sindacato metalmeccanico nel referendum non ha potuto né esprimere il suo No nelle assemblee (in omaggio alle regole bulgare del centralismo democratico, straordinario residuato bellico in pieno vigore nelle confederazioni) né partecipare davvero al controllo del voto. Ciononostante ha "vinto" al Nord, al Sud e in tutte le grandi aziende. Ma è proprio questo che immalinconisce: che non i media, non i politici di professione, non le destre, ma il segretario della Cgil non veda, dietro e dentro il suo sindacato metalmeccanico insofferente, il segno corposo di un disagio di massa nient'affatto risolto. Non veda le persone, in carne ed ossa, i lavoratori che non ce la fanno più ad arrivare, con i salari di oggi, alla fine del mese e che stanno perdendo, prima ancora del salario, la pienezza della loro dignità.
Non li vede al punto tale che il primo incontro che ha ritenuto necessario fare, all'indomani del referendum, è stato quello con Montezemolo - sia pure, come ha precisato, nella sua veste di "presidente di Confindustria" e non di capo supremo della Fiat (l'ipocrisia e il formalismo a volte sfiorano e superano il ridicolo). Solo una domanda, intanto, al leader della Cgil: si può davvero concepire una confederazione all'altezza della sfida aperta oggi contro il mondo del lavoro, senza i metalmeccanici, e con una guerra fratricida contro la Fiom?
Ma c'era anche un altro "antagonista", nel voto referendario. Epifani l'ha spiegato bene in un'intervista pubblicata ieri su La Stampa : questo avversario nascosto era ed è la sinistra. La sinistra alternativa e radicale, ma forse anche, molto più semplicemente, la sinistra che non si rassegna a buttare alle ortiche le sue ragioni basiche di esistenza. Dice Epifani che ora la manifestazione del 20 ottobre non ha più senso - anzi, non l'ha mai avuto, anzi era "sbagliata", "identitaria", priva di obiettivi riconoscibili. Anche qui, c'è di che restar trasecolati. Cos'è, una scomunica, un diktat, una boutade ? Un'indicazione imperativa (sempre secondo le regole bulgare di cui sopra) ai tantissimi quadri della Fiom che hanno già annunciato la loro adesione? Come se ogni iniziativa sociale e politica, per essere dichiarata ammissibile, utile o legittima, dovesse ricevere il bollino blu di Corso Italia. Ma soprattutto come se adesso ogni rivendicazione, ogni istanza, ogni protesta fosse fuori corso, obsoleta e vivessimo nel migliore dei mondi - dei governi e degli accordi - possibili.
Non c'è che dire: in Cgil la sindrome del governo amico è tornata ad essere la legge dominante. Al punto che proprio Epifani aveva lanciato l'allarme iperpolitico dalle colonne di Repubblica - "se non vincono i Sì, cade il governo"- e ora scopre che il voto ha premiato non Prodi, non Padoa Schioppa, ma un sindacato "autonomo, unitario e non radicale". Al punto tale che se qualche centinaia di migliaia di persone sceglierà di scendere in piazza per esprimere le ragioni della sinistra, per rendere visibile il proprio disagio, per rivendicare una svolta nella politica di governo, il segretario del maggior sindacato italiano si preoccupa - e attacca, e scomunica. E arriva a dire - lo ripetiamo perché ci ha particolarmente colpito - che il corteo del 20 è "identitario". Ma come? Lo sa Epifani che, a stare alle adesioni preannunciate, a Roma si raccoglierà un arcipelago variegatissimo che va dai metalmeccanici al movimento femminista, dai giovani dei movimenti ai militanti politici della sinistra, dall'intellettualità non omologata a un mucchio di gente tout court delusa e incollerita? Cioè una somma, e un intreccio di identità quasi tra di loro incomparabili?
«Troppe incursioni nella politica», lamenta il leader della Cgil. Ha ragione: la principale di queste incursioni si chiama Partito Democratico che, a quel che finora si capisce, propone un'idea di società nella quale non c'è spazio per un sindacato capace di fare il proprio mestiere, organizzare il conflitto maturo, tutelare i diritti del lavoro anche contro e oltre le così dette "compatibilità dell'economia". E chiede, nella sostanza, un sindacato tutto e solo istituzionale, appiattito sulla logica concertativa, presente nella società solo come un patronato, o una struttura di compensazione, o un gruppo, da tutelare, di "soci" - l'idea cislina, da sempre. Dopo molti dubbi e molte "riserve", non sarà che il vertice della Cgil sta subendo il fascino di ipotesi come queste, che portano dritto al sindacato unico? Se così fosse, sarebbe più chiaro perché tanto livore contro la Fiom. E tanta paura per una manifestazione che si annuncia grande e pacifica.


13/10/2007