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Rina Gagliardi
I-- Capolettera -->n queste ore, i dirigenti
confederali trasudano soddisfazione da tutti i pori -
ricordano un po' gli allenatori che commentano in termini
trionfalistici la agognata conquista di uno scudetto o di
una coppa. Neppure Guglielmo Epifani si sottrae a un tale
clima calcistico: e va esprimendo in varie sedi il suo
entusiasmo, proprio come se i "problemi della squadra" -
pardon, del sindacato e della Cgil - fossero stati tutti
superati in un colpo solo, nel match referendario, nella
partita vincente. Ma se il medesimo Epifani, Angeletti e
Bonanni hanno "vinto", chi è colui o chi sono coloro che
hanno "perso"? Chi erano, insomma, gli avversari di turno
che hanno alla fine dovuto subire il cappotto? La risposta
è, ahimè, chiarissima: gli operai metalmeccanici e il
sindacato che in gran parte li rappresenta, la Fiom.
Sembra incredibile doverlo scrivere, e anche doverlo
pensare: ma per il maggior sindacato italiano,
l'organizzazione che nel bene e nel male tutela il mondo del
lavoro ed esercita un insopprimibile ruolo democratico, la
Fiom è ormai derubricata alla dimensione di un "problema".
Di un ingombro, fastidio, ostacolo. Di un sindacato nel
migliore dei casi da ridimensionare, mettere in riga,
tacitare, perché ancora troppo forte e rappresentativo: in
effetti, il sindacato metalmeccanico nel referendum non ha
potuto né esprimere il suo No nelle assemblee (in omaggio
alle regole bulgare del centralismo democratico,
straordinario residuato bellico in pieno vigore nelle
confederazioni) né partecipare davvero al controllo del
voto. Ciononostante ha "vinto" al Nord, al Sud e in tutte le
grandi aziende. Ma è proprio questo che immalinconisce: che
non i media, non i politici di professione, non le destre,
ma il segretario della Cgil non veda, dietro e dentro il suo
sindacato metalmeccanico insofferente, il segno corposo di
un disagio di massa nient'affatto risolto. Non veda le
persone, in carne ed ossa, i lavoratori che non ce la fanno
più ad arrivare, con i salari di oggi, alla fine del mese e
che stanno perdendo, prima ancora del salario, la pienezza
della loro dignità.
Non li vede al punto tale che il primo incontro che ha
ritenuto necessario fare, all'indomani del referendum, è
stato quello con Montezemolo - sia pure, come ha precisato,
nella sua veste di "presidente di Confindustria" e non di
capo supremo della Fiat (l'ipocrisia e il formalismo a volte
sfiorano e superano il ridicolo). Solo una domanda, intanto,
al leader della Cgil: si può davvero concepire una
confederazione all'altezza della sfida aperta oggi contro il
mondo del lavoro, senza i metalmeccanici, e con una guerra
fratricida contro la Fiom?
Ma c'era anche un altro "antagonista", nel voto
referendario. Epifani l'ha spiegato bene in un'intervista
pubblicata ieri su La Stampa : questo avversario nascosto
era ed è la sinistra. La sinistra alternativa e radicale, ma
forse anche, molto più semplicemente, la sinistra che non si
rassegna a buttare alle ortiche le sue ragioni basiche di
esistenza. Dice Epifani che ora la manifestazione del 20
ottobre non ha più senso - anzi, non l'ha mai avuto, anzi
era "sbagliata", "identitaria", priva di obiettivi
riconoscibili. Anche qui, c'è di che restar trasecolati.
Cos'è, una scomunica, un diktat, una boutade ?
Un'indicazione imperativa (sempre secondo le regole bulgare
di cui sopra) ai tantissimi quadri della Fiom che hanno già
annunciato la loro adesione? Come se ogni iniziativa sociale
e politica, per essere dichiarata ammissibile, utile o
legittima, dovesse ricevere il bollino blu di Corso Italia.
Ma soprattutto come se adesso ogni rivendicazione, ogni
istanza, ogni protesta fosse fuori corso, obsoleta e
vivessimo nel migliore dei mondi - dei governi e degli
accordi - possibili.
Non c'è che dire: in Cgil la sindrome del governo amico è
tornata ad essere la legge dominante. Al punto che proprio
Epifani aveva lanciato l'allarme iperpolitico dalle colonne
di Repubblica - "se non vincono i Sì, cade il governo"- e
ora scopre che il voto ha premiato non Prodi, non Padoa
Schioppa, ma un sindacato "autonomo, unitario e non
radicale". Al punto tale che se qualche centinaia di
migliaia di persone sceglierà di scendere in piazza per
esprimere le ragioni della sinistra, per rendere visibile il
proprio disagio, per rivendicare una svolta nella politica
di governo, il segretario del maggior sindacato italiano si
preoccupa - e attacca, e scomunica. E arriva a dire - lo
ripetiamo perché ci ha particolarmente colpito - che il
corteo del 20 è "identitario". Ma come? Lo sa Epifani che, a
stare alle adesioni preannunciate, a Roma si raccoglierà un
arcipelago variegatissimo che va dai metalmeccanici al
movimento femminista, dai giovani dei movimenti ai militanti
politici della sinistra, dall'intellettualità non omologata
a un mucchio di gente tout court delusa e incollerita? Cioè
una somma, e un intreccio di identità quasi tra di loro
incomparabili?
«Troppe incursioni nella politica», lamenta il leader della
Cgil. Ha ragione: la principale di queste incursioni si
chiama Partito Democratico che, a quel che finora si
capisce, propone un'idea di società nella quale non c'è
spazio per un sindacato capace di fare il proprio mestiere,
organizzare il conflitto maturo, tutelare i diritti del
lavoro anche contro e oltre le così dette "compatibilità
dell'economia". E chiede, nella sostanza, un sindacato tutto
e solo istituzionale, appiattito sulla logica concertativa,
presente nella società solo come un patronato, o una
struttura di compensazione, o un gruppo, da tutelare, di
"soci" - l'idea cislina, da sempre. Dopo molti dubbi e molte
"riserve", non sarà che il vertice della Cgil sta subendo il
fascino di ipotesi come queste, che portano dritto al
sindacato unico? Se così fosse, sarebbe più chiaro perché
tanto livore contro la Fiom. E tanta paura per una
manifestazione che si annuncia grande e pacifica.
13/10/2007 |