L'asse Montez-Epifani-Bonanni dice: cancellare il dissenso. E la politica...

Anubi D'Avossa Lussurgiu

Il Day After è tutto in un gesto: il primo incontro del giorno dopo la consultazione sul protocollo di luglio, il segretario generale della maggiore confederazione sindacale, la Cgil, lo fa con il presidente della Confindustria.

Da Epifani, tra il plauso del collega Cisl, Raffaele Bonanni, e quello di Pietro Ichino, viene un duplice messaggio, affidato per intero alle parole di Montezemolo:
1) l'accordo su pensioni, welfare e mercato del lavoro adesso «non si tocca»;
2) comincia «una nuova stagione di relazioni industriali».

Ma per capire il significato di questo stesso messaggio, in entrambe le sue parti, occorre citare altre parole. Quelle del primo commento, "emotivo", del leader Cgil sui risultati del voto: «Abbiamo fatto cappotto!». E per capire ancora meglio, occorre confrontarle con le altre, pronunciate da Bonanni: «Gli abbiamo fatto un culo così!».

Prima evidenza: Epifani parla adesso lo stesso linguaggio ( mutatis mutandis ) della leadership cislina. Non a caso, ben oltre le battute sui "vinti", la convergenza di prospettiva si salda in quel gesto, nell'incontro con Montezemolo. E Ichino proprio a questo plaude: parlando di una Cgil che ha «seguito» la Cisl. Infierendo un po': chiedendo cioè ad Epifani di fare ora «autocritica» per aver «un anno fa» chiesto «la cancellazione secca della legge Biagi» quando oggi «il protocollo conferma quasi integralmente l'impianto» di essa. Mentre lo stesso Bonanni proclama: «La Cgil è uscita cambiata da questo referendum».

Seconda evidenza: si sancisce l'apertura di una «nuova stagione» di rapporti con la controparte, il padronato, con uno spirito preciso, quello appunto della "vittoria" su un avversario comune.

Chi è? L'identificazione è facile: basta vedere dove hanno vinto i No. Con un apparente paradosso: il dissenso ha prevalso per intero proprio nelle fabbriche di Montezemolo, nel gruppo Fiat. Apparenza di paradosso perché proprio così si identifica quell'avversario. Quello che il terzo segretario generale, Angeletti della Uil, definisce così: «La categoria che ha sempre detto no». Proprio mentre predica di «rinnovare i contratti» come priorità per «interpretare sul serio il malessere diffuso»: il rinnovo più duro alle porte essendo quello dei meccanici. Sorge il sospetto che l'altra priorità indicata, «ridurre le tasse sul lavoro dipendente», già condivisa da Montezemolo, si pensi come sovraordinata ai rinnovi contrattuali.


Terza evidenza: i vertici confederali si compattano in ragione di una sfida a una controparte non più esterna, non più determinata da un'organizzazione conflittuale delle rivendicazioni del lavoro. La prima controparte, oggi, è interna. La resistenza nel lavoro al "nuovo modello" è questo avversario comune. Una resistenza operaia, quella metalmeccanica, di cui così parla Bonanni: «Sono disposto a prendere la mia parte di fischi, insieme con gli amici di Cgil e Uil, dai lavoratori iscritti alla Fiom, ma non mi sottopongo al giudizio di chi è contro il sindacalismo confederale per partito preso». L'avversario è interno, naturalmente "fuorviato" da «lavoro politico e scontro ideologico» come dice il suo segretario del Piemonte, Scotti. E ora il capo della Cisl scandisce: «Chiederemo a Cgil e Uil di rivedere il sistema democratico all'interno del sindacato».


Quarta e ultima evidenza: il Vae Victis , il "guai ai vinti", si esercita su una resistenza sindacale e sociale ma si completa politicamente. Ecco perché, nel Day After , Epifani derubrica le sue stesse «riserve» espresse all'indomani della firma del protocollo e ne ratifica invece l'immutabilità, propugnata da sempre dalla Confindustria (come dalla Cisl). E ora accusa anche lui i «molti esponenti politici» che «non solo non hanno fatto un passo indietro ma ne hanno fatti due in avanti». Piuttosto chiaro con chi ce l'abbia. E dunque, Bonanni adesso intima: «Io aspetto che Prodi con lingua dritta domani (oggi nel consiglio dei ministri, ndr ) vari l'intero provvedimento che deve andare in finanziaria». Di più, avverte il governo ma non solo...: «Se Prodi domani sbaglia (come sopra, ndr ) significa che non è buono per fare il presidente del consiglio».

Conclusione provvisoria: chi vuole imporre il divieto di interpretare, «pesare», il dissenso espresso all'intero del voto delle lavoratrici e dei lavoratori, lo fa per affermare un'interpretazione ben disinvolta del voto stesso. E vuole pesare eccome, da una parte sola, sulla politica. Il risultato della consultazione sindacale diventa così un mandato alle leadership confederali, mandato da loro stesse presunto: quello a sancire una nuova "natura" dell'azione sindacale. La «nuova stagione» della quale si parla. Una stagione segnata da una Pax che porta un segno inequivocabilmente confindustriale. La politica, come l'intendenza, deve seguire.

Il Corriere della Sera ieri ha segnato la via, con quell'insolito commento di poche righe in prima pagina, siglato dal vicedirettore Dario Di Vico. Il cui passaggio centrale era: «Davanti all'incapacità di trovare un punto di equilibrio che non finisca per premiare come sempre la sinistra massimalista, Guglielmo Epifani insieme a Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti ha dato un contributo decisivo di leadership e di tenuta». Corollario tutto proiettato sull'attualità politica (e messaggio nemmeno troppo cifrato): «Ha insegnato a una coalizione rissosa e inconcludente che le controversie si possono risolvere con il voto». Un epitaffio per la sinistra, per il rapporto storico sinistra-sindacato e più immediatamente per l'attuale maggioranza parlamentare. Dal titolo perfetto quanto beffardo: «Il Dono di Epifani». Ora, il referente del messaggio del Corsera è preciso: sono «i riformisti», che «dovrebbero pesare di più perché contano di più». E c'è un solo interlocutore che può raccogliere questa indicazione, nella politica, essendosi candidato esplicitamente a rappresentare e guidare tale "riformismo": è il candidato favorito alle primarie che eleggeranno il segretario del Piddì, per quanto esso non sia ancora nato. Fra il giorno di Walter Veltroni, che è domani, e quello del Day After di una consultazione sindacale trasformata in plebiscito politico, che è stato ieri, c'è la giornata di oggi: che è quella di Romano Prodi. Sta tutta nelle sue mani la decisione di farsi annullare tra un plebiscito e un altro, nella stessa, rafforzata delegittimazione della scommessa dell'Unione e del suo programma, oppure provare a frapporvisi. Anzi, a smarcarsene: uscendo finalmente dall'infernale trappola che si è dimostrata la contesa sulla genesi del Piddì. E' una scelta che non si esaurisce con eventuali "aperture" formali - peraltro prevedibilmente molto limitate, giocoforza - nella riunione odierna del governo: perché dopo, nel tempo successivo che è quello della discussione parlamentare cui la traduzione in legge del protocollo (tanto più un suo "miglioramento") è affidata, ci sarà un convitato di pietra. E cioè il nuovo leader del nuovo partito-azionista di maggioranza della maggioranza. Il quale a sua volta avrà in mano una scelta definitiva.

Ipotesi A: affossare la stagione politica apertasi con le elezioni del 2006 e il ritorno del centrodestra all'opposizione, per avventurarsi nella materializzazione della «nuova fase» che ha vagheggiato in un crescendo minaccioso in questo finale di primarie, proponendola come cornice alla «nuova stagione» nel frattempo cercare dalla sovrapposizione della Cisl alla Cgil, nelle braccia di Confindustria. Può farlo in due modi: dando retta ai più "ultras" dei suoi "riformisti", che il protocollo in sede legislativa vantano di volerlo persino peggiorare, a fronte di un'iniziativa emendativa della sinistra; oppure facendo finta di non avere nulla a che fare con il confronto parlamentare, con questa maggioranza, con questo governo, e lasciare passivi i gruppi dell'Ulivo nel fuoco di uno scontro che vede già in gioco altri "incursori", dai diniani ai radicali.

Ipotesi B: fare davvero un passo indietro e lasciare che si metta alla prova il patto, votato dagli elettori un anno e mezzo fa, senza il quale non avrebbe tanto facilmente potuto «coronare il sogno politico di una vita», come dice ora della sua presa di potere nel Piddì. E impedire a sé stesso di trasformare questo sogno nell'incubo del partito democratico più consociativo nei confronti la destra economica e sociale, che si sia visto al mondo.

Se il «dono» è quello affidato dal padronato alle mani di Epifani, sarà il caso che ogni avventurista ricordi l'adagio: « Timeo Danaos et dona ferentes ».


12/10/2007