Messaggio dalle fabbriche
Gabriele Polo

 
Una vittoria dei sì nella consultazione sindacale sul protocollo-welfare ampiamente scontata: troppo ampio il fronte del consenso organizzato, troppo ballerine le regole, a partire dalla scelta di far votare su un'unica scheda due cose così diverse come la riforma delle pensioni e gli istituti che «governano» la precarietà del lavoro. Meno scontato era che i dati - persino quelli della partecipazione al voto - venissero sequestrati per ore e ore all'informazione, dopo l'indicazione di parzialissimi risultati offerti da Cgil, Cisl e Uil, per annunciare fin dal primo pomeriggio un voto bulgaro. Ma tant'è, questo è il prezzo pagato alla politicizzazione di questa consultazione («altrimenti cade il governo») e lo scalpo da portare alle primarie del Partito democratico.
Il copione si è così sviluppato in un crescendo gioioso a supporto di un protocollo intoccabile, secondo il ragionamento per cui più ampia sarà la percentuale dei sì, meno spazi ci saranno alle modifiche di quell'intesa. Un gioco tutto politico, dentro cui viene rimossa l'unica vera crepa nel muro del consenso: il voto delle fabbriche, in particolare di quelle metalmeccaniche. Dove, nonostante una fortissima pressione in senso opposto, i no sono stati tantissimi, in molti luoghi ampiamente maggioritari.
Mentre scriviamo non sappiamo ancora quale sarà l'esito della consultazione nella più importante categoria dell'industria italiana. Sappiamo però che in quasi tutte le medie e grandi fabbriche - dove più emblematica è la condizione del lavoro - il no ha vinto di gran lunga. Ed è in questa crepa che bisognerebbe guardare per scoprire un pezzo importante di verità. Non solo quella di una protesta sul merito del protocollo - considerato un ulteriore schiaffo alla propria vita quotidiana -, ma anche una protesta più generalizzata contro la politica e un messaggio ultimativo alla rappresentanza sindacale. Ognuno di quei voti conta quanto ogni altro proveniente da altri «luoghi», siano essi i cantieri edili, i campi bracciantili o le povere case dei pensionati: è la legge della democrazia e va rispettata. Ma quei voti - di Mirafiori piuttosto che della Riello - vanno anche pesati per il segnale che portano con sé. Per il centrosinistra che, invece, volge lo sguardo di fronte al disagio sociale e alla disaffezione politica; per i sindacati che rischiano di tagliare di netto il rapporto con la parte più attiva (e produttiva) dei propri rappresentati; per tutti quelli che saranno chiamati nei prossimi giorni e mesi a decidere il merito del protocollo sul welfare, cioè le leggi che inquadreranno i rapporti tra capitale e lavoro. Se il no operaio (e non solo quello, aspettiamo i dati completi) verrà ignorato in nome degli equilibri politici (l'instabile governo) e di quelli sindacali («così facciamo fuori la Fiom», è diventato un tormentone), si sarà persa una delle ultime occasioni per correggere un pessimo accordo e ridare un po' di vitalità alla rappresentanza politica. Sarebbe un peccato, forse un dramma.