Bordate di fischi alla Piaggio
Ancora dissenso sul protocollo tra i lavoratori in assemblea. Timide aperture di Cgil, Cisl e Uil, gelate poi da Confindustria
Sara Farolfi
Roma

 
Una pioggia di fischi ha sommerso la segretaria confederale Cgil, Marigia Maulucci, nel suo intervento davanti ai circa 800 lavoratori della Piaggio di Pontedera (che conta più di 3 mila dipendenti). La Fim Cisl ha tentato di minimizzare («la protesta di una ventina di persone» è stata definita), ma sembra che la stessa Maulucci abbia poi commentato di non essere mai incorsa nella sua carriera sindacale in tanti fischi, rassicurandosi poi in un «tanto quello che conta è il voto finale». Un unico intervento per il sì al protocollo, durante l'assemblea (a cui è seguita un'ora di sciopero), una quindicina per il no, racconta Rossella Porticati, delegata Fiom a Pontedera. Tutti critici tanto sulla parte della riforma pensionistica che su quella relativa al mercato del lavoro. Le cose non sono andate meglio alla Fiat di Pomigliano d'Arco. Anche lì, bordate di fischi, e sempre ieri un'ondata di dissenso è trapelata anche dalle assemblee della Fincantieri di Marghera.
Ma il protocollo del 23 luglio non registra dissensi solo tra i metalmeccanici. Un assemblea pubblica autoconvocata ha riunito a Roma delegate e delegati sindacali, precari e pensionati sulle ragioni del no al protocollo. Un giudizio negativo «di merito», è stato sottolineato, sulla base del fatto che «c'è una sproporzione evidente tra la piattaforma sindacale unitaria e il risultato raggiunto».
Il clima insomma è tutt'altro che uniforme. Ma il vero termometro sarà segnato dalla partecipazione dei diretti interessati al voto (nel '95, sulla riforma Dini, votarono 4,4 milioni di persone, tra attivi e pensionati), e anche dalle percentuali di «sì» o «no» tra gli attivi (sempre nel '95, gli attivi votarono «sì» al 58%, «no» al 42%). Sulla partecipazione, è tornato ieri il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, notando che «non è affatto scontato un grande afflusso al voto», e che «si è trattato di una vertenza non vissuta con il coinvolgimento della gente».
E' corsa ieri anche la notizia di «aperture alla modifica del protocollo» da parte dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Sembra però essersi trattato soltanto di frettolosi titoli di agenzia, almeno a leggere attentamente le dichiarazioni dei tre segretari. Guglielmo Epifani per esempio, partecipando a un'assemblea a Siena, ha parlato sì di un possibile miglioramento, citando però soltanto la decontribuzione degli straordinari che il protocollo prevede, e in un discorso tutto infarcito di «se», «ma» e «però». «Superare lo scalone voleva dire mettere in campo più risorse, ma era evidente che non c'erano le condizioni - ha detto poi - In questo accordo non c'è un punto in cui si torna indietro, ci sono solo avanzamenti, anche se in alcuni casi piccoli».
Lo stesso dicasi per il leader Cisl, Raffaele Bonanni. «Se tutte le parti sociali, ma proprio tutte, sono d'accordo e lo ritengono conveniente, possono fare quello che vogliono», ha detto. «Una ragione in più per votare no, perchè solo se ci saranno tanti no, si potrà davvero cambiare l'intesa» ha colto la palla al balzo Giorgio Cremaschi, leader della Rete 28 Aprile. Ma Bonanni a quel punto, forse informato della presa di posizione di Rifondazione comunista, aveva già cambiato idea: «C'è un ricatto in atto da parte di alcuni ministri, ma il governo deve mantenere la parola data».
A fugare ogni dubbio è arrivata poi la dichiarazione di Maurizio Beretta, direttore generale di Confindustria: «Modificare il protocollo è un'idea da respingere al mittente, tanto più se si tratta di punti dell'accordo delicati per le imprese».