«Se salta il Welfare staremo tutti peggio»
Meno peggio, tanto meglio. Il segretario generale della Cgil, Epifani, precisa ma non convince. E dalle tute blu arrivano altre bordate di fischi
Loris Campetti

 
«Il problema non è se il governo cade o no» ma «se il governo onora gli impegni e la maggioranza sostiene in parlamento l'accordo, oppure se salta tutto. Se salta tutto non stiamo meglio, stiamo peggio. L'intesa segna un avanzamento, quello che c'è è meglio di niente». Sono queste le parole, virgolettate dalle agenzie per non incorrere in cattive interpretazioni, pronunciate dal segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani all'assemblea che si è tenuta ieri pomeriggio al call center della Wind a Parco dei Principi, vicino all'aeroporto di Fiumicino. 300 i lavoratori presenti per ascoltare la spiegazione del contenuto del protocollo del 23 luglio su pensioni, welfare e competitività e le ragioni per cui i segretari confederali hanno firmato l'intesa, sia pure «per presa d'atto» da parte dello stesso Epifani.
Si tratta di un chiarimento importante quello del leader della Cgil, dopo le polemiche che avevano fatto seguito all'intervista rilasciata a Repubblica lunedì. Un chiarimento che precisa, più che smentire: se salta il banco va peggio per i lavoratori, era stato interpretato da tutti, a partire dai segretari generali di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, come un sostegno quasi incondizionato a Prodi. Al punto di chiedere un voto favorevole ai lavoratori non in relazione ai contenuti del protocollo ma per salvare il governo da una crisi provocata - ma siamo proprio sicuri? - dalla vittoria dei no al referendum.
Resta il fatto che al centro, per Epifani, non c'è il miglioramento di un testo da lui stesso ritenuto insufficiente per molti aspetti, bensì l'approvazione di quel che c'è, quindi di una mediazione che peraltro ha lasciato del tutto insoddisfatta una parte importante della stessa maggioranza. E che nelle grandi fabbriche del nord sta raccogliendo bordate di fischi. I fischi di chi sarebbe stato disponibile a sostenere con la mobilitazione una forte battaglia sindacale per migliorare l'accordo, ma che nessuno ha coinvolto. Ora che si chiede un voto secco, è naturale che nei luoghi dove c'erano più speranze di qualche segnale di cambiamento, dove si vive e si lavora peggio e di più con una busta paga risibile, cioè nelle fabbriche manifatturiere, il dissenso venga allo scoperto senza eccessive mediazioni politiche. Come dicono a Torino, le assemblee alla Fiat non sono né pranzi di gala né i dibattiti nel salotto di Bruno Vespa.
Ieri anche negli altri reparti di Mirafiori, presse e meccaniche, si sono tenute assemblee con lo stesso segno di quelle del giorno precedente alle carrozzerie della più grande fabbrica italiana. Applausi agli interventi contrari al protocollo, fischi a chi si esprimeva per il sì, di qualunque sindacato fosse rappresentante. E la stessa cosa è capitata alla Iveco, e poi alla Avio e all'Alenia. Insomma, tutte le grandi fabbriche torinesi non digeriscono l'accordo, sia nella parte riguardante le pensioni - gli scalini - che sulla precarietà, e la defiscalizzazione degli straordinari. E non digeriscono la chiamata a difesa di un governo che «protegge le rendite finanziarie e tartassa i lavoratori dipendenti». Sapendo - e i sindacalisti dovrebbero saperlo - qual è il sentimento prevalente tra gli operai nei confronti dell'esecutivo in cui avevano sperato, l'appello a salvarlo si sta trasformando in un boomerang.
Ieri non ha parlato soltanto Epifani. Anche il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni ha detto la sua, e se l'è presa con le contestazioni di Mirafiori: prima negandole («A Mirafiori non è accaduto niente»), poi sentenziando che «i fischi sono arrivati soltanto da minoranze rumorose che non rappresentano in alcun modo il mondo del lavoro italiano». Ed ecco espulsa la maggioranza (sì, la maggioranza) delle tute blu di Mirafiori dal mondo del lavoro. Almeno il presidente di Confindustria Montezemolo, a parole, dice di rispettare le opinioni dei suoi operai. E ci fa sapere che vive dentro una fabbrica.
Torniamo alle precisazioni di Epifani. «Non abbiamo un governo amico - dice - e cerchiamo di fare il bene per la nostra gente perché non tutto quello che è stato fatto da questo governo è stato fatto con forza ed è andato nella giusta direzione». Ma allora - aveva ribattuto un operaio torinese a Luigi Angeletti che aveva espresso un concetto analogo in assemblea - «se non riescono a cambiare questa situazione che ci stanno a fare i sindacati?».