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Fabio Sebastiani
Torino nostro inviato
D-- Capolettera -->ire che le tute blu sono contrarie al
protocollo di luglio 2007 è quasi un eufemismo. Dire che la
contestazione sia stata sonora e travolgente non corrisponde
esattamente al vero. L'assemblea alle carrozzerie di
Mirafiori che il segretario generale della Uil, Luigi
Angeletti, ha tenuto ieri davanti a 1.500 tute blu, alla
fine, si è risolta in un confronto civile. I fischi e i
mugugni non sono certo mancati. Ma solo per rintuzzare la
claque accuratamente preparata dalla Uil. L'orientamento che
esce dalla Fiat, è molto netto: l'accordo tra Prodi e Cgil,
Cisl e Uil è da cancellare. D'altronde è il risultato di
«una vera assemblea sindacale, non del salotto di Porta a
Porta», commenta a caldo il segretario della Fiom di Torino
Giorgio Airaudo.
I lavoratori e le lavoratrici hanno apprezzato molto il
fatto che il segretario della Uil, così come aveva promesso,
sia tornato a trovarli. A parte questa cortesia, però, non
hanno usato mezze misure per rispedire al mittente un testo
«concluso senza consultarci né prima né durante». Oltre al
merito, quindi, c'è anche una critica di metodo. La sala
mensa delle Carrozzerie è territorio off limits per la
stampa. Per ricostruire quel che è veramente accaduto nelle
due assemblee - l'altra si è tenuta alla verniciatura con la
partecipazione della segretaria nazionale della Cgil Morena
Piccinini - occorre prima assistere alla conferenza stampa
improvvisata da Angeletti davanti alla "Porta 2" in corso
Tazzoli e poi aspettare l'uscita degli operai del primo
turno.
Le due versioni concordano ampiamente. E' lo stesso
Angeletti a raccontare il dissenso, usando il "sindacalese":
«Se al voto dovessero andare tutti qui finirebbe in
pareggio», dice. Su dieci interventi, quattro sono stati a
favore del no. E hanno preso applausi convinti. Gli altri,
invece, si sono persi in domande secondarie su Tfr e fisco.
Un iscritto Fiom ha provato a schierarsi con il sì, ma è
stato sommerso dalle contestazioni. Qualche fischio l'ha
preso anche Angeletti, ma su uno scivolone vero e proprio.
Quando, per parare le eventuali critiche all'accordo ha
tirato fuori il classico argomento del sindacato, che a Roma
non conta nulla. «E allora che ci stai a fare?», gli hanno
urlato i lavoratori. E, chiamato in causa sull'intervista a
Repubblica del suo omologo in Cgil, Guglielmo Epifani, il
leader della Uil stempera i toni: «Se il governo cade o meno
è per altri motivi, il protocollo non c'entra nulla».
Q-- Capolettera -->uesto è successo ieri a
Mirafiori. Una fotografia un po' diversa dalla rumorosa
assemblea con i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil di un
anno fa. Ma non certo lontana da quello che pensavano, e
pensano tuttora, i lavoratori.
Due i temi presi di mira dalle tute blu: la falsa abolizione
dello scalone Maroni e la detassazione degli straordinari.
Nel primo caso, i lavoratori contestano il tradimento delle
attese, facendo pagare al sindacato il carico del governo;
nel secondo, la fine di qualsiasi possibilità di assunzione
per i giovani. Senza parlare dello «scandalo» dei contratti
a termine, che qui viene visto come l'ennesimo regalo alle
imprese.
Le persone all'uscita sfilano via verso i pullman. Ma le
telecamere piazzate davanti alla "Porta 2" hanno lo stesso
potere di una calamita: «Questi sindacati fanno tante parole
e alla fine è come dicono loro», borbotta un lavoratore.
«Assemblea abbastanza agitata», dice un altro. Stella, da
una vita in fabbrica, oggi, con la busta paga arriva a
malapena alla terza settimana; iscritta al sindacato? «Non
ce la farei a pagare la tessera. Ho una figlia a carico, e
una nipotina di un anno e mezzo». «Sulla previdenza ci
aspettavamo almeno la libertà di scelta nel decidere se
rimanere o meno. E invece niente. Scalino o scalone, siamo
sempre lì», aggiunge. Ovviamente, in ballo ci sono pure gli
usuranti. I lavoratori e le lavoratrici sentono puzza di
bruciato e avvertono: «Se ci sono soldi per 5mila ci devono
essere pure per 10mila».
Per la segretaria nazionale della Cgil Morena Piccinini, «in
giro c'è molta confusione». «Si stenta a partire da un punto
di realtà per cominciare il confronto», continua. «Quella
che ho raccolto io dai lavoratori - aggiunge Piccinini - è
stata una certa tensione, soprattutto rispetto al tema dei
salari e del fisco. E quindi va fatta la giusta distinzione
ad attribuire questo malcontento al protocollo». Le
conseguenze di un voto negativo? «Porrà dei problemi -
risponde Piccinini - ma questo non significa che cadrà il
governo».
Il segretario della Fiom Gianni Rinaldini intervenuto
nell'assemblea al montaggio, nel secondo turno, non si è
limitato solo ad esporre i contenuti dell'accordo, ma ha
fatto anche un forte appello al voto (qualsiasi voto). In
effetti la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici
al referendum è ancora una grande incognita. Nei commenti
presi a caldo davanti ai cancelli, l'atteggiamento
prevalente è quello della disaffezione, ma bisognerà
aspettare la fine delle assemblee per capire cosa sta
realmente accadendo «la cosa peggiore sarebbe la scarsa
partecipazione - sottolinea Rinaldini ai giornalisti
radunati davanti alla "Porta 2" - sarebbe un brutto segnale
perché vuol dire che il disagio si esprime in una direzione
che non fa bene a nessuno».
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