Accordo 23 luglio: noi diciamo NO

Noi, delegate e delegati sindacali, diamo un giudizio complessivamente negativo dell’accordo del 23 luglio tra Governo, sindacati e Confindustria.

Il nostro è un giudizio di merito! Gli aspetti negativi sono maggiori rispetto alle conquiste ottenute per una parte dei pensionati, del mondo del lavoro e dei disoccupati.

I miglioramenti, quelli sicuri - altri sono in forse e soggetti alle scelte delle commissioni e vincolati alle compatibilità economiche e finanziarie - sono  a “costo zero”; sono pagati con scambi sui nostri  diritti.

E con l’aumento dello 0,3% sui nostri contributi dal mese di gennaio. 

Nell’accordo non c’è l’inversione di tendenza auspicata: ancora una volta sono state deluse le attese del mondo del lavoro.

Attendiamo il risarcimento dopo anni di peggioramenti del salario, dei diritti e delle condizioni di lavoro e di vita. L’accordo nell’impostazione non si discosta dalle scelte liberiste del passato: non mette al centro la lotta alla precarietà e la qualità del sistema industriale, non ridistribuisce la ricchezza prodotta al lavoro.

Inoltre, non prevede nulla sulla crescita e la difesa dei nostri salari.

E’ stata una trattativa effettuata senza il nostro coinvolgimento: sono stati imposti dall’Esecutivo capitoli “pesanti” su pressione di una Confindustria arrogante che, dopo aver ricevuto molto con il cuneo e gli incentivi fiscali, ha preteso di dettare le sue scelte e la sua idea di società.

Con l’accordo non c’è il cambio di rotta e neppure la ricomposizione tra le generazioni: contiene scelte gravi sul mercato del lavoro perchè possono compromettere la lotta alla precarietà, condizionare le richieste salariali e normative future, intaccando il valore generale del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro.

 

C’è sproporzione tra i nostri bisogni, le richieste sindacali avanzate e il risultato raggiunto:

 

-         Lo scalone Maroni non è abolito! Ne sono diluiti gli effetti in un tempo breve, mentre  il sistema degli scalini, con il requisito rigido dell’età, annulla, di fatto, il meccanismo delle quote, peggiorando in alcuni casi la Maroni; si arriva ad aumentare l’età pensionabile fino a 62 anni;

-         Il ripristino delle quattro finestre d’uscita con 40 anni di contributi si paga con le due finestre d’uscita dal lavoro per le pensioni di vecchiaia: un provvedimento odioso nei confronti in particolare delle donne;

-         Sui lavori usuranti scelte riduttive, indefinite e non per tutti: da una parte si escludono intere tipologie di lavoratori e lavoratrici e dall’altra si introduce un tetto massimo di sole 5000 uscite all’anno;

-         Sui coefficienti di trasformazione si prospetta il peggioramento della Dini; saranno ridotti dal 2010 del 6-8% e rivisti in modo automatico ogni 3 anni, riducendo ancor più le future pensioni dei giovani e di chi è nel sistema contributivo. Il limite del 60% per le pensioni più basse è aleatorio, essendo una proposta di (allo) studio e condizionata dalla copertura finanziaria del sistema;

-         La legge 30 è confermata. Nessun limite per i contratti interinali e le forme di lavoro precario, mentre si consente la ripetizione dei contratti a tempo determinato dopo 36 mesi attraverso la conciliazione tra lavoratore, datore di lavoro e un sindacalista, snaturando così la funzione di tutela del sindacato;

-         La decontribuzione dello straordinario è grave, un regalo ulteriore alle imprese: innalzerà l’orario di lavoro e aumenterà gli infortuni (ma non la pensione dei lavoratori) e sarà un ostacolo alla creazione di nuova occupazione;

-         La mancata separazione tra assistenza e previdenza (prevista nel 95) pone in discussione la tenuta finanziaria del sistema previdenziale pubblico e rimane dirimente per le future pensioni di quelle nuove generazioni chiamate in causa strumentalmente da più parti. Se non si risparmierà con la ristrutturazione degli Enti, si aumenteranno ancora i nostri contributi previdenziali;

-         Sul rendimento delle pensioni di anzianità nessun intervento (hanno perso negli anni il 30% del potere d’acquisto)

 

Si doveva superare la cultura liberista e la precarietà mettendo al centro il lavoro, lo sviluppo e la ridistribuzione della ricchezza, in un paese dove l’evasione fiscale e contributiva e il lavoro nero sono una vergogna: ci ritroviamo un accordo deludente e privo di quella prospettiva di cambiamento richiesta.

 

Noi votiamo NO, per il riconoscimento delle nostre ragioni e degli impegni assunti.

Un segnale forte per contare, per rilanciare l’iniziativa sindacale sui nostri interessi.

 

 

LE DELEGATE, I DELEGATI SINDACALI DELLA CGIL TICINO OLONA

 

 

PRIMI FIRMATARI:

 

 

Beolchi Gabriele RSU STELMI,  Ro Claudio, Rossetti Giancarlo, Maria Rosa Ilardi RSU METALFER,  Motta RSU NUM,  Esposito Luigi RSU FONBDERIE ARLUNO,  Aiello Giuseppe RSU AUCHAN,  Gadda Barbara RSU TRASPORTI,  Proverbio Ambrogio, Della Vedova Cristina SPI,  Garlaschelli Tiziana, Caracciolo Carmelo RSU SAFOSA,  Nebuloni Stefania, Cozzi Ivana AZ.OSPEDALIERA LEGNANO,  Oruboni Lorena ASL MAGENTA, Stampini Carlo COMUNE MAGENTA,  Gamberasio Roberta RSU CIP,  Nava Rino RSU SACEA,  Scotton Massimo RSU FRANCO TOSI,  Del Duca Antonio, Maturi Marina RSU ABB SACE,  Leoni Mario RSU EMCO ITALIA,  Marson Mara RSU ANSOR,  Cerioni Graziano RSU TAMINI,  ZILINDO Franco RSU SIMAV,  Magistrelli Luigi RSU GALILEO AVIONICA,  Veniani Sergio RSU PARCOL,  Di Blasi Vincenzo RSU FONDERIA COLOMBO, Adducci Antonio, Aquani Mario RSU MAGNETI MARELLI, Asero Simone, Galanti Valentino, Amore Gennarino RSU ADIM SCANDOLARA,  Pinoli Matteo RSU OMAG, Terraneo Arturo RSU TRAFILERIE ASSI.