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Per ulteriori adesioni inviare e-mail a: inhrc@tin.it
Accordo 23 luglio: noi diciamo NO Noi, delegate e delegati sindacali, diamo un giudizio complessivamente negativo dell’accordo del 23 luglio tra Governo, sindacati e Confindustra. Il nostro è un giudizio di merito! Gli aspetti negativi sono maggiori rispetto alle conquiste ottenute per una parte dei pensionati, del mondo del lavoro e dei disoccupati. I miglioramenti, quelli sicuri (altri sono in forse e soggetti alle scelte delle commissioni e vincolati alle compatibilità economiche e finanziarie - sono a “costo zero”) sono pagati con scambi sui nostri diritti. Oltre ad aver subito l’aumento dello 0,3% sui nostri contributi dal mese di gennaio 2007, senza miglioramento della prestazione pensionistica. Nell’accordo non c’è l’inversione di tendenza auspicata: ancora una volta sono state deluse le attese del mondo del lavoro. Attendiamo il risarcimento dopo anni di peggioramenti del salario e delle pensioni, dei diritti e delle condizioni di lavoro e di vita. L’accordo nell’impostazione non si discosta dalle scelte liberiste del passato: non mette al centro la lotta alla precarietà e la qualità del sistema industriale, non redistribuisce la ricchezza prodotta al lavoro. Inoltre, non prevede nulla sulla crescita e la difesa dei nostri salari. E’ stata una trattativa effettuata senza il nostro coinvolgimento e senza la mobilitazione: sono stati imposti dal Governo capitoli “pesanti” su pressione di una Confindustria arrogante che, dopo aver ricevuto molto con il cuneo e gli incentivi fiscali, ha preteso di dettare le sue scelte e la sua idea di società. Solo nei 6 anni dal 2001 al 2006 il sistema delle imprese ha ricevuto dal Governo, attraverso vari provvedimenti, 66 miliardi di euro. Con l’accordo non c’è il cambio di rotta e neppure la ricomposizione tra le generazioni: contiene scelte gravi sul mercato del lavoro perchè possono compromettere la lotta alla precarietà, condizionare le richieste salariali e normative future, intaccando il valore generale del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro.
C’è sproporzione tra i nostri bisogni, le richieste sindacali avanzate e il risultato raggiunto:
-Lo scalone Maroni non è abolito! Ne sono diluiti gli effetti in un tempo breve, mentre il sistema degli scalini, con il requisito rigido dell’età, annulla, di fatto, il meccanismo delle quote, peggiorando in alcuni casi la Maroni; si arriva ad aumentare l’età pensionabile fino a 62 anni, con 35 anni di contributi nel 2013. -Il ripristino delle quattro finestre d’uscita con 40 anni di contributi si paga con l'introduzione di due finestre d’uscita dal lavoro per le pensioni di vecchiaia: un provvedimento odioso nei confronti in particolare delle donne; -Sui lavori usuranti scelte riduttive, indefinite e non per tutti: da una parte si escludono intere tipologie di lavoratori e lavoratrici e dall’altra si introduce un tetto massimo di sole 5000 uscite all’anno; -Sui coefficienti di trasformazione si prospetta il peggioramento della Dini; saranno ridotti dal 2010 del 6-8% e rivisti in modo automatico ogni 3 anni, riducendo ancor più le future pensioni dei giovani e di chi è nel sistema contributivo. Il rendimento del 60% per le pensioni dei lavoratori discontinui è aleatorio, essendo una proposta di (allo) studio e condizionata dalla copertura finanziaria del sistema; -La legge 30 è confermata. Nessun limite per i contratti interinali e le forme di lavoro precario, mentre si consente la ripetizione dei contratti a tempo determinato dopo 36 mesi attraverso la conciliazione tra lavoratore, datore di lavoro e un sindacalista, snaturando così la funzione di tutela del sindacato; -La decontribuzione dello straordinario è grave, un regalo ulteriore alle imprese: innalzerà l’orario di lavoro e aumenterà gli infortuni, riducendo i costi per le aziende, e sarà un ostacolo alla creazione di nuova occupazione. Inoltre non vi sarà nessun beneficio per il salario. -La mancata separazione tra assistenza e previdenza (prevista nel 95) pone in discussione la tenuta finanziaria del sistema previdenziale pubblico e rimane dirimente per le future pensioni di quelle nuove generazioni chiamate in causa strumentalmente da più parti. Se non si risparmierà con la ristrutturazione degli Enti, saranno aumentati ancora i nostri contributi previdenziali;
Si doveva superare la cultura liberista e la precarietà mettendo al centro il lavoro, lo sviluppo e la redistribuzione della ricchezza, in un paese dove l’evasione fiscale e contributiva e il lavoro nero sono una vergogna: ci ritroviamo un accordo deludente e privo di quella prospettiva di cambiamento richiesta.
Noi votiamo NO, per il riconoscimento delle nostre ragioni e degli impegni assunti. Un segnale forte per contare, per rilanciare l’iniziativa sindacale sui nostri interessi.
PROMOTORI E PRIME ADESIONI:
Giuseppe Mascolo (RSU Rad), RSU IBM Vimercate, Floriano Manzini (RSU Tenaris), Angelo Ruggeri (RSU Tenaris), Salvatore Scarano (RSU Tenaris), Gianmario Cazzaniga (RSA Gruppo Ras), Tiziano Ghezzi (RSU Star), Ernesto Cappelletti (RSU Star), Emilio Viganò (RSU Rovagnati), Riccardo Paris (RSU Coop. Lo Sciame), Valter Zucchetti (RSU Az. Agr. Antologia), Elena Socia (Rsu Az. Agr. Antologia), Roberto Amato (RSU Premav), Florinda Nettis (RSU Lat.Bri), Anna Lanzi (RSU Peg), RSU BETA Utensili, Marco Marforio (RSU Patheon), Lidia Cattaneo (RSU Roche Diagn.), Giancarlo Castelli (RSU Roche Diagn.), Massimo Busnelli (RSU Aeb Giussano), Angelo Verdelli (RSU Yamaha), Vincenzo Petrone (RSU Agam Monza), Alessandro Tentorio (RSU ASML Lissone), RSU Magadyne, Aldo Brambilla (RSU Zincol), Rosario Fontanella (RSU Telecom), Umberto Cignoli (RSU Alcatel), Nicola Ala (RSU ST), RSU Sira, Attilio Sala (RSU Ilva)
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